A poche ore dall’incarico di presidente del Consiglio a Paolo Gentiloni osservo che gran parte delle prime schede biografiche sul premier risultano monche. Tranne poche eccezioni (Tatiani Lisanti della Rai e L’Inkiesta, ad esempio) la gran parte dei media mainstream si limitano a biografie rutelliane che inducono a pensare a una democristianeria di lungo corso. In effetti le ascendenze cattoliche del nuovo premier hanno quarti ben più illustri. Il presidente del Consiglio incaricato è infatti diretto discendente di Vittorino Ottorino Gentiloni, nobile romano che ebbe il ruolo storico di riaprire la partecipazione politica dei cattolici alla vita politica unitaria dopo la breccia di Porta Pia. Ma Carmine Fotia (compagno di strada gauchista di Gentiloni a Roma) aggiunge anche un precedente avo nobile protagonista della Repubblica romana mazziniana del 1848.
Tornando al nostro, galeotto fu il post sessantotto per Paolo Gentiloni, liceale romano del celebre Tasso che, tranne alcune eccezioni (Maurizio Gasparri e Marco Follini), è stata fucina del rigoglioso sinistrese romano. Paolo Gentiloni era un infatuato del celebre Movimento Studentesco di Mario Capanna e da studente romano si narra di una fuga da casa non autorizzata per partecipare ad una manifestazione milanese dei Katanga (così era definito il temibile servizio d’ordine della formazione sedimentata da elementi ideologici stalinisti) appunto a Milano per il primo anniversario della strage di Piazza Fontana. Pur non essendo aduso all’eskimo ma più incline al loden, fu quello un Gentiloni sicuramente di estrema sinistra. Quando il Movimento Studentesco si tramutò in Movimento lavoratori per il socialismo, Gentiloni rimase in quell’area politica confluendo nel Pdup di Lucio Magri. Una sosta di lungo corso che fece diventare il giovane Gentiloni negli anni Ottanta redattore della rivista “Pace e guerra” diretta da Luciana Castellina. Ecopacifista convinto che solo a partire da questo momento incontra il radicale antinuclearista Francesco Rutelli. Gentiloni è stato infatti direttore di “Nuova ecologia” dove incrocia Ermete Realacci, probabile futuro ministro del suo prossimo dicastero.
Gentiloni è stato anche un bravo giornalista d’inchiesta. Infatti nel 1980 per gli Editori Riuniti (casa editrice ufficiale del Pci) dà alle stampe “Missili e mafia. La Sicilia dopo Comiso” vibrante pamphlet firmato con Alberto Spampinato e Agostino Spataro con prefazione di Achille Occhetto in cui si ricostruiscono le fitte trame d’interesse della borghesia mafiosa siciliana rispetto all’installazione dei missili a lunga gittata americana che mobilitarono un significativo movimento pacifista italiano.
Il resto è noto. Poche settimana fa, proprio a Luciano Castellina al Premio Sila a Cosenza formulavo una domanda sulla classe dirigente del nuovo corso italiano formata anche dal brodo di cultura delle sue appartenenze. Mi riferivo in particolare al deputato calabrese del Pd Enza Bruno Bossio che nel Manifesto trovò una delle sue migliori palestre politiche giovanili. Probabilmente la mia domanda era mal posta e l’arguzia della Castellina è andata verso altri percorsi retorici eclissando sulla risposta. Oggi che possiamo dire che il presidente del Consiglio incaricato si è formato nelle riviste e nelle formazioni della Castellina, mi sembra che la mia domanda avesse un valido fondamento sui cui ragionare e interrogarsi.