Buona domenica amici cari

Martedì scorso la serie Gomorra2 ha trionfato negli ascolti sulla piattaforma Sky. Oltre un milione d’italiani sintonizzati per le nuove vicende di Gennaro e Ciro. L’ottanta per cento in più della prima serie comunque già venduta in tutto il mondo. Al dato va aggiunto che quella sera la fiction contemporanea di Raiuno dedicata alla mamma di Peppino Impastato ha totalizzato ben 7 milioni di spettatori. La sociologia televisiva potrebbe ben esercitarsi a comprendere come siano regolate le due tendenze. Semplice accesso al mezzo tra tv generalista e gusto settorializzato Sky? Oppure è tutta una fruizione generalizzata che ha nel filone criminale new epic italiano il prodotto di successo dell’intrattenimento tricolore? Domanda complessa per un paese che da anni vede organizzazioni criminali altamente specializzate a conquistare territori e mercati globalizzati intrallazzandosi con mala politica e colletti bianchi.

Roma, Napoli, la Sicilia sono terre votate a questa narrazione. La Calabria si è affacciato da poco. “Anime nere” e altre fiction si sono bene inserite nel filone con risultati di tipo diverso. La ‘ndrangheta comunque è ben presente in Gomorra2. Il secondo episodio ingloba le vicende di San Luca e Duisburg in Germania dei più potenti narcotrafficanti al mondo. Ancora lontane invece finzioni filmiche e televisive espunte dagli ‘ndranghetisti con le scarpe pulite. La cronaca di questa settimana, con la solita distrazione nazionale generale, a Messina e Reggio Calabria ha registrato operazioni giudiziarie che hanno portato in carcere personaggi che contano e che hanno sempre contato negli affari puliti e sporchi in riva allo Stretto. Reggio Calabria avrebbe materiale narrativo filmico molto innovativo. Ma sceneggiatori e produzioni non sono reattivi. Pochi i precedenti. Dal bel libro inchiesta “La città dolente” di Aldo Varano sulla Tangentopoli reggina degli anni Novanta fu tratta la commedia pochade “I fetentoni”: La Calabria ’ndndranghetista è una sorta di terra di mezzo nella narrazione criminale italiana.

La serie televisiva “Gomorra”  da un punto di vista produttivo è molto innovativa per il mercato Italiano. Realizzata da Cattleya e Fandango ha preso come modello gli esempi di maggior successo del mercato americano. Doppia troupe, tre registi che si alternano nei diversi episodi, location internazionali che spaziano nel mondo. Scenografie curate nei dettagli.Utilizzo delle musiche ben congegnato. Copioni e sceneggiature ben scritte cui collabora con supervisione lo stesso Roberto Saviano. Il marchio e la qualità ne hanno fatto un prodotto di successo del nostro mercato audiovisivo.

L’ambientazione napoletana perfetta nel suo realismo ha ricadute controverse nel territorio di riferimento dove Savastano e avversari si affrontano in clima di tragedia. Prima fu la rivolta di Scampia che non voleva più legare le sue gesta camorristiche alla narrazione gomorrista. Si aggiunse anche qualche inevitabile coinvolgimento criminale di chi aveva dato in fitto beni e forse anche qualche faccia.

Più intensa l’ultima grana. I ragazzi napoletani sono infatuati da personaggi come Ciro l’immortale e Gennaro. “Sta senza penzieri” è interlocuzione gergale molto più diffusa del passato. Ci si veste come gregari e capi dello sceneggiato. Nei barbieri di Napoli, ma anche dell’agro nocerino-sarnese e del casertano, la cresta alla Genny furoreggia.

Certo quella realtà è innestata nel vivere di Napoli e della Campania. La psicologa Francesca Ferraro che si occupa di ragazze e famiglie in contesti a rischio ha illustrato una tesi interessante a “Inchiostro”, periodico scritto da discepoli di una scuola di giornalismo campana. I baby boss delle piazze non nascono dalla visione di uno sceneggiato. Sono invece i figli della borghesia del Vomero che vestendosi e parlando come gli eroi della serie maturano un comportamento delinquenziale che ne fa dei protagonisti di un bullismo pericoloso. Si rende quindi necessaria accompagnare la furiosità della serie con pedagogia scolastica, educazione civica e storia delle mafie per evitare che Ciruzzo sia l’epigono criminale del Pelide Achille.

La questione si era già registrata al tempo della fiction “Il capo dei capi”,con giovani palermitani affascinati dalla criminalità ineffabile di Totò Riina. Anche Berlusconi imbastì una polemica contro Piovra  e similari che avevano dato una pessima immagine all’Italia. Il cinema civile degli anni Settanta non ha avuto di questi problemi quando raccontava il male mafioso. Rosi neanche.

Roberto Saviano non mi pare abbia commentato. Nella nuova introduzione al suo celebre libro pubblicato negli Oscar Mondadori per il decennale ha affrontato molti temi e argomenti che si sono riversati sulla sua vita nella quale dieci anni hanno pesato come cento.

Tra i passi segnanti dalla scrittura intensa dello scrittore: “Io e Gomorra non ci siamo mai separati. E mi accorgo di detestarlo come un padre odia il figlio che gli somiglia troppo. Odio di lui tutte le caratteristiche che scorgo di me. È tortuoso, è reale, è narrativo, è teatrale, convulso, lirico. Non ha paura ed è poco avveduto. È incosciente. È un flusso di coscienza ed è cronaca. È spavaldo pur avendo una paura fottuta di tutto. È figlio, Gomorra, come lo sono io. Un figlio odiato perché odioso. Ma che spera silenziosamente d’essere amato. È infelice, Gomorra, come lo sono io. Infelice perché è ancora ragazzo nel corpo di un adulto. Perché è diventato uomo troppo in fretta, sbagliando epoca e generazione”.

Andrea Di Consoli aveva conosciuto la prosa possente di Saviano ben prima del successo planetario di Gomorra, e da buon esperto di letteratura qual è aveva capito che il giovane casertano aveva gran talento. Poi litigarono come capita agl’intellettuali. A dieci anni di Gomorra Di Consoli ha scritto sull’Unità: “Gli intellettuali italiani dovrebbero approfittare di questo decennale per riaprire i conti con Saviano, per analizzare laicamente e senza umori la sua forza narrativa e la sua credibilità morale e letteraria, magari provando a revisionare il fraseggio un po’ stereotipato che circola sul suo conto del tipo «ha copiato», «ha detto cose che tutti sapevano», «è abbagliato dal successo», «non è un romanziere vero», ecc. Io invece penso che Saviano sia uno dei principali esponenti mondiali di quel genere spurio, ibrido, misto, tra giornalismo, inchiesta, non-fiction, new journalism, che annovera scrittori di prim’ordine quali Martín Caparrós, Williamo Langewiesche, Sergio González Rodríguez, William Tanner Vollmann, Anna Politkovskaja, Ryszard Kapuściński e David Van Reybroouck”.

Saviano ha molto apprezzato lo scritto di Andrea e sulla sua seguitissima pagina Facebook ha chiosato: «Voglio ringraziare – ci tengo tantissimo – Andrea Di Consoli per il suo articolo sui 10 anni di Gomorra. Una riflessione che mi ha commosso. Mi ha fatto molto piacere leggerlo. Ma soprattutto gli sono grato per queste parole: “Saviano ha dimostrato – con i suoi scritti, con la sua coerenza, col suo rigore documentale, con la sua credibilità mondiale – che si può fare giornalismo con la letteratura, che si può fare letteratura con il giornalismo e che si può combattere il male senza semplificarlo, ovvero senza diventare «professionisti dell’antimafia”. Se davvero ho fatto questo, allora tutto ha avuto un senso».

Continuando a cercare senso e contesto in quello che leggiamo, vediamo. Vi auguro una buona domenica.