Non ho ricordi del Carnevale di 40 anni fa. Ricordo molto bene, invece, la carnevalesca ma cruenta cacciata di Luciano Lama dall’università La Sapienza a Roma. A quel tempo la scissione della Sinistra fu traumatica e violenta. Poggiata tutta su idee e principi. L’egemonia era collettiva e non guardava alle poltrone da occupare. Il magmatico Movimento in alcune vaste componenti aveva presente la questione del lavoro legata all’automazione e alle macchine. Netto rifiuto del lavoro salariato e richiesta di salario sociale garantito oggi diventato reddito di cittadinanza ancora in piedi nell’agenda politica della nuova crisi.  Era la schiera dei non garantiti. Dall’altra parte il grande Pci dell’avanzata elettorale di Berlinguer. La politica dei sacrifici, l’unità popolare per l’alleanza con la Democrazia Cristiana, il Pci austero schierato a difesa dello Stato. Teso alla socialdemocrazia ma ancoro imperniato, non nelle tesi ma nella personalità, dell’antico stalinismo che demolisce e annienta le sue ali estreme con ogni mezzo necessario.

In effetti quello scontro nella mia vita da studente di quarto ginnasio si era manifestato qualche settimana prima. Ad un’assemblea cittadina dei rappresentanti di classe delle superiori organizzata dalla locale Fgci, molto radicata in diverse scuole, grazie agli studenti pendolari della rossa Presila che aveva accolto Ingrao resistente al fascismo. Il cinema Italia a Cosenza era stato riempito grazie all’impegno de i giovani dirigenti che avevano all’epoca già D’Alema come leader di riferimento. Noi siamo una trentina in larga parte dei Circoli del proletariato giovanile.  Incredibile, ma con noi si aggregano un paio di ciellini. Entriamo strappando la delega. Ci tollerano altezzosi. Occupiamo due file di sedie. Legge una lunga, interminabile, relazione il segretario cittadino Massimo Ciglio. Oggi è uno straordinario dirigente scolastico che propone buona scuola con attività meravigliose. Negli anni successivi sarà un mio significativo punto di riferimento politico e culturale. Ma anche un grande amico.

Bordate di fischi. Slogan creativi. Nicola Adamo, una futura carriera politica di lungo corso, era già un leader di peso. Ci affronta a muso duro e con coraggio. I nostri compagni del Professionale si erano ben forniti nelle loro officine di pezzi lavorati in ferro. Scoppia la baraonda. Sembra un saloon dei film western. Il tutto dura un dieci minuti. Qualche studente chiede ai propri referenti della Fgci: “Chi sono?” “Fascisti travestiti”. Usciamo con i pugni chiusi. Andiamo alla villa comunale. Il fotografo a pagamento con la macchina a treppiedi scatta un’instantanea che ancora vado cercando.

Pensando bene, mi ricordo del Carnevale a Cosenza. Ricordo quella brutta abitudine degli adolescenti dei quartieri periferici nello scontrarsi a colpi di mazzate per le vie cittadini. I più cattivi, quelli delle periferie, riempivano quelle clave di plastica di carta per far più male. La violenza al tempo era molto diffusa. In quei giorni le studentesse vivevano un patema assurdo, figlio di un maschilismo congenito. Aggredite e picchiate a mazzate solo per il fatto di essere ragazze. Ma anche da quel versante stava per montare la riscossa.

A Roma, in quel febbraio, cavalcavano gli avvenimenti. Sapienza mobilitata contro la riforma Malfatti. Come nel ’68 si muovono i fascisti. L’organizzazione universitaria del Msi, il Fuan,, assalta con molotov e pistole l’assemblea di Lettere. Negli scontri, un ragazzo del Movimento, Guido Bellachioma, viene colpito alla testa e  portato in fin di vita al Policlinico. Un altro ragazzo di sinistra è ferito lievemente. Lettere occupa e chiama a raccolta il Movimento.

Il giorno dopo un corteo armato e molto determinato va all’assalto della sede del Fronte della Gioventù  di via Sommacampagna e la brucia con una pioggia di molotov. I circa duemila studenti muovono verso la vicina piazza Indipendenza per raggiungere la facoltà di Magistero occupata. Da una 127 bianca escono due agenti in borghese della Polizia del ministro Cossiga che presto sarà insignito del K e delle doppie esse naziste. Secondo versioni del Movimento sparano sul corteo. Nasce una guerriglia allucinante. Colpiti un poliziotto, un vigile urbano e un conducente di autobus. Anche due studenti, Paolo Tomassini, di 24 anni, e Leonardo (Daddo) Fortuna, di 22 anni, vengono gravemente feriti. I due studenti saranno poi imputati di tentato omicidio nei confronti dell’agente. “Paolo e Daddo liberi” diventarà refrain del movimento. Nel pomeriggio Almirante è assediato al quartiere Trionfale in una sezione del Msi. A Torino “I Cangaceiros”, nome mutuato dal film di Rocha e dai fumetti di Mister No, spaccano vetrine di negozi e lanciano molotov contro una scuola privata. L’Italia scivola verso la guerra civile e sembra non accorgersene. Per chi ama i dettagli una buona cronologia anche se di parte la trovate qui (http://giovaninternazionalisti.forumcommunity.net/?t=35025514)

In quei tempi privi di cellulare la documentazione fotografica si avvalse di un bravo fotografo: Tano D’Amico. I suoi scatti sono diventati Storia. Oggi dichiara che lui non voleva fotografare il Movimento ma fare il Movimento. Tano, tra le tante foto, fece lo scatto cruciale di Paolo e Daddo che sembrano ritratti nel film “Giù la testa”. Uno ferito, l’altro lo sorregge e tiene in mano due pistole. Tano che non era mercenario non la fece vedere a nessuno quella foto. Come in un romanzo di Dumas, vent’anni dopo, Daddo incontra Tano nella redazione de “Il Manifesto” e lo rimprovera: “Ma perché non l’hai pubblicata?”. Tano: “Ma era la tua vita, c’era il tuo sangue”. Daddo: “E’ tua, è il tuo lavoro”.  Per approfondire la cronaca di quella giornata e di quella foto consiglio il libro “Paolo e Daddo” di Derive e approdi.

Tra le tante foto belle e significative di Tano D’Amico c’è quella del dopo la cacciata di Lama con gli studenti camuffati dietro il cancello  di una porta dell’Università ben ritti sopra un’auto sportiva devastata. Da una sua  testimonianza, su Facebook, ho scoperto che in quel quadro guerrigliero c’è anche il giovane cronista del Manifesto Gianni Riotta: “La foto di Tano D’Amico vede me reporter, unico a volto scoperto, ultimo a sinistra accanto alla povera Karmann Ghia spyder. Pensavo: È finita una sinistra. Altre ne verranno, questa è finita. Troppo sangue, troppo odio, presto troppi morti. Uscimmo nel pomeriggio, solo sventolando la tessera rossa dell’ordine.”

Ho già scritto in un post precedente che il cronista che meglio raccontò la cacciata di Lama è stato Carlo Rivolta sulla neonata Repubblica. Quarant’anni dopo i fatti sono noti. Il Partito Comunista pensava di portare ordine nell’università occupata con gli edili e il servizio d’ordine del sindacato. Pajetta fece il duro. Occhetto e Ingrao si sfilarono. Lama non sapeva dove era andato a ficcarsi, la Fgci di Veltroni era indecisa tra andare e non andare come in un film di Nanni Moretti. Gli operai spaccarono la testa alla creatività degli indiani. Autonomia guidò la carica spontaneista del Movimento. Messi in fuga e buttati fuori dalla Sapienza il Pci e la Cgil. Distrutto il camion rosso che aveva guidato centinaia di manifestazioni sindacali sin dai tempi del dopoguerra. Entrarono in crisi amicizie, amori, rapporti umani. Tanti giovani e studenti mollarono il Pci definitivamente. Nulla sarà più come prima.

In tutta Italia lo schema è dato. Due sinistre, due società. due diverse concezioni del vivere e della politica. Davanti al mio liceo la settimana successiva i capannelli sono feroci. Nei mesi precedenti avevamo occupato scuola tutti assieme dai socialisti fino ai filobrigatisti tenendo assieme anche i cattolici su contenuti molto politici. Una sorta di miracolo locale. Ora andava tutto in pezzi. Manifestazione sindacale provinciale. Tutti sapevamo che andavamo a replicare Roma. Da una parte e dall’altra.

Poche ore dalla cacciata di Lama e in una piazza ci fu il primo scontro con il servizio d’ordine del sindacato e la polizia.  Io ero con Ottavio, figlio d’elettricista, cresciuti assieme nella vecchia città tra vicoli e strade. Ragazzini di 15 anni serrati nei cordoni. Non vogliono farci entrare nella piazza del comizio.  Un bastone che quasi non lo tengo in mano con una striscia rossa appesa, e a fianco uno dei nostri che ha una mannaia e vuole il moncherino di un celerino o del sindacalista.  La paura c’è ma l’incoscienza la fa scomparire. Gli operai della Legnochimica menano brutto. Peggio dei poliziotti.  Occhiali rotti, labbra spaccate, uno studente preso e portato a forza nella pantera della Polizia, un sasso infrange il lunotto posteriore. Un corteo va verso la questura. “Michele in libertà o bruciamo la citta’”.  Può’ succedere di tutto. Michele che ci corre incontro libero è un’immagine indelebile. Quasi quanto Antoine Doinel che fugge verso il mare ne “I 400 colpi”.

Splendeva il sole quella mattina di febbraio. Tornando in festa a Palazzo degli uffici, piazza rossa che si andava scomponendo nelle nuove appartenenze, qualcuno scrisse sul muro con uno spray:“Le rovine non ci fanno paura. Erediteremo la terra”.