cchiu’ de n’ora ce manca:
e se sparano botte
s’appicciano bengala
e se canta e se sona
per tutto ‘o vicinato

da “Nuttata ‘e Natale”
Salvatore Di Giacomo

Comme vurría allummá duje o tre biangale,
comme vurría sentí nu zampugnaro

da “Lacreme napulitane” di Bovio Buongiovanni

A chi mi legge i miei auguri di Natale. A chi mi legge una testimonianza di affetto e condivisione. Una sentita riflessione nella notte che per i più e i molti è la più bella dell’anno, tanto è vero che Lucio Dalla in una celebre canzone, omaggio al sogno e all’Utopia, ne augurava tre volte il ripetersi come fantasia di buoni avvenimenti.

La foto che vi mostro mi è stata donata da mia sorella Mirta a Buenos Aires. Mirta è una persona speciale nata nella notte di Natale del secolo scorso. Siamo nel giardino della casa di mio padre Tullio, emigrato in Argentina in cerca di avventure e libertà come in una poesia di Cesare Pavese. A fianco la sua prima moglie Maria Luisa, da me mai conosciuta, e sempre evocata da una tavola di cioccolata Perugina che il marketing aveva ribattezzato con il suo nome. I due ragazzini sono Josè e Mirta. Mio fratello e mia sorella.
Aiutato da un celebre saggio di Roland Barthes per me questa fotografia è «Una specie di cordone ombelicale (che) collega il corpo della cosa fotografata al mio sguardo: benché impalpabile, la luce è qui effettivamente un nucleo carnale, una pelle che io condivido con coloro che sono stati fotografati».

Sì, mi commuove vedere questa foto. Mio padre con quel cappello elegante, gestore di cinema e uomo della notte che andò a zonzo nella pampa trasportando pellicole cinematografiche di Tyron Power e fermandosi a bere mate con i gauchos quando non erano macchiette da turismo. Mio fratello Josè, avvocato ritrovato dopo tanto tempo nel fiore dei suoi gagliardi ottant’anni. Con memorie da condividere nel suo giardino, in cammino per la vecchia Europa da dove nostro padre era partito versa la Nuova America. E Mirta sempre giovane nel cuore, che dipinge, studia italiano dopo aver fatto scuola per decenni a ragazzini. In viaggio con l’amica a New York. E nel giardino di Josè ci sono nipoti e parenti. Lucas che ha giocato nei campionati argentini e spagnoli e sfiora la nazionale olimpica e oggi cerca talenti ragazzini sui campi più lontani. Sebastiano il sindacalista dal cuore d’oro. Mi ha portato nel barrio dove è nato e ha tirato calci alle palle di stracci Diego Armando. Sì, lui, Maradona. E Mauro, omonimo di mio zio azionista cosentino, e di mio nipote, il piccolo genio cosentino che costruisce robot e computer. Mauro avvocato che scrive da Dio e che ti narra del Boca, della Pfm e che mi ha fatto conoscere una delle più belle librerie del mondo. Nora Lia che si occupa dei servizi sociali della sua città e che viaggia e conosce. Sembra un film di Ettore Scola mai girato. E quando sono all’ombra di quelle piante parliamo di sport, politica. Di un padre vissuto su latitudini e tempi diversi ma quasi alla stessa età. Vorrei essere anche là stasera con loro, con i Leporace più giovani d’Argentina per ricordare Tullio che pensava nelle sere di Natale accarezzando Mirta e Josè, agli zampognari, ai turdilli, ai vicoli in festa della lontana Cosenza. E stasera il mio cuore sta anche a Buenos Aires. Anche questo è Natale

Natale è raccontare famiglie e tradizioni. Sempre come un film di Scola o di Dino Risi nato l’antivigilia di Natale cento anni fa. Scola giocava a carte con figli e nipoti e qualche giovane di scuderia ammesso a brigata di un grande artista che nei suoi ricordi bambini aveva Trevico in Irpinia e la Roma fascista. E penso al Natale di Fellini e Monicelli. A quello di Sorrentino. E dei tanti registi che hanno raccontato Natale. Preferendo a tutti sempre quello di Frank Capra.

Il mio Natale a Cosenza. A volte povero con una pastina in brodo ma sempre ricco di bengala e furgoloni. Con le luci delle batterie dei vicoli della Giostra vecchia e le famiglie festanti alle finestre alla Gloria, e nessuno sa perché suona alle 21. A Santa Lucia da mia zia Mirella con fritture e tredici portate o da mio zio Pino che mi dava una lanciarazzi illegale che probabilmente ha plasmato il mio immaginario da stadio e da 1977. Natale per strada da solo con militari e barboni invitato alla cena dal mio amico il Coreano, oggi celebre sventolatore di bandieroni rossi alle grandi manifestazioni nazionale. Mangiammo alla Carruba nel cuore della città vecchia a casa sua e per la mamma quella sera ero come uno dei suoi figli mentre mia madre era in ospedale a lottare contro il suo male. I capitoni oggi scomparsi, le battaglie di piazza Kennedy con i petardi, gli aperitivi con Piero Romeo, i dischi regalati al Punto Rosso. E poi gli anni della festa a via Padolisi. Un groviglio di stanze popolato da una folla di ragazzi. Comunità eterogenea da anni Ottanta. Immagini che evocano racconti di Tondelli che stringe la mano e si scambia la penna con Aldo Nove, Andrea Pazienza ,Gaetano Cappelli e Andrea Di Consoli. Le albe che illuminano menti sconvolte. Natale Beat. Natale lontani. Eravamo sempre beati. Così mi sembra nella nebbia del ricordo.

Natale con la mia famiglia. Lucia, mia moglie che mi ha regalato Pagani, l’agro Nocerino, l’allegra confusione di una sorta di Hong Kong sempre allegra e in movimento. Andremo a teatro a vedere De Filippo e mangeremo panecinepattone e io ripenserò quando ero un giovane cinefilo snob che a Natale al cinema non andava. I miei figli Tullio e Rosa come Josè e Mirta nella foto. Cresciuti a regali con ricordi di Nonna, zia, cugina che friggono, cucinano, ripropongono frasi da casa Cupiello. E così sarà stasera con tempo sospeso e telefonate ai Leporace di Calabria dandoci appuntamento per Capodanno, inseguendo amici più cari che di social non ne vogliono sapere. Natale nel paese di chi compose “Tu scendi dalle stelle”. Sant’Alfonso dei Liguori musicista e benefattore di lazzari e signori. Natale con ancora qualche zampognaro.

Il giornalista Antonio Manzo, sul Mattino, tramite il suo amico parroco francescano Ibrahim informa che le milizie sono uscite dalla città di Aleppo. Tutte le moschee hanno alzato la voce, le chiese che hanno ancora un campanile hanno suonato le campane. Le notizie restano confuse. Associazione umanitarie parlano di quattromila bambini orfani e in pericolo di vita. C’è chi spara al cuore di Natale. Lo fa ogni giorno. Penso a Valeria uccisa al Bataclan, a Giulio torturato in Egitto, a Fabrizia schiacciata ad un mercatino. Li penso vivi che tornano alle loro case. Alle loro famiglie. Non sarà così. Penso al Natale di chi soffre e non avrà le nostre felicità.

Nel 1897, su consiglio di suo padre, una bambina di otto anni, Virginia O’Hanhon, scrisse una lettera al giornale newyorkese “Sun” in cui chiedeva conferma dell’esistenza di Babbo Natale. Il direttore del giornale, Francis P.Church, rispose subito alla lettera di Virgina con un editoriale dal titolo “Esiste Babbo Natale?” che sarebbe diventato, e probabilmente rimane, l’editoriale in inglese più ristampato e che da allora ha dato origine a numerosi parafrasi e adattamenti. http://www.caffeinamagazine.it/2014-10-20-12-41-28/riletture/6020-babbo-natale-esiste-davvero-questa-bellissima-lettera-spiega-perche Mi mancano tanto quei giornali.

Ha scritto il mio amico Angelo Mellone nella sua fiaba per adulti “Incantesimo d’amore ”: E’ che gli uomini dovrebbero essere rapiti dalla meraviglia a Natale, e qualunque sia il dio in cui credono almeno dovrebbero provare a credere che in certi giorni dell’anno, nei giorni speciali, porte magiche si aprono porte che le generazioni affratellano e i vivi e morti mettono in relazione, e ugualmente il divino e l’umano”.

Buon Natale a voi tutti.