Otto anni fa lasciava il mondo terreno Vittoria Vocaturo Mancini. Ribattezzata nella sua Cosenza, in Calabria e nel panorama istituzionale romano come donna Vittoria. Nel gergo popolare cosentino era “donna Vittò”. Tantissimi ragazze e ragazzi bruzi, pur non avendo legami parentali, la chiamavano zia Vittoria. Io tra questi, ma il mio legame parentale era autentico essendo figlia di una Ruffolo, sorella di mia nonna Cesira.

Ai molti che non sanno, ritengo utile e giusto far sapere la giovane Vittoria in che famiglia ebbe la sua formazione. Era cugina diretta di Giorgio Ruffolo autorevole personaggio del riformismo italiana e di Mauro Leporace avvocato e intellettuale di chiara fama. Figlia di un farmacista e fino alla sua scomparsa animatrice di cenacoli di borghesia illuminata cui facevano parte le amate sorelle e cugine e una parentela allargata che ben poteva stare in una sceneggiatura di Ettore Scola ambientata dagli anni del fascismo ai giorni nostri.

Vittoria fu donna della modernità in epoche difficili. Rimasta orfana di padre fu costretta ad interrompere gli studi (un cruccio che si portò per tutta la vita) ma non si lasciò incastrare da norme patriarcali e visse da donna libera con un protagonismo fenomenale.
Rappresentante di libri quando il lavoro femminile era una rarità. Bella per antonomasia e dotata di una stile elegante di grande fascino.
Ebbe un primo matrimonio che le diede tre figli (Pierluigi, Ermanna e Gabriella) e poi incontrò Giacomo Mancini, giovane vedovo lanciato nell’olimpo della politica nazionale. Scelse l’amore lasciandosi alle spalle convenzioni insolite per i bacchettoni anni Cinquanta.

Vittoria non va banalmente associata al luogo comune che dietro un grand’uomo c’è sempre una grande donna. Vittoria fu sempre a fianco di Giacomo con classe e personalità. Nei congressi, nei comizi, nei viaggi e negli incontri internazionali. Fu un punto di riferimento nella sua azione e nella vita privata. Donna dotata di significativa personalità fece del suo salotto romano un centro della vita politica della capitale. I big della politica, i personaggi della cultura e dello spettacolo che avevano uno stretto rapporto con Mancini trovarono in lei una persona cara e significativa. Grande amica di Marta Marzotto, Lina Wertmuller, Emilio Fede, Lino Jannuzzi, Marina Lante Della Rovere, Francesco Rosi, Nino Manfredi e l’elenco potrebbe continuare per decine di nomi. Fu una first lady significativa al punto che in epoche di elezioni quirinalizie, grandi rotocalchi come “Gente” la indicavano come ideale moglie di presidente della Repubblica. Stava a suo agio a fianco di Mitterand o in una casa di contadini.

Organizzatrice instancabile. Durante le campagne elettorali del marito dirigeva personalmente organizzazioni complesse affidando compiti e seguendo risultati. Organizzava incontri di caseggiato e allestiva segreterie. Curava ogni aspetto della logistica e della propaganda in modo ineccepibile. Ebbi fortuna di lavorare con lei a stretto contatto a Telecosenza apprendendo molto dal suo modello dirigista. Celebre per i suoi “cazziatoni” a chi sbagliava qualcosa o non rispettava consegna ma dotata di una generosità indimenticabile. Casi clinici disperati affidati a luminari della medicina, solidarietà fattiva ai bisognosi e una capacità d’ascolto oggi rara da riscontrare.

Fu a fianco di Giacomo sempre. Perno fondamentale dei momenti difficili. Indimenticabile nel travagliato processo per mafia. Insieme a Giacomo in ogni udienza in giro per l’Italia, non rilasciò mai una dichiarazione pubblica ma fu fondamentale nel sostenere il marito dall’accuse infamanti ordite da criminali incalliti e media compiacenti. In quel travagliato momento fu molto materna nell’accogliere a Cosenza il nipote Giacomo junior cementandone il rapporto con il nonno. Aveva appreso molto dalla politica e fu buona consigliera di Giacomo.

Fu indimenticabile la sua mano che carezza la bara del marito nel giorno dei suoi funerali. Si ritiro’ a vita privata da quel momento circondata dall’affetto dei figli e dei nipoti. A fronte di una piccola minoranza di cosentini che ne oltraggiavano la nomea ripescando come un mantra i titoli della macchina del fango del Candido di Pisanò, la gran parte della città le tributò sempre stima, riconoscenza e affetto. A distanza di due anni del decennale della sua scomparsa invito i parenti, gli amici, i compagni socialisti, le istituzioni a costruire un ricordo serio di questa autorevole cosentina. Perché donna Vittoria è stata una significativa presenza dell’emancipazione femminile del Novecento bruzio e calabrese.