A Robinson, inserto culturale de “La Repubblica”, ieri hanno perso un’occasione. Quella della Memoria e di poter affrontare meglio una storia umana e professionale della loro  Storia.

Approfondimento sul 1977 a pochi giorni dal quarantennale dalla cacciata di Lama dall’Università di Roma. Grafica adeguata, valorizzazione delle foto di Tano D’Amico, intervista ad Asor Rosa, analisi (non entro nel merito), testimonianze, buone pagine, consumi culturali d’epoca.

Ma registro un clamoroso vuoto segnato anche da una data. Proprio l’11 febbraio, 35 anni fa, volava da una finestra in crisi d’astinenza, Carlo Rivolta. Morirà cinque giorni dopo a 34 anni nel fior degli anni.

Rivolta chi era costui? Uno straordinario cronista che rese robusta la giovane “Repubblica”, nata pochi mesi prima, e che grazie alla sua capacità di conoscere dal di dentro il grande magma in ebollizione di quel Movimento consentì una narrazione chirurgica e obiettiva di quegli avvenimenti che sconvolgevano l’Italia e la sinistra. Ne nacque uno straordinario paradosso. Scalfari nei suoi editoriali apostrofava come “barbari” autonomi e indiani metropolitani. Gli stessi leggevano il tabloid  per le cronache di quel gauchiste che Massimo Lugli così descriverà a futura memoria dopo la sua scomparsa: “Il giubbotto di renna sdrucito, la barba incolta, la moto, una fantastica Honda 350 verde che coccolava quasi quanto i suoi cani”.

Sapeva muoversi in quel grande acquario Carlo raccontando con grande onestà lo scontro furente tra le due società. Ma non era un pranzo di gala scrivere le notizie del mondo che conosceva bene e verso cui non fece mai grandi sconti.

I suoi pezzi danno fastidio. Alla manifestazione di fuoco del 12 marzo 1977 uno dei “volsci” lo riconosce e lo schiaffeggia. Radio Onda Rossa processa i suoi pezzi in diretta. Eppure la sua cronaca oggettiva della cacciata di Lama (a mio parere la migliore di quel giorno) era stata ineccepibile. Tra i pochi a raccontare l’attacco  suicida del servizio d’ordine della Cgil che avvia lo scontro di massa.

Carlo continuerà a raccontare e scrivere con il sacro fuoco dei giovani cronisti. Nei ristoranti dove trova compagni  autonomi sputano al suo passaggio. Alla manifestazione dove muore Giorgiana Masi si becca un sasso sulla fronte “e in molte case del Movimento si brindò” racconterà lui stesso. Che non molla la cronaca neanche davanti all’avanzare del Partito armato che fagocita il ’77 nelle sue fauci. Carlo scrive l’articolo di cronaca dell’edizione straordinaria di Repubblica del 16 marzo 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro. Uno degli articoli più letti della storia italiana.

E il gioco qui si fa duro. Le Br emettono un verdetto di morte dal campo dell’Asinara. Santillo, il capo dell’Antiterrorismo, gli consiglia di prendere il porto d’armi perchè  non ha scorte per tutti i bersagli. Carlo non ci pensa proprio a prendere una pistola, la sua arma è la macchina da scrivere. Ma è terrorizzato dalla sua ombra. Due fidanzati sotto casa che si baciano possono essere i suoi killer.

Anche se lui la racconterà diversamente, per la mamma, Carlo inizia ad incrociare l’eroina in quel tragico frangente.

A Repubblica Carlo Rivolta ha avuto grandi amicizie personali come quella con Enzo Forcella. Ma il direttore Eugenio Scalfari non ne amava l’indipendenza. Infatti farà pagare caro a Carlo il fatto di aver partecipato ad un dibattito su “Prima comunicazione” sugli arresti del 7 aprile contro l’Autonomia e di aver firmato per motivi democratici un numero della famigerata “Metropoli”. Sarà licenziato.

Scalfari su quei fatti tace e infatti ha anche negato l’intervista al suo cronista Mauro Favale che insieme a Tommaso De Lorenzis  hanno tracciato attorno al profilo di Rivolta lo splendido libro “Un’aspra stagione”. Carlo è stato narrato bene in diverse pubblicazioni. La prima ha una significativa prefazione di Giacomo Mancini che lo ebbe come addetto stampa ed uscì ad un anno della morte “Carlo Rivolta. Un cronista degli anni ’70”. Sono seguiti “Travolto dal riflusso” scritto da Andrea Monti e  le belle pagine della coetanea Lucia Annunziata nel suo libro sul ’77 e della nidiata di “Repubblica” non si è neanche sottratto Concetto Vecchio nel suo “Le ali di piombo”:

Per anni il 16 febbraio su “Repubblica” è comparso solo un necrologio appassionato dove la mamma di Carlo, la signora Chidichimo ricordava il figliolo che tanta cronaca maledetta produsse tra “Lotta continua” e vita molto spericolata. Da quello io sono partito per conoscere questa storia generazionale che è anche la mia, mandando il mio corrispondente di Trebisacce del Quotidiano della Calabria, Franco Maurella, ad andare a cercare notizia sulla tomba calabrese dove Carlo è seppellito.

Concetto Vecchio ha scritto che “Un regista ci dovrebbe fare un film sulla vita di Carlo”: Uno, in effetti, è stato già realizzato. E’ l’opera prima di Cristina Comencini “Pianoforte” ma ne narra in forma anonima la sua tossicodipendenza.

Per questo motivo con Eugenio Furia (un Pico della Mirandola della storia di Repubblica), Mimmo Calopresti, Giacinto Licursi da qualche tempo lavoriamo ad un progetto filmico sulla vita di Carlo Rivolta che ne racconti la sua poliedrica vita di uomo, compagno del movimento, giornalista.

Peccato Robinson. Affrontare Carlo Rivolta era l’opportunità per Repubblica a 40 anni dei fatti per capire quel gran fiume carsico che tentò il difficile percorso di stare in mezzo allo Stato e al partito armato in senso largo. Avete sprecato un’occasione. Per voi e per un significativo gruppo dei vostri lettori.