Buona domenica amici
da una metropoli dove la festa è il venerdì.
Buona domenica da Teheran, città dove mi trovo da 24 ore, da dove vi scrivo a due ore e mezzo di fuso orario e a molti chilometri di distanza.

Vi racconto di una luna piena e rossa vista dalla torre piu’ alta di un agglomerato di dodici milioni di persone e un traffico tentacolare che mai smette di fluire sulle arterie della capitale dell’Iran
Teheran è odor di zenzero, di essenze raffinate, di fiori adagiati sui tavoli e nei giardini, di alberi magniloquenti. Una città di giovani,colta e gentile con lo straniero rispettato come ospite benvenuto.
La fine del l’embargo ha creato una sorta di attesa dl nuovo che avanza prepotente nella città e nello stato controllato da mille occhi invisibili e che afferiscono alle diverse e complesse forze che gestiscono il potere.

Teheran che ha premiato alle ultime elezioni i moderati e riformisti a far da contrappeso al voto oltranzista dell’Iran del Sud e dell’est. È la politica la trovo ben rappresentata nel nel bel film di Reza Mirkami “Daughter” che ho visto in questo mio esordio al Fajr international film festival.
La storia di una ragazza del Sud, figlia del capo di una raffineria di petrolio, che va a trovare delle amiche a Teheran di nascosto e che a causa di un volo cancellato apre un conflitto generazionale di non poco conto coinvolgendo una zia andata via dal borgo natio anni prima.

Due modi di intendere la vita e il contemporaneo. Due punti di vista esistenziali contrapposti.
Cinema possente come spesso capita da queste parti. La censura ha sviluppato nel tempo ellissi ed estetiche che hanno stimolato una scuola creativa di degno rispetto e che spesso trionfa nei festival e nei circuiti d’essai.

Al mercato del festival nello stand della Lucana film Commission sono rare le pause. Tocchi con mano la voglia di contaminarsi del cinema iraniano. Si cercano denari per post produrre, scuole di cinema propongono collaborazioni, festival specializzati sono orientati sulla verità occultata da qualcuno. I giornalisti nelle interviste di siti e riviste fanno domande pertinenti. Scrutano e chiedono che si pensa di loro nella vecchia Europa. Come nella Cina comunista si guarda all’economia per cambiare lo stato delle cose.

E le donne sono il motore attivo di questa vigilia di trasformazioni. Impegnate in tutti i lavori, colte e preparate, si distinguono per come si coprono. Il chador domina nei quartieri popolari. Segno di vicinanza alla religione ma anche ai guardiani della rivoluzione. Le donne della borghesia e quelle emencipate hanno foulard colorati abbinati a look di tendenza. Possono far mise su pantaloni griffati con i buchi senza toppe e i tacchi a spillo. Tutto sembra aspettare il cambiamento. Qui dove le carte di credito occidentali non hanno spese, dove i nostri gestori non ti permettono di telefonare, dove i social hanno difficoltà ad uscire dai confini. Ma anche qui è un trillare di suonerie, di teste chine su uno schermo. In uno spot pubblicità’ progresso tutti coloro che per strada assistono ad una rissa immortalano la scena con gli smartphone.

I figli dei ricchi hanno scelto il mondo. Sono architetti d’interni a Los Angeles, organizzatori di eventi a Budapest, commercianti a Roma. Ma non recidono le radici. Pendolari da Teheran con gli aerei globalizzati vanno e vengono, come i loro coetanei del nostro Meridione, spesso invitando i loro amici intellettuali o uomini d’affari.

Teheran moderna e contraddittoria da un quartiere all’altro. Lo comprendo dei fatti che mi racconta un tassista per necessità, ha formazione ingegneristica, e non trovando occupazione trasporta passeggeri. La moglie e’ una regista di successo chiamata a far vedere le sue opere nei festival internazionali.
A Teheran e’ contraddittorio anche il clima. Ventilata dalla brezza nei quartieri alti che guardano le montagne ancora innevate, tiepida nella primavera in quelli che degradano a valle. Avveniristica in edifici costruiti con un’ architettura illuminata da luci di grandissima bellezza e con ardimentose planimetrie che rendono banali le opere di Calatrava.

La cultura proibita che ci ha fatto amare chi leggeva Lolita e i fumetti di Persepolis, le band punk rock messe all’indice, si prepara a nuovi sussulti. Si sente nell’aria dei raffinati caffè e ristoranti del centro dove la nuova high society sfoggia impeccabile tendenza nella moda e nello stile di vita. La musica contamina jazz e tradizione, melo’ e canzone d’autore in colonne sonore di significativo valore. L’ascolti nelle radio dei tassisti, negli ascensori degli alberghi, ai tavoli nel bar.

E anche il cibo t’incanta il gusto. Quello di tradizione con i gusti forti e il riso in mille salse. La frutta biologica non scoperta adesso in questo paese di pistacchi e piccole mele verdi. Si rielabora la tradizione con elevata maestria in ristoranti alla moda alieni da globalizzazione. Il melograno nel sugo, suadenti pasticci di melanzane, carni dorate guarnite con grazia, pasticceria indigena, pizze di riso . Servizio impeccabile. C’è più glamour a Teheran che a Roma in questo momento ad osservare arredi e commensali provenienti da tutto il mondo. Qui dove gli alcolici sono banditi, trovi ebbrezza nelle bevande che uniscono agrumi ed essenze naturali, The alla menta con le foglie fresche, cappuccini freddati con palline di gelato.

Forse presto, tutto questo, sarà globalizzato nei quartieri delle nostre case. Penso questo sul finire della sera fumando una sigaretta nella hall dell’hotel. Abitudine scomparsa nelle residenze quasi sempre uguali dove ho albergato nel mondo che ho visitato. Teheran aspetta mutazioni su un’ecatombe di Storia. Sperando che sia una primavera degna di questo nome. Penso anche questo alla vigilia di un 25 aprile vissuto quest’anno lontano,ma con la ricorrenza nel cuore.
Una buona domenica cari amici lettori.