Buona domenica amici

Scrivo a 46 anni del gran botto di Piazza Fontana. Giorno della perdita dell’innocenza del più grande Movimento di contestazione del Novecento italiano. C’era a quel tempo in Vietnam un popolo che resisteva a mezzo milione di soldati americani, in America i ghetti neri erano in rivolta, a Praga la primavera socialista veniva bloccata dall’invasione militare del Patto di Varsavia. L’autunno in Italia era caldissimo per la saldatura tra operai e studenti come aveva insegnato il maggio francese. La strategia della tensione istituzionalizzo’ le stragi come utensile di Stato utile a ristabilire il rapporto di forza. Pasolini con lucida analisi indicò i responsabili sul Corriere della Sera,

Ieri a Milano una rituale commemorazione con il sindaco Pisapia e il segretario della Cgil Camusso ha ricordato quel giorno di terrore. Le figlie dell’anarchico Pino PInelli,, morto innocente nella questura di Milano, hanno sfilato con altri compagni per vie diverse. Adriano Sofri, condannato come mandante dell’omicidio del commissario Calabresi (che indagava su quella strage perseguendo anarchici e “cinesi”) ha abbandonato la collaborazione con “Repubblica” che a breve sarà diretta dal figlio del poliziotto ucciso, Mario, da tempo diventato giornalista di chiara fama. Piazza Fontana è come l’Aleph di Borges. Ha un inizio ma non trova mai una fine.

A Firenze,ieri alla Leopolda, luogo identitario della politica spettacolo del presidente del Consiglio Matteo Renzi e segretario del  Pd (ma da quello che capisco la Leopolda non è un luogo del Pd) si  è commemorato il 46esimo anniversario della strage di piazza Fontana. In ricordo delle vittime e’ stato mostrato un video, con le immagini dell’epoca. Poi, sul finale del filmato, è stato rivendicato quanto fatto dal governo: “Renzi nel 2014 ha firmato  per togliere il segreto di Stato sulle stragi”. Molti esperti di materia dissentono. Ma tutto questo è stato solo un frame di una kermesse che schiera volontari provenienti dall’Opus Dei,  rampanti di ogni grado e latitudine, persone competenti, brave persone e trasformisti alla Fregoli sopravvissuti all’annunciata rottamazione.

Alla Leopolda hanno santificato il ministro Boschi accusata da Saviano di aver un conflitto d’interesse con la questione delle banche che fanno ammazzare i piccoli risparmiatori. Perplessità avanzano.  A Roma intanto nel solito teatro gremito di professionisti della politica la minoranza Dem ha proclamato di essere il vero Pd e che mai loro saranno “Partito della nazione”. Al circo mediatico che chiedeva della Boschi, Bersani ha risposto: “C’è un problema ma la richiesta di dimissioni fatta da Saviano è eccessiva”. Resto perplesso e mi scatta l’adagio brechtiano. “Chi è più criminale chi fonda la banca o chi la sfonda?”.  A Napoli in un altro meeting ,coloro che a sinistra non si riconoscono nei due precedenti schieramenti (si chiamano laconicamente Sinistra Italiana) hanno preso brevi di stampa annunciando attraverso Vendola: “Batteremo il renzismo”. Sono ancora più perplesso.

In una bella intervista al Fatto quotidiano  il regista Mimmo Calopresti, un passato tra Lotta continua e veltronismo militante, ha confessato la sua delusione per quelli di sinistra: “Il potere li ha cambiati, li ha trasformati, li ha resi schiavi. E loro, ben felici, si sono fatti mettere in catene”.   

Mi chiedo se il potere mi ha cambiato e mi ha reso schiavo. Domandarselo fa bene, però è bene anche evitare le risposte certe e affrettate. Domani vado ad Itaca per partecipare alla celebrazione dei vent’anni di attività di Filo Rosso e il quesito potrò meglio argomentarlo nel dibattito pubblico. Filo Rosso è un centro sociale che all’interno dell’Università della Calabria ha vissuto questo ventennio all’interno delle complesse dinamiche sociali che hanno caratterizzato il Sud e il nostro Paese. Io, grazie al rapporto umano con questi e altri compagni, ho mantenuto una dialettica per me significativa dal punto di vista etico e politico, tra le ragioni del riformismo e quelle delle critica radicale

La compagna Daniela Ielasi ha curato un bel libro per l’occasione: “Filo rosso. Diario di un’autogestione”. Per tutti quelli che l’abbiamo vissuta un’occasione di confronto tra il proprio Io e l’esperienza collettiva fatta. Ne firmo la postfazione. Ma quella che risulta preziosa è la prefazione pregevolmente scritta da Franco Piperno.

 Con proverbiale geometrica potenza ragionatrice Piperno analizza e pone Filo Rosso come “esempio di comunità elettiva”. Una delle tante comunità elettive (comitati di lotta, occupatori di case, collettivi e associazioni di donne, gruppi di volontariato) alle prese con la questione della temporalità. Il tempo di vita di solito di queste comunità è breve (mi sembra significativo che Filo Rosso respiri e viva da quattro lustri) ma soprattutto hanno una debole capacità a sapersi sincronizzarsi tra loro. Secondo Piperno le comunità elettive per essere tali nel lungo periodo devono essere ampie come piccole città.

Io penso, con pensieri più modesti di quelli del compagno Piperno, che è su quella mancata sincronia tra comunità elettive e aderenti alla sinistra che si puo’ trovare l’inghippo dell’ossimoro meccanismo riformatore e rivoluzionario del nostro tempo. Condivido totalmente invece la sua domanda finale collegata al libro: “Quante volte ancora dovremo subire la sconfitta per imparare a vincere?”.

Una buona domenica a tutti voi.