Ei fu.

Ernesto D’Ippolito, cosentino d’illustre vita, avvocato di oratoria colta e  giurisprudenza  atletica, intellettuale laico e massone aperto non è più tra noi a recarci il confronto del pensiero libero e il conforto dell’amicizia disinteressata.

Ho atteso a scriverne il ricordo da quando cinque giorni or sono ho appreso la notizia nella mia Itaca avvisato dall’amico Luca Addante che da Torino m’informava della dolorosa dipartita del nostro comune maestro pur se frequentato in contesti e ambiti diversi.

Cercavo una foto per commemorare D’Ippolito. E’ quella che appare ad illustrare questo scritto del mio blog. Si deve alla capacità di Rosita Gangi, collega giornalista di una squadra che fece scintille ai tempi del Quotidiano della Calabria, e che per spirito di squadra e di mestiere mai perso, è stata capace di ritrovare un’instantanea di D’Ippolito giovane e magro con una pattuglia di liberali cosentini che circondano Giovanni Malagodi, il leader nazionale del partito fondato da Cavour. Quella foto la pubblicammo sul giornale quando il glorioso bar Manna di piazza Kennedy chiuse i battenti. Non l’avevo mai dimenticata. Un grazie a Rosita per averla ritrovata in un archivio di famiglia privato.

Ernesto D’Ippolito fu fin da giovane aderente ai liberali di sinistra iniziando un percorso intellettuale rigoroso e degno di riconosciuto apprezzamento.

Per circa quattro lustri nel consiglio comunale di Cosenza partecipò ad una delle stagioni più felici della politica bruzia confrontandosi con uomini di diverse idee ma di uguale livello. Fu chiamato a reggere le sorti del piccolo ma pugnace partito a livello regionale. Non fu mai tentato dal carrierismo politico ma ne visse la passione disinteressata. Dopo Tangentopoli fu vicino alla risorta destra italiana ma solo come pensatore e intellettuale d’area.

Non mi addentrerò nelle specifiche massoniche che lo portarono a raggiungere i vertici nazionali perché non ne ho le competenze e le conoscenze necessarie. Ho sempre ammirato il suo portare il compasso all’occhiello della giacca. Erede della migliore tradizione cosentina di tali riti, egli ha sempre avuto un ragionare netto sui valori laici della libertà. Difese Licio Gelli al processo di Palmi istruito da Agostino Cordova ma consigliò di consegnare gli elenchi degli associati in merito alla recenti questioni che hanno gettato sinistre ombre sui sostenitori del libero pensiero. Era fratello di Valerio Zanone, Enzo Marzo e delle migliori menti liberali. Immerso nell’agire risorgimentale sarebbe stato a suo agio nelle barricate italiane del 1848 e nella spedizione dei Bandiera. Visse da esiliato in Patria i furori del secolo breve tenendo coerenza al principio e all’idea che ha portato intatti nel suo feretro.

Fu avvocato brillante e curiale. Le sue arringhe a palazzo di Giustizia erano pezzi da teatro. Ricordo bene quella che fece in difesa dei Frangella, agricoltori di Falconara accusati ingiustamente del turpe e infame delitto di Roberta Lanzino. I richiami al liquido amniotico per spiegare le frasi estorte all’accusato dall’interrogatorio di polizia e i fendenti a noi sostenitori del politicamente corretto che volevamo una sentenza per tesi e non per prove.  Si scherniva definendosi “avvocato di provincia” ma il suo talento era apprezzato nella Camere penali di tutto il Paese. Venerato dai suoi collaboratori, esigente nelle consegne e nelle ritualità di studio. In processi lunghi  in aula si sosteneva con un latte macchiato servito in vetro che il giovane procuratore portava con premurosa puntualità. Amava discorrere con i giovani avvocati di talento e di buone letture.

Io, il libero pensiero di D’Ippolito lo scoprii nel 1979 all’indomani del celebre blitz del generale Dalla Chiesa all’Università della Calabria. Era una mattinata effervescente quella che si visse alla sala della Camera di commercio di via Alimena. Stavo con i compagni autonomi  in esubero di ormoni. Erano volati sedie e schiaffi dopo l’intervento di Franco Ambrogio retore pecchiolista del Pci emergenziale e c’era voluto il carisma e l’esperienza del socialista Michele Cozza per pacificare quel pandemonio. Alla quiete dopo la tempesta sale sullo scranno D’Ippolito. Io e i miei compagni avevamo una visione dei liberali come dei fascisti con la cravatta (eravamo ben pedestri nell’uso dell’ideologia) e increduli ascoltiamo questo discorso degno del miglior Sciascia. Il liberale D’Ippolito fece strame in quella circostanza dell’irruenza sbirresca esaltando la difesa del libero pensiero qualsiasi idea esso propugni. Accusò l’intervento poliziesco all’interno dell’Università senza avviso al rettore e  da par suo elogiò lo stato di Diritto assediato dall’emergenza. Concluse tra gli applausi scroscianti di rivoluzionari e intellettuali garantisti che a Cosenza a quel tempo erano nutrita schiera. Se a posteriori riflettiamo che il generalissimo era in odore di P2 ricaviamo che quel giorno il prode D’Ippolito difese le idee e non l’obbedienza.

Fu quindi più scontato anni dopo ascoltarne l’intervento garantista in presenza di Adriano Sofri in una manifestazione organizzata ad Arcavacata da Enzo Paolini a difesa dell’ex leader di Lotta Continua per l’intricata vicenda del delitto Calabresi. Mi ritrovai spesso nel crescere degli anni a fianco dell’avvocato D’Ippolito. Davanti alla targa in piazza Prefettura che ricorda la presa di Porta Pia e la fine della Teocrazia, c’era ad accogliere le spoglie del patriota Salfi recuperate a Parigi  da Luca Addante, suo giovane discepolo politico nei dibattiti in difesa dei principi laici.

D’Ippolito è stato un costante protagonista del dibattito pubblico cittadino. Egli ha sempre preso parte con propria firma agli interventi sulla stampa locale. Dai periodici ai quotidiani. Sostenitore del “Giornale di Calabria” fino alle drammatiche ultime ore del quotidiano, fu amico di Piero Ardenti con cui aveva condiviso le stagioni della gioventù liberale insieme a Marco Pannella, e ne difese anche le cause penali nei processi di diffamazione a mezzo stampa.

Anch’io da direttore di giornale ho avuto con D’Ippolito un intenso confronto intellettuale. Nel mio archivio cosentino conservo un breve ma significativo carteggio su cui mi riprometto di metter mano. Mi gratificò anche di un bellissimo incontro. L’avvocato aveva organizzato un riconoscimento per Stefano Rodotà, suo antico sodale. La manifestazione al Rendano fu preceduta da un’aperitivo a casa D’Ippolito con pochi  convenuti. M’invitò a parteciparvi e confesso il compiacimento di quel dialogare amabilmente attorno ad un calice. Fu generoso nel presentare il mio libro “Toghe rosso sangue” nella sala dell’Ordine gli avvocati. Penso che uomini come D’Ippolito siano preziosi per come si aprano al mondo dei più giovani offrendo una concezione dinamica del pensare.

Ha guidato anche l’Accademia Cosentina. Non gli farò torto dicendo che in quel luogo troppa polvere recentemente si è posata sul pensiero della tradizione. Da troppo tempo in quegli scranni c’è poco movimento utile alla nuova difficile epoca. Non vorrei apparire saccente ma spero che presto e con l’ardire dell’Utopia qualcosa si muova con copernicana rivoluzione. Anche per meglio ricordare l’agire di Ernesto D’Ippolito.

Ei fu. Ernesto D’Ippolito, libero pensatore, avvocato, cosentino illustre.

Che la città di Telesio l’innovatore ti ricordi per come meriti di essere ricordato.