Ogni anno il 12 dicembre, l’amico e compagno Salvatore Giorno, ripubblica sui social un mio lungo articolo da vecchio giornale di carta dedicato mia città. A 5 anni dalla scrittura, grazie a questa sollecitazione, ho deciso di incastonarlo anch’io sul mio blog, a futura memoria, per molteplici motivi. Il pezzo (che ha molti pezzi di cuore) mi fu commissionato da un bravissimo giornalista, Ciro Paglia, che ha purtroppo raggiunto il Paradiso dei cronisti e non è più con noi a darci guida e consiglio.

In esergo, aggiungo questa volta, il commento originale alla nota pubblicata su Fb di Totonno Chiappetta nel 2011 che evoca un episodio di piccola vita degli anni Settanta nella casa della città vecchia di Pino Amoroso. Anche Pino e Totonno sono nel Paradiso degli artisti e mi mancano molto.

Ho lasciato il brano integrale ritenendo le piccole chiose di cronaca politica ancora attuali al netto di qualche nome mancante che poco modifica il ragionamento e la narrazione.

A corredo aggiungo una foto di Ciccio Arena che con le sue immagini ha raccontato e racconta magnificamente, come già il fratello, Cosenza.

Infine, ma non per ultimo, ripubblico il pezzo oggi 13 dicembre, E’ il giorno di compleanno e onomastico di mia moglie Lucia Serino. Ma è anche la data del nostro anniversario di matrimonio. Celebrato in modo molto originale nella Casa delle culture di Cosenza, già vecchio municipio della città. La cerimonia laica e gioiosa fu officiata da Padre Fedele e Franco Piperno. Proiettammo scene da matrimonio tratte da numerosi film montati da Ercole Scorza, la musica fu offerta dal maestro jazz Raffaele Borretti e tanti amici circondarono il nostro lieto evento. Nel ricordo di quel bel giorno cosentino Vi auguro buona lettura.

Totonno Chiappetta. Strano, sento, in te, quella stessa curiosità che luccicava nei tuoi occhi di adolescente,quando vicino alla casa di Pino Amoroso,mi facevi domande sulla libertà……

E’ sempre un corpo a corpo tornare nella mia città. Cosenza. Camminare sull’antico corso Telesio aiuta a comprendere il tempo prima delle antenne televisive. Passo accanto al Gran caffè Renzelli. Locale storico, la Sala rossa e quella verde ricostruite come al tempo di Nicola Misasi, letterato cosentino, allievo a Napoli di Francesco De Sanctis, un romantico che ha equiparato la figura del brigante a quella del pirata di Byron, gran borghese che scriveva le sue storie su tavoli di marmo di questo Gran caffè simili a quelli del Gambrinus di Napoli. Dentro un’antica città c’è sempre un gran caffè di tradizione. Nella vetrina dei dolci osservo la forma ovale della varchiglia monacale. Ricetta autoctona tramandata dalle famiglie nobili che scoprirono quel combinare assieme d’ingredienti che ancora deliziano il palato.

Dalla porta esterna guardo in alto verso la loggetta della casa di mio nonno Giuseppe. Negli anni Venti, dal balcone di casa, vide l’agguato di una squadraccia di camicie nere ai danni di socialisti percossi con bastoni e manganelli e senza pensarci due volte scese davanti al Gran Caffè, e con l’oratoria del penalista qual era, arringò i presenti sulla gravità del fatto: alle prossime elezioni bisognava votare per i socialisti. I socialisti di Pietro Mancini, “Pitruzzu da pinna russa” lo chiamavano muratori e sarti del borgo. In dialetto cosentino significava Pietro del simbolo rosso. Un’appartenenza politica che nel tempo farà di questa città e della sua immensa provincia la latitudine più ampia governata dai socialisti nel secolo breve.

Passo davanti ai magazzini della Cronaca di Calabria dei fratelli Caputo. L’associazione d’idee mi richiama “Il domani” di Pasquale Rossi, sociologo della folla letto in tutta Europa, il “Giornale di Calabria” di Antonio Chiappetta che oltre al giornale ha regalato la figura comica del personaggio Jugale, una sorta di Fantozzi proletario che incarna le ingenuità del contadino inurbato ancora oggi celebrato dalla frase rivolta a qualcuno che sbaglia in maniera clamorosa: “Ma si propriu nu Jugale”. Si leggeva molto ad inizio del secolo scorso. C’erano molti tipografi. La borghesia colta iniziava la sua ascesa e nei suoi circoli giovani professionisti e donzelle che leggevano i mosconi di Matilde Serao non avevano timore a guardare negli occhi i coetanei dai cognomi illustri che provenivano da quel Seggio dei nobili che aveva ricevuto la visita di Carlo V qualche secolo addietro.
Frequentavano quel liceo classico intitolato a Bernardino Telesio ( e chi sennò?) innovatore eretico e osservatore di natura che da una nobile famiglia locale aveva scritto pagine destinate ad ampliare il gran libro della storia della filosofia. Ne parlavano nello loro lezioni Nicola Misasi e Pietro Mancini che comunque esaltava i giovani cuori dei suoi studenti evocando il cielo stellato di Kant. I più sensibili presto sarebbero passati a leggere il materialismo storico e, con calzoni corti, a frequentare sezioni di partito.

Il liceo è un antico teatro borbonico di vestigia architettonica neoclassica. Riproduce le quattro colonne del tempio greco, un pronao riprodotto per meglio accogliere liceali alle prese con Vitruvio e Saffo. Sotto quelle colonne sono passati i giovani morti sul Carso, ricordati in epigrafe bronzea nel cortile interno, quelli che manifestarono per Trieste italiana negli anni Cinquanta, coloro che leggevano Don Milani e andarono a portare cultura nel poverissimo borgo pastorale di Borboruso e quelli che un decennio dopo aprirono giù nella discesa il doposcuola popolare per i  ragazzi della città vecchia che disertavano la scuola pubblica. Molti di quei liceali e ginnasiali negli anni Settanta si divisero in fasci e compagni convinti di cambiare il mondo. C’erano anche cattolici e qualunquisti. Oggi sono la classe dirigente della città.

Giacomo Mancini, dopo essere stato ministro e segretario nazionale del Psi, da sindaco della rinascita decise di venire a vivere qui di fronte. Nel palazzo antico della famiglia materna a casa De Matera. Con una libreria che custodiva anche un trattato dell’economista Serra, altro celebre ingegno di Cosenza. Il libro è uguale a quello che Luigi Einaudi teneva sullo scrittoio avuto in dono da Benedetto Croce. Quello di Mancini invece è stato acquistato dal bibliofilo Marcello Dell’Utri,perché il grande politico calabrese non navigava nell’oro. Molti grandi della Prima repubblica non pensarono molto al conto corrente ma ai destini collettivi della proprie comunità. Uscì da questo palazzo il feretro di Mancini e sulla pendenza del liceo era seguito da centinaia di giovani con le tute arancioni delle cooperative sociali che aveva costituito e che ancora oggi, quando protestano reclamando lo stipendio, ne innalzano la foto in effige. Ex detenuti, proletari del nuovo secolo, con le corone del lutto erano la riedizione del Quarto Stato che incontra un welfare municipalista e creativo. Un popolo e il suo sindaco. Giacomo Mancini, figlio di Pietro, despota illuminato della città, che ne ha segnato destino e futuro.

Ha fatto solo cento passi dell’antico corso e le storie si sovrappongono all’infinito. Evito di arrivare in piazza Prefettura. Il teatro Rendano, la biblioteca civica con le antiche cinquecentine, il monumento all’Italia che ricorda la spedizione dei fratelli Bandiera, la statua di Telesio, la targa salvata dalla furia iconoclasta dei clericali degli anni Cinquanta che ricorda la fede laica nella data del XX settembre 1870 e che tra i bersaglieri di quell’impresa vide la presenza anche del nonno di Giacomo Mancini. E poi i giardini novecenteschi della Villa vecchia e la prefettura con i suoi stemmi e busti. Mi fermo prima, davanti alla sede storica della defunta Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania. Palazzo bello e imponente che nel corso del Novecento produsse economia di vantaggio accumulando e investendo i risparmi delle famiglie non riuscendo a salvarla dagli interessi del Nord. La litigiosità della politica l’ha svuotata di autodeterminazione trasferendo con il tempo cervello e decisioni nella Lombardia che sa globalizzare. Il Palazzo è stato acquistato dalla Provincia e il salone centrale ospita mostre di buon livello che permettono alla città di essere ancora definita l’Atene di Calabria come ricordano anche le liturgie esoteriche e culturali della vicina Accademia . Osservo la bella mostra sugli inediti di Andrea Pazienza,  delizia dei fumettari di  queste contrade.

L’eresia ha sempre avuto fortuna da queste parti. Da quando, in epoche antiche, Tommaso Campanella congiurava per costruire la Città del Sole e in tempi moderni quando togati degni di Torquemada mandarono dei no global in carcere per quelle che le sentenze hanno oggi riconosciuto essere solo delle idee e che al tempo delle manette fecero scendere in piazza un’intera città ad accogliere i compagni di Vendola  e Casarini come i Mille di Garibaldi, applaudendoli e offrendo loro dolci, pietanze e solidale accoglienza. Sempre in questa città Franco Piperno, liberato dalla detenzione, docente della locale università, fu accolto dalla città con la banda musicale e dal balcone del municipio recitò parole di geometrica potenza che provocarono l’orrore risentito di Leo Valiani sulla prima del Corsera. E sempre in questa città, Franco Piperno sarà assessore che saprà sopire la potenza di Cosenza coniugando saperi antichi a moderne tecnologie.

C’è un’altra mostra nell’antico palazzo della banca. Racconta Annibale cartaginese attraverso i racconti di Paolo Rumiz che ne ha pedinato l’itinerario su Repubblica. Lo scrittore triestino è rimasto incuriosito dall’ospitalità del condottiero che gli tributarono i Brettii. Popolo indipendente. Procurava ai naviganti gli alberi maestri delle navi presi in Sila e la migliore pece del Mediterraneo. Il quartiere generale di questi rudi montanari era Cosenza. Il luogo del consenso ovvero del patto di alleanza.

Consentia toponimo fondativo e traccia per ricavare il genius loci di una città postmoderna che nel XXI secolo ridisegna la nuova identità. Le famiglie da sempre sono il quadro  costitutivo. Oggi le nuove classi sociali ne prendono il destino in mano. Per la prima volta la sinistra non governa più il municipio. Ha perso per litigi e piccolo calibro di dirigenti politici di non alto livello che hanno sabotato la candidatura dell’avvocato Enzo Paolini in linea con il pantheon borghese del miglior Novecento locale. Il sindaco è l’indipendente Mario Occhiuto, architetto di target internazionale e fratello di un parlamentare Udc dal sicuro avvenire, che provengono da una famiglia che ha costruito il successo economico sull’ingrosso di frutta e le idee di riferimento in un cattolicesimo molto praticante. Il nuovo blocco di potere piu’ che ideologico è sociale. Sono nuovi ceti medi che hanno trovato ricchezza e potere attraversando con una lunga marcia il cammino verso la stanza dei bottoni. Sarà un nuovo patto di alleanza per nuove pagine di autonomia di una città che non è mai stata infeudata? Non ho sfere di cristallo o almanacchi da consultare.

La città da anni è diventata area urbana. Rende è il suo prolungamento e Castrolibero il suo alveare, i paesi un tempo suoi casali continuano a farle  corona. L’università fondata da Beniamino Andreatta in un solo quarantennio ne ha avvolto destino e sviluppo recuperando ruoli che erano attesi da secoli da chi ha sempre fatto dello studio e delle cultura un punto dirimente della qualità della vita. Non ho risposte, io, oggi esiliato volontario in terre confinanti dall’idioma simile e che questa Cosenza l’ha vissuta da studente e da ribelle, che l’ha raccontata giorno per giorno nel suo mestiere da cronista consegnando all’archivio pietre mutate e persone del basso e del Palazzo.

Continuo a raccontarla da lontano e spero di poterne fare prose e versi anche con  quelle t taglienti come lame e con quella desinenza impronunciabile dei “ddri” che solo il maestro glottologo gallese John Trumper è unico straniero capace di pronunciare. E allora salgo idealmente verso il cimitero a guadare il busto del massone De Roberto, del bisnonno Francesco soldato borbonico e cancelliere di tribunale, del patriota Salfi che le spoglie lo storico Addante in anni recenti andò a trovare al Pere Lachaise di Parigi per aver lacrimata sepoltura. Guardo i fiori che i cosentini lasciano alle tombe degli ebrei morti al campo di Ferramonti di Tarsia, guardo le cappelle di famiglia erette nei Settanta e i cippi dei malavitosi uccisi nei conflitti a fuoco. La città dei morti è quella dei vivi.

Dal colle guardo la confluenza dei due fiumi. Il mito vuole che i Goti muti là seppellirono Alarico e il suo tesoro. Cercò di trovarlo anche Himmler. I nostri avi a quei barbari indomiti hanno giurato di non farlo scoprire mai. 

(Prima pubblicazione sul Corriere nazionale nel dicembre 2011)