A mio parere si parla poco e male della vicenda che ha interessato Bruno Contrada.

Per coloro che non ne siano informati  La Corte di Cassazione ha  revocato la condanna a 10 anni inflitta all’ex n. 2 del Sisde Bruno Contrada, accusato di concorso in associazione mafiosa. I giudici supremi hanno accolto il ricorso dei legali di Contrada che aveva impugnato il provvedimento con cui la Corte d’appello di Palermo aveva dichiarato inammissibile la sua richiesta di incidente di esecuzione. La Cassazione ha così dichiarato «ineseguibile e improduttiva di effetti penali la sentenza di condanna». Tutto questo a 23 anni dai fatti e dopo infinito carcere scontato ingiustamente.

Lo scarno dibattito ha visto rullar tamburi da chi aveva sempre espresso perplessità su questa dolorosa vicenda di ingiusta Giustizia (il Foglio in testa da sempre innocentista) e l’inalberarsi delle voce dei giustizialisti che non accettano la cassata sentenza dopo un provvedimento analogo della Corte di Giustizia di Strasburgo. Marco Travaglio in testa e i suoi seguaci urlano che Contrada è un pezzo di delinquente colluso. Ai giornalisti embedded di alcune procure dicono nulla le due sentenze avverse sul reato di Concorso esterno in associazione mafiosa non contemplato nel nostro codice e che non può essere applicato. Molti di questi cronisti sono coloro che adombrano complotti della peggior specie con teoremi che riguardano spesso Berlusconi, Renzi e Dell’Utri.

Spero che Marco Travaglio, che si proclama allievo prediletto di Montanelli, abbia letto il brano del suo maestro pubblicato nella sua Storia d’Italia  e ripubblicato dal Foglio in cui si legge: “Sulle testimonianze e sulle prove esibite a carico di Contrada non vogliamo pronunciarci: le une e le altre appartengono alla logica dei processi per associazione mafiosa. Uno aveva saputo da un altro che un altro aveva detto, Falcone non poteva soffrire Contrada e aveva promesso «gli metterò i ferri» (ma riferito di seconda mano), il commissario Cassarà lo disistimava (dichiarato dalla vedova), alcuni dirigenti della polizia non lo potevano vedere e altri avevano invece per lui incondizionata stima: insomma un copione che in quelle aule, e con quel genere d’imputati, si ripete con triste monotonia. Non vorremmo trovarci nei panni di chi deve giudicare, e ancor meno in quelli d’un accusato”.

A questo illuminante passo vorrei aggiungere cinque questioni e una prova a riscontro.

Ho seguito da cronista il processo a Giacomo Mancini per concorso esterno in associazione mafiosa con pesante condanna di primo grado, annullamento in appello e cancellazione del reato da nuovo tribunale per conoscere in dettaglio la mostruosità creativa giuridica di un reato troppo aleatorio e sostenuto da dichiarazioni di collaboratori di giustizia non sempre attendibili. Mancini, come Contrada, si è difeso nel processo sostenuto da tutti coloro che conoscevano la sua storia e non erano interessati ad abbatterlo politicamente. A differenza di Contrada non fu arrestato ma subì un processo mediatico terribile e devastante.

Bruno Contrada venne arrestato la sera di Natale mentre si preparava ad andare a cena dal figlio. Per lui venne riaperto il carcere militare di Palermo dove per lunghi mesi fu messo in cella da solo. Un odissea giudiziaria kafkiana durata vent’anni che meriterebbe film di denuncia come è avvenuto per lo sventurato Enzo Tortora.

Come cronista  su Contrada ho la coscienza a posto. Ne scrissi nel 2009 nel mio libro “Toghe rosso sangue”. (Edizioni Città del Sole). Ma non su partito preso ma per la ricerca sul campo effettuata a Palermo quando andai a cercare il figlio del giudice Gaetano Costa ucciso da Cosa Nostra, Michele, testimone al di sopra di ogni sospetto, che mi fece ragionare sui terribili fatti che isolarono e uccisero quel capace magistrato tradito da autorevoli colleghi.

Sono costretto a citarmi: “L’avvocato Michele Costa porta addosso la toga del padre nelle udienze. …Ma l’avvocato Costa non accetta le verità precostituite, Al pari della madre che gli strinse la mano al processo di Catania ritiene ad esempio che Bruno Contrada abbia ben operato. Lo ha affermato anche in un’intervista al Corriere della sera, Pur conoscendo Falcone, il figlio del giudice Costa non crede a quello che ha rivelato Buscetta.. Storicizzando il fatto che la criminalità organizzata siciliana già ad inizio del 900 era abituata a collaborare con la giustizia per eseguire le sue vendette. La mafia buona e quella cattiva non esistono. Esiste la zona grigia invece e le carte di Costa rimaste chiuse nei cassetti che nessuno ha aperto”:

Contrada fu tra i pochi ad aprire quei cassetti. Per chi vuole approfondire rimando al mio testo. Troverà con dovizia di particolari come il capo della Criminalpol Contrada non mollò mai la presa sul delitto Costa e su  molti omicidi eccellenti come quello Mattarella. Avversò le tesi investigative del questore e prefetto di Palermo. Scrisse di sua iniziativa un rapporto sulle cosche siciliane e americane che è il quadro investigativo più realistico sull’omicidio Costa. Delitto rimasto irrisolto da un punto di vista giudiziario e senza conseguenze al Csm per magistrati che hanno avuto eccellenti carriere.

Chiudo con una  prova a riscontro. E’ uscito postumo, il libro di memorie del giudice, Mario Almerighi, amico personale di Giovanni Falcone e Giacomo Ciaccio Montalto. Ebbene ne “Il testimone. Memorie di un magistrato in prima linea (La nave di Teseo)” in merito alle questioni legate al delitto Costa l’autorevole magistrato in una sua nota invita ad approfondire nel libro “Toghe rosso sangue”. Considerato che Almerighi riteneva Contrada colluso posso tranquillamente concludere di aver operato con coscienza sulla disumana vicenda di Bruno Contrada.