Buona domenica amici miei.

Una domenica senza Giacinto Pannella detto Marco, come abbiamo letto decine di volte nelle liste elettorali che avevano il suo imprimatur.

Anch’io nel giorno del funerale laico del laico italiano per antonomasia  sono qui a dar ricordo all’uomo politico e libertario che meglio ha combattuto per imporre diritti (tralasciando i doveri secondo un gesuitico Eugenio Scalfari) in una nazione che è solita riconoscere i meriti solo dopo la morte. Accadde per Dante morto esule, abbiamo proseguito con Mazzini, di recente è accaduto con Casaleggio e oggi si ripete la questione con Marco Pannella ultimo degli esuli in patria, riformatore non violento ed egocentrico, non scevro di errori nella sua vita, che poco li corresse a dimostrazione della sua poca saggezza.

Pannella coniugò Spinelli l’europeista con gli spinelli della vita alternativa, primo antiproibizionista in tempi lontani comprendendo per cultura e sapienza che nessuna repressione avrebbe mai ridotto ogni danno. Gandhiano, attaccato al crocefisso di monsignor Romero, ha ricevuto l’omaggio del Dalai Lama e del Papa in splendida contraddizione di coltivatore di dubbi e del dialogo al di sopra delle appartenenze. Praticò la condizione prepolitica dell’onestà diventando l’eccezione politica del Palazzo e del regime come mosca bianca di chi mai ha partecipato al ladrocinio pubblico che tutti gli altri partiti della Repubblica a varia dose hanno praticato e diffuso.

Secondo Giovanni Negri, uno dei tanti discepoli che da luogotenenti sembravano devoti a prenderne il posto e che poi si videro costretti ad abbandonarlo, Marco si può paragonare all’Okavango, uno dei fiumi più belli del mondo che finisce in un deserto. Pannella è stato l’Okavango della politica. Era l’unico grande leader di un’area laico socialista al 20 per cento che al momento del crollo del regime del 1993 poteva prendere in mano le redini del Paese. Designatore della carica di Presidente della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro nel momento tragico della strage di Capaci preferì continuare ad essere Pannella dal partito a suo uso e consumo in nome dell’interesse pubblico.

Anche nel 1979 il Partito radicale aveva rappresentato una speranza laica alternativa all’Italia democristiana. La sconfitta del Movimento e il riflusso accesero slancio e mescolanza con le casalinghe di Voghera e con gli sfiduciati del Palazzo. Ricordo la sera del comizio ad Itaca. Piazza Fera stipata come un uovo per assistere allo spettacolo del comizio di Marco. C’erano indizi del futuro. Cicciolina in parlamento anticiperà successivamente stagioni future. Qualcosa del grillismo stava anche da quelle parti in forme politiche più colte e legate ad una diversa tradizione. Finì nel deserto anche quel momento di successo.

Pannella con Craxi da universitari guidavano il parlamentino nazionale degli studenti. Ma fu molto ascoltato e condiviso da Giacomo Mancini segretario del Partito socialista. Ebbero in consegna da Mitterrand il simbolo della Rosa nel pugno. Una speranza mai diventata possibilità reale di cambiamento. Araba fenice ciclicamente riapparsa ma mai concretizzata in progetto politico di massa. Momento di battaglia culturale che ha innestato libertà in un Paese spesso in catene fisiche e morali.

Il leader radicale ha sempre avuto un rapporto difficile con i comunisti. Ebbe schiaffi a Bottega oscure dove aveva portato un fiore, i picchetti del partito usavano le maniere forti con i radicali in fila per ottenere il primo posto nella scheda elettorale. Quando era giovane leader degli universitari con un articolo costrinse Togliatti a rispondere ad una suo ragionamento sulla sinistra unita. S’incontrarono per caso. Si strinsero la mano per cortesia. Pannella dice: “Vede, onorevole, noi goliardi (Pannella era responsabile dell’Unione goliardi italiani) siamo un po’ illuministi”. Il Migliore, glaciale rispose,  “Non si preoccupi, è un peccato veniale”. Veltroni anni dopo inserirà radicali nelle liste del Pd, Bersani ha instaurato un rapporto leale con Pannella testimoniato anche in queste ore.

Pannella appartiene al mio percorso umano e politico. Avevo 14 anni quando guardavo con partecipazione al Partito Radicale. Ricordo una discussione con mio padre sul fatto che era indegno che si negasse accesso di tribuna a quel partito che chiedeva diritti e che era stato fondamentale nella campagna referendaria del divorzio che a casa mia era stata vissuta con trepidazione. Furono costretti a mettersi la cravatta entrando in Parlamento quei scapigliati della politica e insieme agli eletti del cartello dell’ultrasinistra saranno chiamati ad essere l’opposizione parlamentare di sinistra del nascente compromesso storico. Da allora a Montecitorio nulla fu come prima.

Pochi mesi dopo ho aderito consapevolmente alle ragioni del Movimento.  Il 12 maggio del 1977 la piazza è negata per l’anniversario del divorzio. Marco invita alla disobbedienza civile. Cossiga ha il suo piano criminale. Poliziotti travestiti da autonomi sparano. Si cercava la soluzione autoritaria. Ne rimane vittima una giovane femminista, Giorgiana Masi. Un punto nero della Repubblica, un punto chiave della vita di Pannella e dei radicali che cercarono vanamente di dare un difficile cappello politico ad un movimento che si divideva sull’uso della violenza.

Pannella difese il capitano Margherito, graduato della celere di Padova che denunciò pubblicamente i crimini manifesti di quel reparto. Al processo Pannella in aula dirà a futura memoria: “Il Secondo raggruppamento celere è una scuola di assassinio e questo non è un processo ma un’esecuzione pubblica, state calpestando la giustizia e rapinando la Costituzione”. Margherito sarà assolto dopo condanne preconfezionate. La giustizia giusta ha accompagnato Pannella nel suo percorso. Determinante nel caso Tortora accompagnandosi a Martelli; primo difensore pubblico dei diritti dei detenuti, sempre vigile contro le leggi speciali. Capace di tesserare i capimafia e di controllare le derive di uno Stato autoritario pronto ad usare la pena come strumento e non come fine.

Non poteva mancare la sua mole in quell’eclisse del Diritto che fu il 7 aprile del giudice Calogero ordito dal pcista Pecchioli. E’ subito in campo a smontare il teorema. Nasconde Piperno fuggiasco a casa sua. Candiderà Toni Negri al parlamento ottenendone la liberazione grazie all’immunità parlamentare. La visibilità della questione fu enorme e il consenso significativa. Ne nascerà un contrasto mai risolto. Il teorico dell’Autonomia scelse la libertà personale rifugiandosi in Francia, Pannella era per il ritorno in carcere in nome di una battaglia da continuare. Diverso il rapporto con Emilio Vesce che da quell’esperienza abbandonerà Autonomia per approdare al Partito radicale. Pannella si batterà anni dopo contro l’accanimento terapeutico cui fu sottoposto il docente di Scienze politiche contro il volere die familiari. Anche su quel versante Pannella è stato il leader di un movimento trasversale e opportuno. Il diritto a scegliere della propria morte e del proprio corpo. Da Welby ad Englaro.  Non poteva essere altrimenti da parte di chi ha messo più in gioco il proprio corpo nella politica italiana.

Pannella fu anche l’unico che si è battuto con determinazione per l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti cui appartengo. Fummo sconfitti nel referendum per scarsa partecipazione e indifferenza italica in una questione che poteva creare modernità e maggiore democrazia. Ha firmato con spirito liberale da direttore fogli di ogni estrazione permettendone la pubblicazione. Ha ideato Radio Radicale permettendo sperimentazioni che segnano la storia mediatica del paese attraverso il microfono libero a tutti e le dirette che ancora oggi sono servizio pubblico spatronato. Antagonista del regime Rai dal bavaglio a tribuna politica alla fluenza verbale, ha segnato la comunicazione politica italiana.

Per sintesi non posso che solo citare alcuni numi talari del Pantheon di Pannella. Da Ernesto Rossi a Pannunzio senza escludere Elio Vittorini. Si riscopre un rapporto significativo con Pasolini che ha rimesso in attualità lo scritto di Marco a prefazione dello scomparso libro di Valcarenghi: “Underground a pugno chiuso”: Pannella ci ha donato Leonardo Sciascia politico in parlamento. Decisivo nello scardinare l’affaire Moro e il todo modo che ci opprimeva. Ha dato tanto e di molto ne potrò testimoniare a futura memoria per coloro che verranno.

La libertà sessuale e quella politica. Ecologista. Contraddittorio. Capace di chiedere soldi ad Agnelli senza ottenerli e abile nel prenderli da Berlusconi senza farsi usare infischiandosene di avere pochi radicali eletti. Politicamente ondivago, era approdato a temi impossibili come la fame nel mondo. Il partito ha cambiato simbolo e trincee molte volte mantenendo in piedi una vicenda dalle radici ottocentesche. Un gigante della politica esce di scena rimanendo nel libro della Storia.

Ha scritto Umberto Eco: “Ha insegnato a molti italiani non come si possa fare buon uso dei mezzi che eventualmente la libertà ci consente di usare, ma come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo”:

Disse Marco Pannella: “Amo troppo la vita per aver paura della morte”. Lo ha dimostrato con la sua vita pesante come le montagne del suo Abruzzo.

Che sia per voi buona la domenica che saluta l’ultimo viaggio del radicale Marco Pannella.