Buona domenica amici cari.

A chi mi legge nel dì di festa mi permetto di offrire una breve ricognizione e qualche analisi sui 4 decenni che attraversano la storia del quotidiano “La Repubblica” che in occasione del quarantesimo genetliaco e festeggiamenti annessi vede salire al sommo soglio Mario Calabresi. Il figlio del commissario di polizia ucciso per la vicenda Pinelli, subentra a due ventenni editoriali condotti da Ezio Mauro e dal Fondatore Eugenio Scalfari. Scrivere di Repubblica e del suo giornalismo significa tentare du capire l’Italia e quello che vi è accaduto. Perché comunque la si pensasse,  con quella testata gli italiani di diversa estrazione politica e culturale hanno fatto tutti i conti.

Nel dicembre del 1975 avevo 13 anni, e camminavo a fianco lento di mio padre quando su un muro di Itaca osserviamo un grande manifesto recitare: “Dal 14 gennaio o credete alle versioni ufficiali o credete alla Repubblica”. Scalfari uomo d’ingegno e di economia, già fondatore de l’Espresso e parlamentare socialista grazie a Giacomo Mancini per schivare una condanna giudiziaria per diffamazione, sapeva come farsi notare, ma conosceva bene anche il demone che anima certi giornalisti, che è quello della libertà professionale. Attorno ai padri nobili di altre stagioni legate al Giorno e ad un certo azionismo l’età media del corpo redazionale di Repubblica nel 1976 è di trent’anni. Giovani degli anni Settanta, molti venivano dalla palestre di Paese sera e dei fogli dell’ultrasinistra e atterravano in un mondo nuovo che forgiava giornalisti-giornalisti che avevano la fortuna di trovare un direttore-editore che conduceva il gioco del giornale in modo ben diverso di Agnelli, Monti, Angelillo e il resto degli editori impuri italiani. Erano competitor che Eugenio aveva ben raccontato nel suo libro “Razza padrona” e che guardava con l’alterigia giacobina per aver frequentato il Mondo di Pannunzio. Sostenuto da un anomalo capitalista come  Carlo Caracciolo, Scalfari che è bravo a far di conti e trattar con banche, in quell’impresa  poteva contare su una truppa che non guardava orari e compensi. Nasce subito un gruppo coeso, che a differenza della stessa passione militante dei giornalisti del  Manifesto , Lotta continua, dell’Unità  vedrà crescere stipendi e posizione sociale in modo incredibile.  Nel 1976  aggiungere il secondo giornale per molti lettori era possibile. Aver modificato la gerarchia del vecchio palinsesto delle notizie come approfondimento da settimanale risulterà essere non subito,ma presto, la formula vincente.

Ha scritto Mino Fuccillo in una rievocazione d’appartenenza: “Il luogo principe era la riunione del mattino. Un po’ salotto settecentesco, un po’ palestra della ragione astratta, un po’ ultima classe del liceo, un po’ bar della chiacchiera colta, un po’ campetto di calcio dove ci si allenava, si imparava a palleggiare, si guardavano i virtuosismi di quelli che ne erano capaci, e si prendevano calci. Perché l’esame del lavoro fatto e perfino delle parole pronunciate era impietoso, crudele, sfacciato. Corale e cordiale dileggio dell’errore fatto”

Lo spot del ventennale di “Repubblica” mostrava un lettore tipo del 1976 con bici ed eskimo che nel 1986 è diventato un buon borghese in giacca e cravatta e che fa parte della classe dirigente del Paese. Marketing indovinato per dare un’identità al popolo dei suoi lettori. La vicenda di “Repubblica” nasce nel furore degli anni Settanta. La più imponente campagna pubblicitaria si deve alle Brigate Rosse che per dimostrare che Aldo Moro, da loro rapito, è ancora vivo lo fotografano con la testata scalfariana a far testimone dell’autenticità. Repubblica distante anni luce dalle posizioni del Movimento ma paradossalmente enormemente diffuso tra i guachistes ferocemente contrapposti all’interno di una sinistra spaccata. Molti meriti di questa anomalia si devono ad un giovane cronista romano, Carlo Rivolta, che con enorme passione per il suo lavoro e a sacrificio dei suoi rapporti umani, racconta con fedeltà estrema alla cronaca i fatti tormentati e gli scontri di una generazione che crede alla rivoluzione e spesso non disdegna l’ipotesi armata. Sarà vittima ingiustificata del direttore che non tollero’ la sua adesione all’appello pubblico per gli arrestati dell’operazione 7 aprile. Scalfari mise da parte il suo liberalismo illuminato diventando braccio secolare della magistratura politicizzata del Pci. Egli è stato anche uno dei puntelli del partito della fermezza sul caso Moro. Repubblica non accredita le lettere dello statista sacrificandolo sull’altare della ragion di Stato e vampirizza nel tempo i lettori dell’Unità berlingueriana.

Repubblica si troverà pronta a far a pezzi il Corriere della Sera finito nella melma della P2 e a far partire il duello con Bettino Craxi diventando buon alleato di Ciriaco De Mita. Le pagine crescono, il prodotto migliora, arrivano nuove firme stellari. L’ingegner De Benedetti, il nuovo che avanza della razza padrona rimescola l’assetto e si preparano le grandi manovre di quel che passerà alla storia come la guerra di Segrate. Come ha storicizzato Giorgio Bocca nel libro “Il padrone in redazione” con l’arrivo dell’ingegnere si chiude a Repubblica la stagione del giornale dei giornalisti. Premessa di uno scontro editoriale e politico che arriva ai giorni nostri.

In queste ore di celebrazioni il dialogo tra i due ex direttori della testata ripropone ancora una volta la favola che Repubblica non è un giornale-partito ma una sorta di club di belle anime idealiste. Il bipolarismo ancora imperfetto italiano è invece figlio proprio di Repubblica e del suo ruolo nella società italiana. Un blocco politico ideologico-identitario che ha perennemente demonizzato l’avversario. Decisivo ancora una volta di fronte all’emergenza di Tangentopoli per aver dato  sostegno incondizionato alla magistratura e alle sue feroci derive giustizialiste con buona pace di Montesquieu. Questa volta con un’alleanza  con gli altri grandi giornali nazionali. Repubblica in quel sentiero (ricordate il popolo dei fax) costruisce una moda, destruttura le forze politiche di centrosinistra, se ne impadronisce e ne determina il completo rifacimento con le conseguenze dell’oggi. A questo blocco granitico il nascente berlusconismo ha opposto un gruppo mediatico di pari forza che ha determinato l’ennesima emergenza anomala italiana i. Il partito dei presunti onesti contro quello dei presunti ladri congeniti è lo scenario principe che non risparmierà colpi di scena. Compresa la lettera di Veronica Lario al giornale nemico di famiglia per denunciare la satrapia erotica del Cavaliere.

Repubblica invece ha modernizzato il Paese sul fronte della cultura, degli spettacoli, delle mode e delle tendenze. Nel buon racconto di cronaca politica. Nel corso del tempo lungo che lo riguarda ha catalizzato un pubblico colto (le statistiche indicano nei professori e nei lavoratori della cultura uno degli zoccoli più duri del giornale di carta) che ha saputo migliorare i nostri sapere e il nostro vivere sprovincializzando l’Italietta che rischiava di rimanere chiusa nel tinello di casa. Anche la tecnica scenografica dell’illustrazione e lo sperimentalismo innovatore di  Repubblica sono  stati decisivi per far crescere l’editoria italiana come industria. Dalla prima rivoluzione del formato tabloid per arrivare ad Rsera dei tempi dei digitale si è formato un modello di riferimento per tutti coloro che cercavano qualcosa di buono e di utile da imitare.

La fortezza Repubblica incastonata nel gruppo Espresso è stata la piattaforma che ha accolto la generazione del giornalismo militante di sinistra in fuga dalle proprie testate valorizzandone talento professionale e tutelandone specificità culturali più che ideologiche. La catena dei giornali della grande provincia italiana e le edizioni locali purtroppo non riusciranno mai a diventare presenza totale. In molti territori, soprattutto quelli meridionali, privi dei numeri pubblicitari capaci di ripagare gl’investimenti, l’arrivo del grande gruppo manageriale per molti risulterà essere solo una vana attesa. La questione meridionale di Repubblica è questione complessa da trattare nelle mie poche righe ma non ricordo grandi battaglie civili in quella direzione fatto salvo il noir criminale e politico.  Mi permetto di osservare che oggi il Meridionalismo non ha un giornale che ne raccolga istanze e passioni adeguate da proporre alla nazione. Restano antichi giornali regionali che hanno chiuso le redazioni romane e vivacchiano quei nuovi quotidiani sorti a cavallo del nuovo secolo che dopo aver rafforzato l’opinione pubblica oggi vengono compilati con un anonimo  informatico che copia e incolla agenzie e comunicati. Temo che Mario Calabresi, nonostante nel discorso alla redazione abbia aperto strade in tal senso,non si assuma questo ruolo da nuovo Prometeo per rendere Repubblica un giornale innestato nelle istanze del Meridione.

Non sono feticista di Repubblica come il mio collega Furia che porta anche lo stesso nome del Fondatore. Ma ho anch’io in quelle colonne coltivo qualche mito.  Quando non c’era Internet ,mi erano spesso provvidenziali per far i miei giornali i 10 fascicoli celebrativi del ventennale curati da Giorgio Dell’Arti ,che ha fondato anche il Venerdì. Leonardo Coen mi fece fare bella figura, citandomi,in decenni, diversi, in due suoi pregevoli reportage sugli ultrà e sulla Sa-Rc. La mia  scrittura deve molto a Pantaleone Sergi che di Repubblica è stato inviato. La gabbia originaria del giornale è stata disegnata da Sergio Ruffolo, mio lontano parente, artista e grafico di straordinaria genialità. Sulle pagine di Repubblica ho scoperto Brera e ho adorato Gianni Mura. Per anni ho letto le recensioni cinematografiche di Kezich, collezionato gli inserti della Mostra di Venezia curati da Orazio Gavioli e Laura Delli Colli. Ancora custodisco molti numeri storici.  Peppe D’Avanzo nella sua concezione d’inchiesta giornalistica, attenta ai vizi del Potere, rimane un  punto di riferimento  Da diverso anni m’informo ogni giorno dal sito repubblica.it e leggo saltuariamente quello di carta. Penso che il renzismo potrebbe trasformare Repubblica in un  giornale-Stato.

Una buona domenica a tutti voi.