Alle 17,56 del 23 maggio 1992 Eva Gabriel ed Edward Grabner, psichiatri austriaci in viaggio a bordo di una Opel rossa noleggiata a Palermo per raggiungere un congresso professionale a Terrasini quando l’autostrada cede e si sentono sprofondare tra il fuoco dell’apocalisse devono aver pensato di essersi trovati in mezzo alla guerra. Erano finiti nell’epicentro di un terremoto italiano. Non potevano sapere di essere tra i feriti leggeri e per caso di uno dei piu’ tragici e significativi episodi di storia italiana. Anche Pietra Ienna Spanò a bordo di una Fiat Uno andando nella sua casa al mare non poteva sapere di trovarsi in mezzo alla storia patria del gran botto di Capaci. Il mondo è allibito per l’esibizione di forza della mafia siciliana.

Pietra non si è voluto costituire parte civile al processo. Vuole dimenticarlo di essere una sopravvissuta all’esplosione insieme al marito e all’amico che viaggiava con lei in direzione Punta Raisi. Ricorda poco di quell’inferno. Un dolore atroce. Poi è svenuta. Ha ripreso i sensi trovandosi incastrata nella sua macchina. Sopra di lei solo il cielo siciliano di Capaci. E’ rimasta zoppa Ienna. Ha testimoniato al processo della piu’ eclatante strage ordita dalla mafia per ammazzare un giudice. Dichiara in aula Pietra Ienna: “Ringraziando Dio sono qui con la mia famiglia”.

Dopo le 18 il fatto appartiene al villaggio globale: “Esplosione sull’autostrada tra Palermo e Punta Raisi”. “Un attentato”. “Forse un giudice”. “Forse il giudice Giovanni Falcone”. “Il giudice Giovanni Falcone è ferito”. “Il giudice Giovanni Falcone è morto”. E tutti non dimenticammo mai quel giorno e quelle ore.

Non si tratta di un fatto di cronaca. E’ un capitolo di storia italiana. Falcone ha modificato la lotta contro la mafia italo americana. Ha cambiato le organizzazioni criminali. Il ricordo del suo sacrificio appartiene a tutti gli italiani. Per questo motivo tutti ricordano dove si trovavano verso sera il 23 maggio 1992.

Avevo trent’anni quel giorno. Ero in una pizzeria di Cosenza per una colazione di mezza sera quando il televisore in bianco e nero interrompe le trasmissioni per mostrare le prime immagini. Tutti si fermano. La proprietaria afferma: “Il giudice Falcone quello che non ha paura della mafia”. Ho capito che quella morte mescolava le appartenenze ideologiche quando ho visto “il Dottore” al presidio spontaneo autoconvocatosi  48 ore dopo davanti al tribunale di Cosenza. Manifestazioni simili si terranno in tutt’Italia nella giornata di lutto nazionale indetta da Roma. Francesco “il dottore” medico, militante dell’Autonomia padovana negli anni Settanta, un fratello incarcerato innocente per mesi a Trento, giornalista militante di Radio Ciroma non ha mai avuto un buon rapporto con la magistratura. La sua presenza in quel luogo indicava un mutamento di rotta significativo nell’opinione pubblica nazionale.

Quel giorno Maria Falcone aspetta il fratello nella casa di Palermo per le 17. Squilla il telefono. Un’amica fa domande strane. Un’altra telefonata. Risponde il marito e cambia volto. Maria domanda: “E’ accaduto qualcosa, è vero? Riguarda Giovanni?”. “Un attentato, ma non è grave. Forse è ferito…leggermente. Anche Francesca”. Chiama la polizia Maria Falcone. Non sanno dare spiegazioni precise. Chiede se le possono inviare un’auto della polizia. “Chi ci assicura che lei è la sorella del giudice Falcone?” “Ditemi almeno dov’è”. Maria corre all’Ospedale civico di Palermo. Si fa largo tra la folla. Vede la faccia sconvolta del cognato Alfredo Morvillo. Gli corre incontro stravolto. Nulla sara piu’ come prima anche per Maria Falcone.

Tina Martinez Montanaro quel giorno è a casa. Il marito  Antonio “bellu figliuolo e simpatico rompiscatole” è il caposcorta di Falcone. Quel giorno era libero. Ha chiesto ad un collega il cambio del turno per andare a prendere il giudice e la moglie all’aeroporto perchè tornano da Roma. Bussa alla porta un vicino di casa: “E’ successo qualcosa a tuo marito”. Corre in questura Tina. Ci rimane fino a quando calano le ombre della sera. I colleghi del marito poi l’accompagnano all’obitorio per il riconoscimento. A Palermo una piazzetta nei pressi della caserma di polizia Lungarno si chiama oggi “Largo Antonio Montanaro”. C’è una via Montanaro anche a Lecce e a Castelbuono. Da qual giorno in molte città d’Italia c’è una strada o una piazza intitolata a Giovanni Falcone. Scuole, biblioteche, aule, auditorium. Un memoriale toponomastico pari a quello di Giuseppe Garibaldi.

Lucia Serino quel giorno ha 28 anni. E’ una giovane giornalista di cronaca giudiziaria del “Roma” di Salerno. La redazione si ferma: “Un attentato a Falcone”. Anche Lucia non dimenticherà quel momento. Come quando si è trovata in mezzo al terremoto del 1980, come quando vedrà crollare in tv le torri gemelle nel 2001. Anche per i giornalisti quell’attentato cambia la lettura della mafia, della criminalità meridionale, di Giovanni Falcone.

Angelo Vecchio è un cronista di nera del “Giornale di Sicilia” il quotidiano piu’ antico e letto a Palermo. Quel pomeriggio è in vacanza a Parigi con la moglie. Si trova in un teatro ad ascoltare un tenore che canta romanze di Vincenzo Bellini. Un giovane di casa Savoia entra in ritardo. Quando si accorge che i vicini di poltrona sono italiani dice loro: “A Palermo hanno assassinato Falcone. C’è stato un eccidio”.

Saverio Lodato era uno dei pochi giornalisti che aveva un rapporto diretto con Giovanni Falcone. Parlavano spesso in dialetto. La notizia raggiunge il cronista dell’Unità a Torino mentre si trova al Salone del Libro con Corrado Stajano, Nicola Tranfaglia e Tana De Zalueta per partecipare ad un dibattito sulla mafia. Tre telefonate da Palermo. La prima: “Un agguato con esplosivo sulla Punta Raisi-Palermo. Stava passando Falcone. E’ fallito. Sono tutti vivi”. Il giornalista compiaciuto pensa “Figlio di puttana Falcone, li ha fatti fessi un’altra volta”. Seconda telefonata: “Falcone ha le caviglie spezzate. Lo stanno sottoponendo ad un massaggio cardiaco”. Lodato si contrae nei pensieri: “Tieni duro Giovanni, non fargli questo regalo”. Terza telefonata “Sono tutti morti”. Con la voce strozzata il giornalista trova la forza di dichiarare al TG3: “ Almeno questa volta nessuno potrà accusare Falcone di aver simulato un altro auto attentato come era accaduto all’indomani dei fatti dell’Addaura”. Stajano e Tranfaglia quel giorno decidono di non sospendere il dibattito. Racconteranno i relatori ai torinesi chi era Giovanni Falcone. Inizia un nuovo modo di raccontare Falcone. Anche con rischi di santificazione meschina da parte di molti che erano stati suoi detrattori in vita.

Ha scritto il critico letterario Claudio Magris: “Quando è giunta la notizia, i miei figli, che stavano guardando casualmente la televisione, hanno gridato No come se avessero appreso improvvisamente di una sciagura familiare”

Il 23 maggio del 1992 Alessio Branciamore è un bambino di 9 anni che fa la prima comunione a Siracusa. L’aria di festa viene turbata al ritorno a casa dal televisore. Dieci anni dopo, studente del liceo scientifico ricorderà Alessio: “Mi torna in mente quel senso di rammarico, di impotenza. Fino a poco tempo fa per me Falcone era una fotografia in bianco e nero, quella di lui insieme a Borsellino che tengo in camera mia, un simbolo, un manifesto, ma qualcosa in fondo legato al passato. Ora però è cambiato tutto, dopo che la Fondazione Falcone mi ha coinvolto insieme a tanti studenti d’Italia in un progetto per ricordare i dieci anni della sua morte. E’ diventato un’immagine colorata”. Oggi dopo sedici anni Alessio sarà diventato padre e insegna ai suoi figli chi era Falcone a questa Italia smemorata. La Fondazione Falcone continua attraverso i familiari del giudice e delle vittime della stragi a propugnare i principi della legalità.

Quel giorno. Un sabato. Un ufficio a Milano in via Moscova. Splende il sole. Sergio De Caprio è un carabiniere speciale. Nessuno conosce la sua identità. Lui è “Ultimo”. I suoi compagni di squadra si chiamano Oscar, Nello, Vichingo. Squilla il telefono. I Ros di Palermo comunicano quello che è accaduto. Il tempo di posare la cornetta e lo squillo risuona nella stanza. E’ Ilda Bocassini. Ilda la Rossa. La Bokassa. Allieva e amica di Falcone. Hanno combattuto insieme Cosa Nostra in ogni latitudine attraverso l’inchiesta “Duomo connection”.

Raggiunge la squadra dei suoi investigatori speciali. Piange disperata. Poi dice: “Dobbiamo andare a Palermo”. Partono. Raggiungono le camere mortuarie. Falcone sembra uno che dorme. I tre colleghi delle scorte con le carni stracciate. I volti di Antonio Montanaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani sono irriconoscibili. I magistrati che vedranno le foto scattate quella notte all’obitorio le ricorderanno come “raccapriccianti”. Ultimo e i suoi non andranno ai funerali del “Falco” come loro lo chiamavano in codice. “I funerali di Stato servono ad altre persone. A quelli che prima parlavano male di Falcone e poi sono andati a celebrarlo per celebrare se stessi, è la solita ipocrisia”. Ultimo e i suoi torneranno a Palermo con una missione da compiere. E che porteranno a termine. Catturare  Riina il capo dei capi. Anche per la Boccassini  quel giorno cambia la vita. Si farà trasferire a Caltanissetta, procura competente a indagare sulla strage di Capaci. Anche per Cosa Nostra nulla sarà come prima.

Giovanni Brusca quel giorno è sulla collina che sovrasta l’autostrada. E’ un boss di S. Giovanni Jato. Ha fatto carriera. Anche come macellaio di cristiani. Il giorno che saltò in aria Rocco Chinnici era un appoggio logistico. Ora ha lui in mano il telecomando di aeromodellismo che farà saltare in aria Falcone e la moglie, le tre auto di scorta. Tre croma. Marrone, bianca e azzurra. Una montagna di tritolo preso in una cava dalle parti di Roccamena e di vecchie bombre recuperate dal mare.. Hanno impiegato un mese per preparare “l’attentatuni”. Hanno scelto lo svincolo di Capaci perché Falcone è diventato abitudinario. Il sabato torna spesso a Palermo da Roma dove lavora al ministero. Ma anche perché conoscono una conduttura di 50 centimetri sotto l’asfalto che taglia trasversale le quattro corsie dell’autostrada. Hanno riempito 5 metri di conduttura con 550 chili di tritolo costipati in 13 bidoncini adoperando uno skateboard. Il T4 serve per il detonatore. Hanno chiuso tutto a far tappo con un materasso. Come punto di segnalazione hanno piazzato un frigorifero bianco visibile dalla collina. Quando la prima Croma passa da quel punto bisogna schiacciare il pulsante. Hanno compiute decine di prove con auto simili e scattando dei flash che simulano il momento dell’esplosione. Quella mattina qualcuno da Roma  si premura di informare che Falcone sta tornando. Cosa Nostra ha sempre avuto amici nella capitale. Lo sappiamo fin da quando eravamo giovani e abbiamo letto “Il giorno della civetta” di Sciascia. Anche se non mancano i sostenitori della talpa palermitana.

Quando la prima auto raggiunge il frigorifero la vedetta con cannocchiale Antonino Gioè lancia il “vai” ma Brusca non vede ad occhio nudo e sta fermo. Anche al secondo “vai” il dito purtroppo non pigia. L’attentato sarebbe fallito. La seconda auto dove viaggiano Falcone, la moglie e l’autista rallenta. Un imprevisto. L’autista sopravvissuto alla strage Giuseppe Costanza, racconterà che Falcone alla guida aveva staccato il mazzo di chiavi per consegnarglielo a lui seduto dietro per poi accompagnare successivamente la moglie a casa. Al terzo “vai” Brusca preme il pulsante. Pensa di sentire il “boom” dei fumetti invece sono dei “tuum” a ripetizione.

Nella Croma marrone ci sono gli uomini della scorta. Colpita in pieno a causa del rallentamento e catapultata in un giardino circostante. Muoiono sul colpo Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. L’auto bianca di Falcone viene tagliata a metà dall’esplosione e colpita in parte. Il giudice ha poco da vivere, Francesca resiste qualche ora in piu’. Si salva l’autista Giuseppe Costanza. E’ nato nello stesso giorno e mese di Giovanni Paparcuri, l’autista scampato alla strage di via Pipitone. Nove anni di differenza tra i due autisti. Nove anni sono trascorsi tra la strage che uccise Chinnici e quella di Falcone. Racconterà l’autista di Falcone: “Quando scese dall’aereo era di buon umore. Doveva andare a vedere la mattanza dei tonni a Favignana. Mi chiese le chiavi. Mi disse che aveva voglia di guidare. Così mi sistemai dietro. Lui e la moglie davanti. Per questo io sono vivo”.  Anche la Croma azzurra, l’unica auto non blindata, è un ammasso di ferraglia. Feriti ma vivi gli agenti Gaspare Cervello, Paolo Capuzza e Angelo Corvo.

Brusca osserva il fumo enorme. L’allarme dei villini che suonano. Sono sue le parole tratte dal racconto che fa a Saverio Lodato: “Ho visto uno dei lampeggianti delle auto di scorta che ancora girava sul tetto di una macchina che era stata colpita dall’esplosione…Noi eravamo a circa 300,400 metri dall’autostrada… Scappammo a piedi, senza assistere ai soccorsi. Battaglia perse il timer, il cannocchiale e lo sgabello che avevamo per appoggiarlo. Noi eravamo piu’in alto, dove c’era l’albero al quale avevo tagliato un ramo perché mi impediva la visuale…Saremmo rimasti lì non piu’ di dieci minuti. Piu’ sotto c’era il Biondino che ci aspettava. Ce ne siamo andati con due macchine”.

A Palermo il 23 maggio 1992 è una data che ricordano tutti. Lo provano le leggende metropolitane nate sull’accaduto. Come quella che racconta di Totò Riina vicino all’ambulanza che soccorre Falcone. Anche in questo si vede la potenza della mafia. Nella forza evocativa di pensare che tutto è possibile fare ai padrini. La leggenda urbana nasce sempre su una verità plausibile. E’ vero invece che ai soccorsi di Capaci partecipa un vigile del fuoco di Villa Ciambra , il quale in passato aveva lavorato alla pompa di benzina di Antonino Gioè. Sarà lui a riferire alla vedetta dell’attentato le ultime parole di Falcone: “Se resto vivo, questa volta gliela faccio pagare”.

Tutti i componenti dell’attentato si trovarono quella sera a casa di Girolamo Guddo. Salvatore Cancemi, “uomo d’onore” della famiglia di Porta nuova e reggente dell’omonimo mandamento manda a comprare lo champagne. Esulta, grida, va verso la tv e sputa sullo schermo- “Finalmente! Cornuto!”.

Quel giorno giunse una telefonata anonima al “Giornale di Sicilia”. Una sorta di rivendicazione dell’attentato: “Un regalo di nozze per Nino Madonia”. In effetti il 23 maggio nella cappella del carcere di Palermo si era sposato il figlio di uno dei piu’ noti capoclan della mafia. All’Ucciardone sarà festa grande per il grande botto sull’autostrada vicino all’Isola delle femmine. Ma per i boss che ricevono aragoste e che spesso godono di permessi per ricoveri compiacenti in ospedale la festa durerà poco. La sera successiva il vertice di Stato non può essere il solito vertice. I ministri Scotti e Martelli dispongono l’immediato trasferimento dei boss piu’ pericolosi in carceri isolate e lontane di massima sicurezza. Sono le prove generali del 41 bis.

Quel giorno in America squilla un telefono. Gianni De Gennaro,  braccio destro operativo di Falcone, avvisa don Masino Buscetta dell’attentato. Per l’ex boss dei due mondi che con la sua collaborazione ha permesso il maxiprocesso è una brutta notizia:”Quel giorno ho visto cadere al suolo un grande albero, il piu’ grande della foresta”. Buscetta comunque se lo aspettava. Lo aveva vaticinato a De Gennaro dopo l’omicidio di Salvo Lima. Anche Buscetta farà la sua parte. Vede la sua vecchia organizzazione in difficoltà. Parlerà con investigatori americani e italiani di tutto quello che sa dei rapporti tra mafia e politica.

Era partita antica tra Falcone e Cosa Nostra quella tra vita e morte. Non c’era stato solo il tentativo all’Addaura il 21 giugno 1989 quando su una piattaforma di cemento antistante la villa del magistrato una borsa di tela con una cassetta metallica contenente esplosivo innescato a due detonatori elettrici. Doveva entrare in azione quando Falcone, abile nuotatore fosse andato a farsi il bagno in quel punto.

La prima condanna a morte per Falcone è datata 1982. Brusca racconta di aver fatto appostamenti a Palazzo di giustizia 15 giorni dopo la morte di Chinnici. Nel 1984 a San Giuseppe Jato si sperimenta un bazooka per appurare se può perforare la blindata del giudice del pool. Nel 1987 avevano studiato l’attacco alla piscina comunale di via Belgio a Palermo dove Falcone andava a nuotare due ore al giorno. Falcone sapeva di essere in guerra. Polemizzavano con le sue scorte imponenti dotate di elicottero, spostamenti segreti, misure di sicurezza ossessive. Una vita blindata tra uffici e case bunker. Disse: “Conosco i rischi che corro facendo il mestiere che faccio e non credo di dover fare un regalo alla mafia offrendomi come bersaglio”.

La condanna a morte di Falcone sarebbe stata decisa  nel 1991 in uno dei piu’ importanti vertici di mafia organizzati dagli anni Cinquanta in poi. Le fonti si dividono sulla data e sul luogo (qualcuno indica il primo febbraio, altri parlano di fine mese) ma sono concordi sul e sugli esiti della riunione. In un casolare nelle campagne tra Pietraperzia e Barrafranca in provincia di Enna, sicura e impenetrabile enclave di mafia  o a Palermo tra il quartiere di Altarello e la zona di Monreale, siedono al tavolo di Totò Riina, i boss ammessi al convivio. Chiaro il programma del capo dei capi. La triade Lima-Salvo-Andreotti non offre piu’ garanzie. Sono passati dalla parte dello Stato. Vanno puniti. Lima è il primo della lista. Sarà ucciso il 12 marzo di quell’anno. Cosa Nostra ha bisogno di nuovi referenti politici da cercare subito in altri schieramenti. Infine Falcone. Bisogna ucciderlo a tutti i costi. Sa troppo di quei boss. Ne conosce mentalità e movenze. A Roma è piu’ pericoloso di Palermo. In Sicilia i veleni del Palazzo di giustizia lo avevano neutralizzato. Ora nella capitale è ascoltato. La procura nazionale antimafia è già realtà. Lo ricevono al Quirinale. Al ministero il Guardasigilli Martelli ha affidato tutto a lui. Potrebbe addirittura diventare ministro. Falcone deve morire.

Quel giorno che Falcone morì un signore con i baffi avanza tra le macerie di Capaci. Si strofina gli occhi che bruciano e si copre il viso con un fazzoletto. Un poliziotto fa il cicerone della catastrofe. Paolo Borsellino comprende subito che la partita proseguirà con lui. Il 17 marzo dopo la morte di Lima aveva parlato con Giovanni e Giuseppe Ayala. Il delitto dell’europarlamentare era stato l’inizio di un lungo attacco. Con il lutto nel cuore per aver visto morire Falcone in ospedale, è uno dei pochi cui hanno consentito di entrare nella sua stanza, Borsellino la sera stessa torna in trincea. Nel suo ufficio convoca tre giovani magistrati con le lacrime agli occhi. “Lui fumava una sigaretta dopo l’altra, si tolse la giacca e la gettò sul divano, si rimboccò le maniche della camicia. Poi si nascose la faccia tra le mani e in ricordo del suo amico Giovanni provò a riflettere”. Riflette Borsellino con i tre giudici ragazzini. La strage coincide con il fatto che Falcone poteva essere chiamato a dirigere la Procura nazionale antimafia. In pochi conoscevano quella notizia. Inoltre ragiona  Borsellino quel giorno era uno degli ultimi che Falcone tornasse a Palermo con regolarità. Infine Borsellino sapeva che il suo amico potesse andare al Viminale per diventare ministro dell’Interno. “Paolo Borsellino quella sera non svelò ai suoi giovani colleghi il suo presentimento: avrebbero ucciso pure lui. Alle tre di notte lasciò il palazzo di Giustizia e ritornò all’ospedale civico. All’alba era di nuovo in tribunale”.

Il 23 maggio del 1992 Giuseppe Ayala è un parlamentare della Repubblica eletto da poche settimane con i repubblicani di Giorgio La Malfa. Il pool non esiste da tempo. Lui si è riappacificato con Falcone. Hanno cenato assieme 9 giorni prima al ristorante “La Carbonara” di piazza Navona a Roma. Anche per lui una telefonata. Un aereo per Palermo. “Lo rividi la sera del 23 maggio in una camera fredda e molto spoglia. Eravamo soli, ma non parlammo. Lui dormiva. Un sonno senza risveglio”.

A Claudio Fava, oggi politico della Sinistra Democratica e giornalista di mafia forse perché figlio di un giornalista ucciso da Cosa Nostra di Giovanni Falcone è rimasta questa immagine dopo la sua morte:”Alla fine della sua corsa, di tutti i suoi pensieri, mi è rimasta l’immagine del padre, il vecchio padre di Falcone che si vantava di non aver mai preso una tazzina di caffè al bar. I rigidi principi di quel genitore, quest’adolescenza un po’ polverosa che immagino di lunghi silenzi, di lunghe attese. E poi Falcone che diventa Falcone. Falcone che fa il giudice per capire, prima che per giudicare. Falcone che chiede e offre rispetto, anche agli assassini. E che alla fine va incontro al suo destino, serenamente”.

Falcone ha detto di sé stesso: “Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione deve essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo”.

Era un palermitano cresciuto alla Kalsa giocando a ping pong con ragazzi che fatti grandi spesso dovrà arrestare. E’ il caso di Tommaso Spadaro contrabbandiere diventato narcotrafficante conosciuto all’Azione Cattolica del quartiere. Giovanni Falcone quel giorno che è morto, cinque giorni prima aveva compiuto 54 anni. Nato in una famiglia borghese conservatrice. La mamma Luisa Bentivegna, donna molto cattolica aveva contribuito ad essere chierichetto da piccolo. Sarà formato molto dal padre Arturo, funzionario alla Provincia. Giovanni fa il liceo classico. E’ indeciso se studiare medicina o diventare ufficiale di Marina. Sarà invece Legge. Laureato a pieni voti a 22 anni. Ne passano due e vince il concorso in magistratura.Primo incarico nella pretura a Lentini.Il primo cadavere che gli capita è un incidente sul lavoro. Nel 1966 il trasferimento a Trapani. Esperienza formativa. Sostituto, giudice istruttore, civile, giudice di sorveglianza. Inizia a scrutare la mafia. A conoscerla. A pesarla. Nel 1976 giudice di sorveglianza finisce ostaggio di un detenuto nappista nel carcere di Favignana. Lo tiene sotto controllo con un coltello. Il rapinatore terrorista Sante Notarnicola e il sostituto Francesco Garofalo conducono la trattativa che va a buon fine con un messaggio letto ad una radio privata. La sera festeggiò con la moglie. Rita Bonnici. Palermitana. Una pagina dolorosa per lui. Lo lascerà per andare a vivere con un suo capo del tribunale di Trapani, Cristoforo Genna. Poi Rocco Chinnici lo manda a chiamare per lavorare con lui a Palermo. In un’intervista a due anni dalla partenza ricorderà Trapani in questo modo: “Anni difficili quelli, pur in presenza di non poche soddisfazioni professionali. Al ricordo, mi assale ancora un senso di angoscia…”. Chinnici gli affida le indagini contro Rosario Spatola. Il primo grande processo degli anni Ottanta. Scopre che il sindaco Vito Ciancimino ha trasformato un lattaio nel piu’ potente palazzinaro di Cosa Nostra. Giovanni Falcone a Palermo è già diventato “Falcone”. Cosa Nostra non può tollerare. La mafia ammazza Chinnici. L’embrione del pool che cambia il corso della storia sarà presto pool. Da Firenze arriva a guidarlo Antonino Caponnetto. Blindano le loro vite. Il giudice istruttore vive in una caserma della Guardia di Finanza. Falcone in una sorta di bunker nel palazzo di Giustizia. Ha ripreso con se il suo vecchio autista scampato all’attentato di via Pipitone. Giovanni Paparcuri diventa il commesso del computer. Ingloba i dati che Falcone e i suoi colleghi analizzano, confrontano, studiano. Indagini bancarie e patrimoniali, relazioni tra uomini, territori, singoli episodi. Quando Paparcuri si lamenta con dolenza siciliana, Falcone lo sostiene affermando: “U Signuri ciu paga”. La scalata ai vertici è iniziata. Ottiene 74 condanne contro i trafficanti di eroina. Il metodo Falcone sta dando i suoi frutti. Il 14 luglio 1983 emette 14 mandati di cattura contro mandanti ed esecutori dell’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa. I nomi che indica contano molto: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele e Salvatore Greco, Nitto Santapaola e Pietro Vernengo.

Nel luglio del 1984 Falcone va a lezione di parole straniere da don Masino Buscetta, secondo la celebre frase del magistrato: “E’ stato per noi come un professore di lingua che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti” . Il boss braccato dai suoi avversari corleonesi che hanno ucciso parenti e figli chiede di parlare con il magistrato palermitano. Lo aveva incontrato a Brasilia durante la sua detenzione. Ad una precisa domanda Buscetta replica che gli sarebbero serviti diversi giorni e notti per rispondere precisando di non essere “suo nemico”. Sembra che a Falcone brillassero gli occhi. In una stanza della questura di Roma nasce un rapporto che sarà molto personalizzato. Falcone non è un burocrate. E’ uno che vuole capire. Verbalizza tutto da solo a penna. Sta decriptando un mondo di cui prima non si sapeva molto. Il rapporto tra giudice e collaboratore figli della stessa città è stato ben colto dall’ex direttore de La Stampa, Marcello Sorgi, che si è molto aiutato con le sue origini palermitane: “Che spettacolo sarebbe stato assistere alla mimica facciale dei due, mentre Falcone cercava di ricostruire una storia e l’altro rispondeva senza rinunciare alla difesa di un passato che, alla fine, non ha mai rinnegato. E’ facile pensare che Buscetta si sia lasciato andare proprio perché la medicina Falcone non deve essergli sembrata indigeribile”. Sono tanti, anche parenti delle vittime, che contestano le verità di Buscetta. Sul piano storico mi sembra ineccebile che senza don Masino che parla con Falcone e De Gennaro forse ancora non conosceremmo neanche il nome di Cosa Nostra, la sua struttura, i rapporti con l’organizzazione americana. Arrivano subito gli effetti pratici della collaborazione di Buscetta: il 29 settembre 1984 vengono firmati 366 mandati di cattura. Nella rete di Falcone è entrato un altro collaboratore, si chiama Totuccio Contorno. Scampato ad un attentato nel suo quartiere a Brancaccio, vistosi ammazzati 35 parenti, inizia a cercare un filo con la polizia. Non crede alle sue orecchie quando gli dicono che sta collaborando anche Buscetta. L’aneddoto vuole che Totuccio si sia inginocchiato davanti a don Masino ricevendo la benedizione a collaborare con Falcone. Il sostituto di Caponnetto ora ha molti dati da incrociare. Il 25 ottobre scattano altri 127 mandati di cattura. Il 3 novembre di quell’anno Palermo resta di stucco: Falcone ha fatto arrestare l’ex sindaco Vito Ciancimino. Quello del sacco edilizio della città. Anni in cui hanno demolito la Palermo liberty di inizio secolo per soddisfare gli interessi famelici di famiglie mafiose vincenti alleate a galoppini, portaborse, palazzinari, cacciatori d’appalti e molti quaquaraquà . L’accusa per il sindaco democristiano è associazione mafiosa ed esportazioni di capitali. Dieci giorni dopo le manette scattano per gli esattori Nino e Ignazio Salvo. Sta crollando il mondo in Sicilia. I Salvo oggi sappiamo essere uomini che avevano giurato fedeltà alla massoneria e a Cosa Nostra, anche se è giusto ricordare che i massoni spesso non sanno nulla della mafia. Il vero grumo di potere dei Salvo è la politica. Grazie ad essa prelevano  per il loro guadagno dal servizio di esattoria regionale il 10 per cento degli introiti contro il 3 delle altre parti d’Italia. Cosa Nostra deve reagire.

L’estate del 1985 è terrorismo contro gli investigatori di Falcone. In nove giorni muoiono uccisi il commissario Giuseppe Montana, il vice questore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Alla questura di Palermo sarà spedita una foto che ritrae insieme Ninni Cassarà, Rocco Chinnici e Giovanni Falcone con la barba e l’impermeabile. Esplicito il messaggio di morte all’unico della foto rimasto in vita. Ma l’ordinanza del maxiprocesso è pronta. Falcone però deve difenderla sui giornali.  Dichiara a Repubblica il 13 aprile 1985: “Sorprende un’affermazione che viene fatta ad alto livello secondo la quale i maxiprocessi costituiscono una risposta rudimentale alla criminalità organizzata. Sono sorpreso, e debbo dirlo amareggiato”. Il 10 febbraio del 1986 si apre il maxiprocesso. In aula si fronteggiano accusa e difesa. Grandi avvocati e professori universitari temono la nuova inquisizione contro il diritto. Cosa Nostra diventa show mediatico tra boss e pentiti. Sugli spalti arrivano studenti che fanno tesi sulla mafia, scolaresche portate da professori sensibili e persino comitive di turisti stranieri che ricevono i ringraziamenti da parte dei giudici. Il 18 aprile 1987 Falcone ha a disposizione un nuovo Buscetta. Si chiama Antonino Calderone, ha una memoria di ferro e sa tutto quello che è accaduto a Catania. Per Falcone è safari di caccia grossa in tutt’Italia alla ricerca di 160 compari alleati di marsigliesi e mafie di mezzo mondo. Si parla di politica. E i giornalisti che pubblicano i verbali vengono arrestati per peculato “perché non se ne può di queste maldicenze”. Il maxiprocesso arriva alla sua prima tappa. Dopo 22 mesi di udienze e 36 giorni di camera di consiglio ancora una volta il mondo intero sente che la mafia a Palermo ha avuto 19 ergastoli e 2665 anni di reclusione. Sono 114 le assoluzioni. Il 31 gennaio 1992 la Cassazione conferma le principali pene. Ma in mezzo c’è una sentenza d’appello che sconfessa il lavoro del pool . Fino a quando hanno perseguito i mafiosi di strada erano eroi. Appena indagano sui colletti bianchi gli azzeccagarbugli si mettono a spaccare il capello in quattro.

In Sicilia e in Italia niente è facile. Quando Caponnetto si ritira a Firenze lascia un’indicazione molto chiara a favore di Falcone. Da poco Paolo Borsellino è stato mandato alla procura di Marsala perché il merito può contare di piu’ degi anni di servizio. A Palermo gli ermellini del Csm scelgono il vecchio criterio dell’anzianità e nominano Antonino Meli. Un magistrato che aveva istruito il suo ultimo processo penale a Varese nel 1949. Il verdetto segna quattordici voti per Meli, dieci per Falcone, cinque astenuti. E’ il 19 gennaio. A bocciatura avvenuta i cronisti assiepano il Palazzo di giustizia di Palermo. Falcone esce e dichiara: “Si continua a lavorare come sempre. Resto al mio posto e non faccio commenti”. I commenti saranno privati con Caponnetto. C’è l’amerazza del tradimento di Vincenzo Geraci, uno del pool. L’uomo che ha piu’ seminato germogli contro la lotta a Cosa Nostra comprende molte questioni. Il 30 luglio 1988 chiede di essere trasferito e dichiara pubblicamente con una lettera che il pool ha ormai  i giorni contati. Meli ha distrutto le fondamenta giuridiche costruite dal pool basate sull’unitarietà di Cosa Nostra e la centralità giudiziaria di Palermo sulla competenza dei processi di mafia. Meli rifiuta i processi che Borsellino vuole inviare da Trapani dove si è trasferito e solleva alla Suprema corte il conflitto di competenze per un processo alla mafia delle Madonie tramesso dal giudice istruttore di Termini Imerese.

Falcone era anche uomo di mediazione e dissimulazione siciliana. Si spiega in questo modo la pace che firma con Meli il 26 novembre. Quello che resta del pool istruisce, mentre a Meli spettano le decisioni.  Giacomo Conte e Giuseppe Di Lello abbandonano. Falcone li chiamava affettuosamente “gli ayatollah”. Sono magistrati politicamente intransigenti, puristi che non mollano sui principi. La stagione dei trionfi e del consenso è lontana.

L’ordigno dell’Addaura non è un semplice attentato. Pochi sapevano che quel giorno Falcone si trovasse in quel posto. Con il magistrato svizzero Carla Del Ponte e il commissario Gioia impegnati in un’attività di coordinamento alla ricerca di conti segreti mafiosi. I retroscenisti attribuiscono significato dietrologico alle telefonata giunta da Andreotti dopo lo sventato attentato. Il divino Giulio non aveva mai avuto contatti con Falcone prima di allora. Mentre  Falcone sarà tartassato dalla stampa di destra per una presunta telefonata fatta ad Andreotti su un pentito da quattro soldi che accusava Lima. Si tratta di Giuseppe Pellegriti un millantatore smascherato da Falcone in poche ore d’interrogatorio. L’unica cosa certa dell’Addaura è che Falcone in quell’occasione parla di “menti raffinatissime” che non possono essere quelle di Cosa Nostra. In molti lavorano per far sembrare l’Addaura un falso attentato provocato dallo stesso Falcone. La polemica cresce otto giorni dopo l’attentato quando il Csm all’unanimità lo nomina procuratore aggiunto di Palermo accettando di diventare il vice di Pietro Giammanco, un capo della procura troppo legato ai vecchi riti. Anche le lettere scritte nell’estate del 1989 dal cosiddetto “corvo” furono concepite contro Falcone. Si parlava anonimamente del pentito Contorno, autore di omicidi, gestito da funzionari di polizia e magistrati in modo molto anomalo. I responsabili: De Gennaro, Falcone, Ayala e Giammanco. Una lettera viene indirizzata ad Achille Occhetto per segnalare che Falcone si è venduto per un posto di procuratore aggiunto creato ad hoc dagli interessi governativi. L’autore delle lettere? Fu condannato il giudice Di Pisa. Poi prosciolto e riabilitato. Quando la giustizia processa la giustizia difficilmente si rintraccia una verità.   Ironia della sorte si troverà magistrato di turno il giorno della strage di Capaci.  Gli schizzi di fango non fermano il giudice Falcone che l’anno successivo riesce ad inquadrare  i rapporti tra siciliani e narcos colombiani grazie alle rivelazioni del pentito Joe Cuffaro, un palermitano trapiantato a New York che è in grado di spiegare come imbottigliano la morfina liquida a Marsala facendola passare per vino pregiato. Ma i veleni non si sopiscono. Il sindaco Leoluca Orlando tipico esponente della politica della retorica, piu’ di quella dei fatti, accusa Falcone di tenere nascosti nei cassetti le prove dei delitti eccellenti. Sempre piu’ la lotta antimafia si trasforma in lotta politica. Orlando sarà il piu’ svelto ad esprimere cordoglio quando il giudice crepa in ospedale la sera del 23 maggio 1992. Prima Falcone era democristiano, comunista, socialista, laico, amico del potere. Sempre ad un passo da una candidatura politica che mai ci sarà. Bocciata invece la sua candidatura al Csm. A Palermo l’aria si era fatta pesante per Falcone. Lo comprende nel marzo del 1991 quando telefona dal suo ufficio un giovane collega di Enna per chiedere notizie su un imputato per mafia. Ovviamente Falcone collabora. Pochi minuti e telefona Giammanco. Il procuratore capo è informato della telefonata appena fatta e del suo contenuto. Ha chiamato anche ad Enna al giovane collega per ricordargli chi è il capo della procura. Falcone è spiato e delegittimato. Il magistrato simbolo della lotta antimafia non aveva dimenticato il consiglio di Rocco Chinnici: “Tenga un diario”. Falcone pagine di quel diario dattiloscritto le consegnerà alla giornalista Liana Milella del Sole 24 Ore per lasciare una traccia.  Saranno pubblicate dopo la morte di Falcone, rispettando il mandato ricevuto. Le gesta del “Capo” non sono onorevoli. Il diario era conosciuto anche da Paolo Borsellino. Era contenuto in un agenda elettronica. I file sono stati probabilmenti distrutti la notte della strage.

Per tutti questi motivi Falcone va a Roma accettando la sponda operativa istituzionale di Martelli avallata anche dal presidente Cossiga. Falcone combatte dalla capitale. Agli affari penali del ministero incide di piu’. Lo bloccano per un suo incarico alla Superprocura. Decisa l’opposizione del Pci per spirito di bottega. Falcone è anche un gran comunicatore. Spezza l’isolamento conquistando l’opinione pubblica. Quando va da Maurizio Costanzo incanta le folle.  Inizia a collaborare come editorialista alla Stampa. Scriverà con Marcelle Padovani  “Cose di Cosa nostra” un best seller che è un pugno nel naso contro la mafia e i suoi detrattori.

L’opera governativa di Falcone ha ancora oggi degli effetti. La nascita della Direzione nazionale antimafia, lo scioglimento dei consigli comunali infiltrati dalla mafia, il fondo per le vittime del racket. Falcone fa in tempo a vedere anche Ciancimino condannato per mafia. Poi il grande botto di Capaci.

Con quella strage muore la Prima Repubblica. L’Italia è un paese allo sbando. Le inchieste di Tangentopoli sono in corso. Per la prima volta i mafiosi sono processati e condannati e i politici ladri finiscono in carcere. La preferenza unica nel nuovo Parlamento ha premiato i boss del clientelismo meridionale, mentre da Nord avanza la protesta della Lega. Un padre della patria, Norberto Bobbio in quei giorni scrive: “Mi vergogno di essere italiano” Le camere riunite da giorni non riescono ad eleggere il successore di Cossiga. Andreotti tenta di salire al Colle. I riti bizantini partitocratrici prevalgono su tutto. La tragedia di Capaci costringe a trovare una soluzione. Con l’attentato il divino Giulio ha perso ogni speranza di diventare presidente. A posteriori i pentiti daranno una lettura politica della vicenda che al momento non ha basi e riscontri oggettivi. Il lunedì mentre si svolgono i funerali di Falcone e degli agenti viene eletto presidente Oscar Luigi Scalfaro, una sorta di Pertini bianco. Ex magistrato, uomo d’altri tempi, democristiano atipico che sbroglia la situazione al Palazzo.

I funerali di Falcone trasmessi in diretta televisiva non hanno nulla di simile a quelli di altri magistrati uccisi da mafia e terrorismo. L’Italia attonita guarda Rosanna Costa, la vedova dell’agente Schifani al microfono che dice: “A nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato… chiedo innanzitutto… che venga fatta giustizia…..adesso… rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro… Io vi perdono però dovete mettervi in ginocchio”. La politica della Prima repubblica questa volta non si accorge che è il loro funerale, non è un omaggio ad un eroe della nazione. Cossiga è in Francia dal figlio e segue le esequie in televisione. Caustico ricorderà nelle sue memorie: “Io sono persona forte di stomaco, ma quanto vidi accanto alla sua bara alcuni personaggi, magistrati e non magistrati, ebbi una così forte crisi di nausea che mi recai in bagno a vomitare…”. Monetine, insulti, e schiamazzi colpiscono i volti della politica che entrano a Palazzo di Giustizia dove per la prima volta sfila tutta Palermo. La città da morto ne celebra i meriti e lo piange. Secondo Claudio Fava “Palermo non amava Falcone”. Era incompatibile con i suoi ferrei principi e con il suo senso dello Stato. L’attentato di Capaci restituisce il suo giudice piu’ celebre alla storia della città. L’ambasciatore americano in Italia, Peter Secchia, che ha partecipato ai funerali di Palermo scrive al Dipartimento di Stato: “I siciliani, che hanno patito per generazioni sotto il giogo della mafia, ne hanno abbastanza della pietà. Ora sembra che vogliano giustizia” L’albero sotto casa di Falcone in via Notarbartolo è diventato un simbolo. Compaiono le lenzuola bianche con le scritte: “Falcone vive”, “Fuori i mafiosi dal governo”, “Palermo chiede giustizia”.

Giustizia sarà in qualche modo. Ultimo che compie la sua missione. La cattura di Brusca con un entusiasmo da stadio da parte dei poliziotti. La procura di Caltanissetta  ha condannato mandanti ed esecutori. Il magistrato Luca Tescaroli pm nel processo di Capaci è convinto che la mafia operò insieme ad appartenenti del ceto politico, imprenditoriale, finanziario e con settori deviati delle istituzioni. In Italia si sa che non c’è mai fine alle sorprese e alle sentenze. Resta Giovanni Falcone. Un eroe vero nel paese dei voltagabbana. E’ morto ammazzato. Il suo sacrificio alla fine ha convinto tutti che era il migliore nella lotta alla mafia. Lo avevano capito bene gli americani del Fbi che gli hanno dedicato un giardino nella loro sede. La sua foto è forse un santino idealizzato. Film e fiction ne hanno aumentato la popolarità. Continueranno a scrivere dei misteri e delle trame che lo circondarono per abbatterlo. Falcone e’ un grande italiano già consegnato ai libri di storia. Tra tante carte scritte, molte memorie, diverse opinioni, immancabili interrogativi, testimonianze ancora da cercare, ci siamo permessi di aggiungere anche questa storia. Che è la ricostruzione di una vita. Quella di Giovanni Falcone. L’uomo che con la sua morte modificò la vita di una nazione.

Testo tratto dal mio libro “Toghe rosso sangue” edizioni Città del Sole (Tutti i diritti riservati) 

Sono state apportate solo delle piccole modifiche rispetto alla stesura originale del 2009