A 25 anni vedendo “La famiglia” rimasi impressionato nel ritrovare in quel film, che racconta 90 anni di storia italiana ambientati in un appartamento di Roma Prati, numerosi elementi della mia storia familiare. Mio zio dal pensiero azionista, lo zio prigioniero in Africa, un giovane Castellitto con il codino che va in giro per il mondo. In effetti non era la mia famiglia, ma Ettore Scola, con la sua arte totale era riuscito a inquadrare la Storia delle famiglie borghesi italiane attraverso le psicologie di  molti personaggi tipo. In effetti questo è stato il cinema di Scola. Un incrocio perfetto tra storia e psicologie di personaggi messi in scena da un Autore. Per questo motivo siamo tutti tristi nell’apprendere che questo grande vecchio del cinema italiano è uscito di scena dalla vita terrena. Ieri notte abbiamo perso il narratore di famiglia.

Come Fellini Scola amava disegnare. Ha sempre disegnato. Conservava ancora i libri del liceo e dell’università dove tutti gli spazi bianchi sono pieni dei suoi disegni, ghirigori e pupazzi. Con i calzoni corti,il futuro regist,a ebbe la fortuna di finire nella redazione del giornale satirico “Marc’Aurelio”. E’ stato un pezzo di vita significativo per la sua lezione artistica rievocato nel suo ultimo documentario realizzato per rendere omaggio a Federico Fellini conosciuto in quelle  stanze insieme a Maccari, Scarpelli e i più celebri umoristi italiani. Scola ragazzino per darsi un tono adulto arrivava con giacca e cravatta (resterà una cifra stilistica del suo look da adulto quando i registi di sinistra la rifiutavano) e iniziando un meraviglioso percorso artistico. Alla Rai incontra il padre di Veltroni che gli permette di scrivere alla radio le storie di Mario Pio recitate da un attore ancora poco conosciuto che si chiama Alberto Sordi. Enrico Mattei gli commissiona e paga profumatamente uno slogan per la pubblicità dell’Eni. Ha solo 21 anni quando inizia a frequentare gli anni ruggenti della storia del cinema italiano dove prima sarà “negro” alla sceneggiatura per poi passare alla regia.

Dopo un decennio di copioni a volte belli e spesso solo alimentari, Scola esordisce legandosi al talento di Gassman (“Se permettete parliamo di donne”, “La congiuntura”, “L’arcidiavolo,) incontrando i favori del pubblico ma non quello della critica. I recensori lo riscoprono nel 1968 davanti al profetico e moderno “Riusciranno i nostri eroi a trovare l’ amico misteriosamente scomparso in Africa?” che lascia invece perplesso il pubblico più generalista. Manfredi, Sordi e Blier conducono una sfrenata danza comica sui guasti della modernità. E la gestazione dell’autore. In “Dramma della gelosia tutti i particolari in cronaca” lancia Giannini e rimescola il popolare con la lezione neorealista, mescola Durrenmatt con Alberto Sordi per un riuscito ma poco apprezzato “La più’ bella serata della mia vita”, adopera il grottesco per denudare l’America con “Permette Rocco Papaleo?”. E’ maturo il tempo dei capolavori.

“C’eravamo tanto amati” è il romanzo di formazione della società italiana in forma di commedia. L’avvocato, il portantino, il professore cinefilo di Nocera Inferiore e la bella Luciana che incrociano Mike Bongiorno, Federico Fellini, Marcello Mastroianni nella parte di loro stessi sono uno specchio  della nostra cultura dalla Resistenza agli anni Settanta. Dalla canzone “Sandokan” all’omaggio alla Potemkin il film dedicato a Vittorio De Sica risulta essere un nodo gordiano delle speranze e dei tradimenti di una generazione. Perfetto nella quadratura estetica (alternanza di bianco e nero e colore) si avvale di una sceneggiatura di ferro e poggia sui un cast di attori in stato di grazia stellare. Seguirà “Brutti, sporchi e cattivi” premiato a Cannes e commedia metafora dello scontro politico del 1977 (il titolo del film sarà uno striscione del Movimento romano)  ma è anche un  vagone agganciato alle riflessioni del defunto Pasolini sulle periferie. Con il bianco e nero seppiato di “Una giornata particolare”, ambientato in un condominio romano nel giorno della visita di Hitler nell’Urbe, la coppia Mastroianni-Loren raggiunge una delle massime vette della loro lunga carriera mentre la critica al fascismo unita alla questione dei diritti delle donne e degli omosessuali entra nell’immaginario collettivo nazionale ottenendo consensi e applausi. Nel 1980 Scola coglie l’attimo con “La terrazza”  mettendo alla frusta i radical chic della gauche alla vaccinara romana e anticipando il nuovo che avanza. Trent’anni dopo “La grande bellezza” sarà una sorta di sequel in forma pop dell’archetipo di Scola. Probabilmente con “La terrazza” muore la commedia all’italiana per come l’avevamo sempre vista e che Scola aveva partecipato ad ammodernare con “I nuovi mostri”.

Nei film di Scola esiste un perfetto marchingegno che unisce “il ritratto linguistico sempre funzionale all’approfondimento psicologico e sociologico” come ha ben spiegato Fabio Rossi nel “Lessico del cinema italiano”. Con la conseguenza del far ridere (terapeutico e utile allo spettatore), ma anche di far riflettere sulla storia e i contrasti della lingua italiana. I personaggi di “Dramma della gelosia” parlano mescolando dialoghi da fotoromanzi e dialetto da borgata. Mirabile anche i dialoghi di Elide, la figlia del palazzinaro Aldo Fabrizi in “C’eravamo tanto amati” alle prese con il riscatto intellettuale del suo povero linguaggio per poter stare al pari del marito avvocato Gasmann. Dice il personaggio interpretato da Giavanna Ralli: “Ho visto”L’Eclisse” dell’Antonioni e sono rimasta stranita “  . Un affiancarsi alla celebre battuta de “Il sorpasso” con adeguata caricatura del neoitaliano parlante.

Ettore Scola è un napoletano di montagna, nato in Irpinia, adorato dai francesi quasi come Coppi ai tempi delle sue vittorie. La spiegazione di questo successo transalpino non si deve all’ideologia e alla moda esterofila poco transalpina, Ettore ha avuto un nonno cieco, molto curioso e autoritario. Un appassionato di cultura francese che pretendeva i nipoti leggessero “Il memoriale di Sant’Elena”, Montesquieu, Victor Hugo. Il piccolo Ettore a 9 anni legge a pappagallo senza capire nulla. Su quel ricordo si innesteranno film come “Il mondo nuovo”, “Il viaggio diCapitan Fracassa” (con cameo per Renato Nicolini). e soprattutto quel dimenticato capolavoro che e’ “Ballando ballando” che in cinque quadri ambientati in una sala di danza unisce cinema muto e commedia raccontando la storia di Francia grazie ad uno strepitoso corpo di mimi-ballerini. Pioggia di premi e la santificazione definitiva di Ettore nella patria di Truffaut. La Cinematheque francaise a pochi minuti della sua morte ieri ha scritto sulla sua pagina Fb: “Nous l’avons tant aimè”.

Un regista militante Scola. Anche questo. Capace di sfidare Agnelli girando alla Godard “Trevico-Torino viaggio nel Fiatnam” e mettendo il suo paese d’origine anche nel titolo. Ha realizzato corti sulle feste dell’Unità, sulla morte di Berlinguer per arrivare ai film collettivi su Genova. Un percorso critico da recuperare e poco conosciuto. Ma Scola è stato anche il fautore di lavori cooperativi tra maestranze e il sindacalista dei cineasti. Non manco’ di coerenza. Al Festival di Torino non ritiro’ un premio in solidarietà ai precari in lotta del Museo del cinema. E’ stato ministro ombra della cultura del Pci nel 1989. Ha sempre favorito i giovani cineasti promuovendo rare esperienze e marcando la Rai con progetti a loro favore. Ha detto: “Ho paura per i giovani e anche per i giovani registi: verrà mai in mente a un Muccino di fare “I compagni”.

Il regista Scola da anziano impatta la decadenza della società e del suo cinema. Ne è metafora “Splendor” contraltare intristito di “Nuovo cinema Paradiso”. La struttura chiusa a lui congeniale de “La cena” convince ma non graffia. “Mario, Maria e Mario” film sulla fine del Pci è nei soffitti della memoria. Restano grandi direzioni di attori fantastici (Troisi e Mastroianni in “Che ora è”) e molti lavori in bella grafia del cinema titanico che fu come quando chiama Abatantuono per narrare le leggi razziali del fascismo. Penso avesse colto questo esser fuori dal mondo nuovo dei social e del cazzeggio perenne e cialtrone. Partecipava a quello che era indispensabile. Rifiutava molto pur continuando la battaglia delle idee. Ho avuto la fortuna di incontrarlo lo scorso settembre ad Annecy in Francia. Vedendolo allontanare per i viali assolati camminando con Sergio Castellitto e seguendolo con sguardo affettuoso ho avvertito un sentimento di gioia misto a malinconia. Quasi come una scena di un suo film. Ciao Ettore. Grazie per le emozioni che hai donato al tuo grande pubblico e per la coerente lezione di cinema che consegni ai giovani registi del nuovo secolo.  Al narratore di famiglia l’Italia continuerà sempre a voler bene.