Nel gennaio di quarant’anni fa avro’ sicuramente avuto noie di quadrimestre ginnasiale ma attorno a me il mondo andava in modo diverso da quello attuale.

Pochi ricordano o sanno che nelle prigioni italiane nel 1977 il clima non era pacifico. A Capodanno a Piacenza, durante la rivolta dei detenuti per le loro condizioni, la polizia penitenziaria (ma a quell’epoca anche i giornali “borghesi” scrivevano di secondini) spara ed uccide un detenuto in circostanze mai chiarite.

Due giorni dopo la rivolta si sposta al carcere di Venezia. Il 2 gennaio, invece, erano evasi in 13 dalla prigione di Treviso, uno di loro milita nelle Brigate Rosse.  Il 5 era stato un quartetto a lasciare Fossombrone, un commando armato invece aveva assaltato il carcere di a Lecco liberando altri “politici”. Fece molto sensazione che da Pozzuoli erano evase le compagne Maria Pia Vianale e Franca Salerno. Sono delle aderenti ai Nap (Nuclei armati proletari) organizzazione che nelle carceri politicizzava detenuti comuni.

Evito in questa breve nota l’elenco degli attentati di quel mese, ma a coloro che non c’erano o hanno dimenticato, rammento che la caserma dei carabinieri di Monza andò completamente distrutta e che le Bierre rapirono l’armatore Costa a Genova per finanziare la loro guerra rivoluzionaria verso la Stato.

Il clima, oggi possiamo convenire credo, era da piccola guerra civile.  Il capo del governo era Giulio Andreotti. Il grande Pci, l’anno prima aveva raggiunto il massimo risultato elettorale della sua Storia ma superato dalla Dc grazie ad Indro Montanelli che aveva ben orientato i moderati tricolore. Una strano e ambiguo compromesso storico si era messo in piedi con i moderati che si erano “turati il naso”:

Il divo Giulio annunciò il blocco della scala mobile e la riduzione dei consumi. Eh sì, a quel tempo, andava in questo modo per bloccare l’inflazione.

Una settimana dopo, al teatro Eliseo di Roma, il colpo di scena non è quello di Carmelo Bene ma quello di Enrico Berlinguer. Il segretario del Pci, all’Italia chiede “sacrifici”, lotta agli sprechi e austerità molto decisa contro “il consumismo dilagante”. Non si trattava di Latouche all’epoca sconosciuto, ma di tattiche politiche per entrare al governo. I sindacati confederali in un attimo dissero si’ all’austerità. L’Italia a quel tempo non vedeva ancora la tv a colori per volontà moralistica della classe dirigente.

Gli scandali non mancavano. Ad esempio il presidente della Corte di Cassazione era stato sospeso accusato di aver favorito la fuga del bancarottiere Sindona (all’epoca non si sapeva che  era in affari con Cosa nostra e in politica vicino agli andreottiani) Ma queste questioni, io, mi ricordo, che si davano per scontate.  Non erano agli occhi della nostra rumorosa e movimentata minoranza molto importanti.

Io ero finito nel Movimento. Bella parola ma un po’ più vaga di Partito Comunista o Democrazia Cristiana. Per noi i gruppi armati arano “compagni che sbagliano” ma le aree erano molto contigue. I nostri coetanei milanesi il mese prima avevano movimentato la prima delle Scala in modo diverso dai loro fratelli maggiori del Sessantotto. Non erano state uova ma pietre e molotov a impensierire i signori in smoking e pellicce.

Noi, per un mese in autunno, avevamo occupato il nostro Liceo classico. Il Telesio. Era stato molto divertente. Il pretesto politico all’epoca era facile da cercare e far approvare dalle assemblee di corso. Anche i cattolici stavano dentro ad occupare. Il cuore del problema era riprendiamoci la vita e la scuola. Godevamo del consenso implicito dei molti che apprezzavano non si tenessero le lezioni. Ma la partecipazione all’occupazione era alta. Lezioni alternative, teatro in ogni dove (la città per mesi era stata vivacizzata dalle incursioni del Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina) assemblee e manifestazioni avevano preceduto la mia prima vera “lotta’. Alla vigilia dell’Immacolata nella mia Cosenza si mangia una frittura tipica del posto. Godendomi questi “cuddrurieddri” ripensavo agli agenti della polizia politica che erano entrati a parlamentare per trattare la nostra uscita dopo 15 giorni di blocco delle lezioni. O andate via o vi carichiamo. Prendere o lasciare. Lasciammo.

Eravamo tra i 50 e i 100 (non sono preciso, ricordo bene soltanto quelli che sono  morti)  ad uscire dal Liceo a forma di tempio greco costruito in epoca di architettura neoclassica. Il nevischio graffiava il viso e imbiancava i nostri copricapo a quel tempo non griffati. Scendemmo in corteo dal vecchio corso della città antica cantando “L’internazionale”.

In larga parte eravamo nati tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta. Eravamo tutti figli del boom. Qualcuno di noi aveva gia’ ascoltato i Sex Pistols. Quasi ogni pomeriggio o sera andavamo al cinema.

Nell’Italia del 1977. quella rumorosa minoranza non aveva alcuna voglia di sacrifici. Anzi ai numerosi aderenti della FGCI (che non occupava di calcio ma era la federazione giovanile del Pci mi pare già guidata da Massimo D’Alema) gia’ ritmavamo “Sa-cri-fgci”. Per tal motivo in numerose città gruppi di giovani organizzati si presentavano ai cinema e teatri entrando gratis o autoriducendosi il biglietto. Il concetto era “cultura per tutti”.

In quel gennaio i compagni napoletani puntano il Teatro San Ferdinando. Polizia e carabinieri caricano e gli scontri sono da piazza cilena. Un numero enorme di giovani viene fermato. Almeno 37 finiscono arrestati a Poggioreale.

Alla vigilia della Befana a Roma per le strade del centro si era formato un corteo significativo di sole donne. Lo striscione che apre la manifestazione recitava: “Riprendiamoci la Notte”. Parafrasano cantando la celebre canzone di De Andre’ in questo modo: “Questa è’ la storia di Marinella, che lavava i piatti da mattina a sera, è l’uomo che la vide così brava, penso’ di farne la sua schiava”.

Qualche settimana dopo il parlamento con risicata maggioranza di qualche voto approvava la legge sull’aborto ancora illegale in Italia. A Catanzaro, sempre quel gennaio, iniziava il processo per la strage di Piazza Fontana.Mi ritrovai a partecipare ad una riunione in cui si affrontava seriamente la questione di assaltare il tribunale. Il tutto finì in parole per la fortuna di molti futuri destini e almanacchi. I “duri” erano molto incazzati con le “colombe” per la loro arrendevolezza.

Ma quel che stava preparando il vero botto accadde a Palermo. I grandi sussulti studenteschi, spesso nascono in quella città’. Anche il Movimento della Pantera del 1989 nascerà nel capoluogo siciliano allargandosi poi a macchia d’olio in tutt’Italia.

A dicembre, il burocratico ministro dell’Istruzione, il democristiano Malfatti, aveva emanato un decreto che limitava l’accesso agli esami per lo studente universitario bocciato. Ma anche aumento delle tasse, soprattutto per i fuoricorso, tre livelli di laurea (diploma, laurea, dottorato di ricerca), reintroduzione del numero chiuso. Una prova di forza inattesa e spiazzante. Benzina sul fuoco di chi pretendeva esami di gruppo e promozione garantita.

L’occupazione della facoltà di Lettere a Palermo nel gennaio del 1977 accendeva un incendio che da tempo covava nelle praterie delle numerose piazze italiane. Il 31 gennaio si bloccavano le attività didattiche presso le facoltà umanistiche di Torino, Cagliari, Sassari, Salerno. A Bologna, Milano, Padova, Firenze, Pisa si tenevano manifestazioni, cortei, assemblee.. Veramente, nulla sarà come prima.Dietro l’angolo febbraio preparava un Carnevale rivoluzionario con cui il Potere non immaginava di dover affrontare inediti e mai prima visti assalti frontali.
(1-continua)