Anatomia di una filmografia

ACCATTONE (1961)

Pasolini modifica la ricerca linguistica che ne aveva fatto uno scrittore di successo giungendo ad un nuovo approdo che adopera l’immagine. Ma i ragazzi di vita dei suoi libri restano il motore narrativo del racconto filmico. La borgata romana, ben conosciuta dal cineasta per avervi abitato dopo la fuga dal Friuli, mette in scena la vita violenta degli ultimi del mondo. Malavita da strada, lessico naturale (i dialoghi sono curati con profonda etimologia dal pasoliniano Sergio Citti) naturale vocazione da prostituta per le donne accompagnano l’estate di Accattone e della battona romanesca che a lui si unisce. Un bianco e nero esemplare illumina emarginati che diventano protagonisti assoluti di una Storia che è controstoria. La musica sacra di Bach arricchisce i primi piani frontali che mostrano un’esistenza collettiva sicuramente profana e mai svelata prima. Il sottoproletariato urbano irrompe con tragica vitalità nella storia del cinema italiano mettendosi socialmente a lato della borghesia in ascesa e dal movimento operaio classico. Pasolini non sceglie attori professionisti. O ruba alla strada nel miglior senso del termine, oppure chiama intellettuali come Elsa Morante e Adele Cambria a indossare personaggi distanti dal loro quotidiano. Scrive Sandro Petraglia: “In Fellini Roma muore, in Pasolini uccide”. Ma l’esordio del regista non lascia neutra la canea che insegue Pasolini da molti anni. Il film è bloccato per due mesi in attesa del visto di censura. Il principe del foro, politicamente democristiano, l’avvocato Carnelutti difende pubblicamente Pasolini. “Accattone” sarà il primo film in Italia ad essere “vietato ai minori di 18 anni”. I giornali di destra accolgono il film con strilli come “Ancora un film sui rifiuti umani”. La teppaglia fascista si scatena alla prima romana del Barberini lanciando finocchi in sala e scatenando risse e contestazioni. “Pasoliniano” nel dibattito pubblico italiano diventa motivo di lacerazione contrapposta. Una sorta di amore e odio militante ferocemente avverso.

MAMMA ROMA (1962)

Irrompe nel cinema di Pasolini la prima grande attrice. E’ Anna Magnani che dà forma, fisicità e voce a Mamma Roma, prostituta che attraverso il mestiere cerca il riscatto piccolo borghese abbandonando la borgata per una più rispettabile periferia romana che invece non redime e non perdona. Ettore, il figlio, in un finale struggente muore su un letto di contenzione dopo un fermo di polizia. I casi come quelli di Cucchi e di Aldobrandi in Italia hanno una loro ricorrenza. E a quel tempo Pasolini fu ispirato con certezza dalla morte reale a Roma del giovane detenuto Marcello Elisei. Il film presentato alla Mostra di Venezia incassa subito la denuncia del comandante dei carabinieri della città lagunare che si è sentito offeso per il “contenuto osceno e contrario alla pubblica decenza”.  Anche i fascisti veneziani non mancano alla gazzarra della prima. I giornali cattolici contestano il turpiloquio. La mondanità festivaliera è turbata di vedere il suo mondo dorato invaso dai borgatari diventati attori che accompagnano Pasolini e Anna Magnani. Comunque Ettore (il nome del personaggio è uguale a quello dell’attore preso dalla vita romana di strada) muore invocando le radici di Guidonia indicando i coinvolgimenti biografici pasoliniani che riguardano il grembo materno. Continua l’uso della musica classica (qui Bach lascia il posto al Concerto in Do maggiore di Vivaldi) e la citazione pittorica di Caravaggio s’ illumina ancora del bellissimo bianco e nero di Tonino Delli Colli. Pasolini continua a storicizzare il presente delle periferie avvolgendolo però in un pessimismo cosmico segnato dal tempo che non muta e si ripete e che racconta il non mutevole che interessa padri e figli. Su tutto sovrasta la Morte che consegna tragica grandezza allo svolgimento narrativo di “Mamma Roma”.

LA RABBIA (1963)

Nel vulcanico e prolifico cinema italiano degli anni Sessanta poteva accadere che un produttore chiamasse due intellettuali distanti per ideologia ma contigui alle proprie tematiche e ambedue scomodi alle proprie appartenenze chiedendo loro di produrre un film a doppia firma. È’ questa la genesi de “La Rabbia” film di montaggio realizzato in due parti da Giovannino Guareschi e Pier Paolo Pasolini e che non avrà successo. Si tratta di una sorta di grande Blob ante litteram in cui due personalità titaniche hanno modo di urlare la loro concezione politica del mondo. La parte pasoliniana dispersa è stata recuperata da Bernardo Bertolucci nel 2008 che l’ha rimontata con il significativo sottotitolo “Ipotesi di ricostruzione della versione originale del film”. Bertolucci, allievo di Pasolini, adopera pezzi non utilizzati nel 1963, aggiunge dei cinegiornali che documentano il clima d’odio che si manifestava palesemente contro il regista e taglia volutamente la parte guareschiana per alcuni suoi contenuti tradendo di fatto lo spirito originario della complessa operazione culturale. Bertolucci per questa scelta fu costretto a dimettersi da presidente del comitato per le celebrazioni del centenario di Guareschi.

LA RICOTTA (1963)

Episodio pasoliniano del film ad episodi d’autore RO.GO.PA.G. in cui Pier Paolo sovrasta di gran lunga i colleghi Rossellini, Godard e Gregoretti. Approdo metacinematografico di Pasolini che chiama il grande Orson Welles ad interpretare se stesso nella parte del regista (Moravia scriverà di personaggio memorabile). Sorta di summa pasoliniana che mette al centro della ricostruzione filmica della Passione di Cristo (quasi un ossimoro filmografico di quello che accadrà l’anno successivo) celebrando l’ascesa e caduta del sottoproletario Stracci destinato alla morte di fame in Croce per motivi di finzione. Uso alternato del bianco e nero e del colore con raffinate citazioni pittoriche del Pontormo. Continua l’uso dinamico della colonna sonora dispiegandosi su una sorta di clip d’autore che giganteggia nella produzione pasoliniana. Bufera giudiziaria con condanna in primo grado “per vilipendio alla religione di Stato” poi caduta in appello. Il pubblico ministero portò per la prima volta una moviola in aula per raccogliere le prove delle sue accuse.

COMIZI D’AMORE (1964)

 Geniale film inchiesta realizzato a latere dei sopralluoghi per il”Vangelo secondo Matteo”. Pasolini con il suo fiuto da giornalista e anche grazie alla sua condizione di omosessuale percepisce che la molteplicità dei suoi connazionali in mezzo alla stagione del boom economico ha un rapporto complicato con il sesso e l’amore affettivo. Microfono in mano e cameraman al seguito Pasolini gira le spiagge e le piazze d’Italia dal nord al sud per chiedere domande semplici che restituiscono uno dei migliori spaccati sociali e antropologici dell’Italia dell’epoca. Proseguendo la sua azione di mescolanza alto-basso tipicamente pasoliniana ,il regista non manca di coinvolgere nella filmica esperienza fichtiana amici intellettuali come Alberto Moravia, Adele Cambria, Cesare Musatti, Camilla Cederna e Oriana Fallaci che consegnano al lavoro un ulteriore bollino di qualità. Vanamente imitato più volte nella struttura nessuno però è mai stato in grado di avvicinarsi al capostipite. Epoca ed autore evidentemente erano in perfetta sintonia.

IL VANGELO SECONDO MATTEO (1964)

Il film che consegna una dimensione internazionale a Pasolini come regista di grande talento. Dedicato alla “cara, lieta e familiare figura di Giovanni XXIII” è  anche uno straordinario ed intenso itinerario di confronto tra marxisti e cattolici nel crinale  degli anni Sessanta. Film nato ad Assisi dove Pasolini era stato invitato e dove ne legge per caso il testo di Matteo trovando caritatevole accompagnamento dai francescani della Pro Civitate. Il regista compie una profonda ricerca cinematografica ed esistenziale a partire dai luoghi dove girare il film. Nasce in questo ambito il documentario “Sopralluoghi per un film in Palestina” che decreterà l’impossibilità di girare nei posti dove Cristo visse per le profonde trasformazioni avvenute. La terra cinematografica di Gesù sarà rinvenuta invece nel Meridione d’Italia adoperando 13 località di diversi regioni con il ruolo capitale di Matera che con i suoi antichi Sassi e la Gravina da quel momento diventa una sorta di Gerusalemme cinematografica nell’immaginario globale. Pasolini  continua a prendere attori dalla strada e ad unirli ai suoi amici intellettuali che sono chiamati ad interpretare gli apostoli. La madre è la Madonna anziana. Gesù (si era pensato di affidare la parte a dei poeti internazionali)  ha lo splendido volto di uno studente antifranchista basco incontrato per caso da Pasolini e che lo doppierà con la possente voce di Enrico Maria Salerno. La sceneggiatura del film è tratta integralmente dal testo evangelico è resa filmica con scene indimenticabili e di gran valore. Questa volta la musica classica si alterna al blues in una riuscita partitura orchestrata da un emergente Bacalov. Tra citazioni pittoriche e indovinate letture laiche della vita del Cristo affidate anche a molto originali costumi e scenografie ancora oggi ammiriamo un film monumento che si vedrà con lo stesso interesse fino alla fine dell’umanità. Premiato dai cattolici, abiurato da certo marxismo, riabilitato da Sartre, contestato violentemente dai fascisti alla Mostra di Venezia, ne potevano avere in effetti le loro ragioni considerato che Pasolini ritrae gli scherani stragisti di Erode con le fattezze delle loro divise. A mezzo secolo dall’uscita l’Osservatore romano scrive che “probabilmente è il miglior film mai realizzato sulla vita di Cristo”. Il giudizio probabilmente è frutto del papato del pontefice Francesco che si è molto ritrovato nell’umanissimo Cristo raccontato con celebre maestria da Pasolini. “Quando il regista riesce a far coincidere il testo di Matteo con l’autobiografia, la passione con l’ideologia, è il film di un poeta”. (Morando Morandinii)

UCCELLACCI E UCCELLINI (1966)

Totò,  salvo l’eccezione non riuscita da Rossellini con “Dov’è la libertà”, era sempre stato schivato dagli autori ma in questo film ottiene un protagonismo da

cineteca trovandosi ad essere il papà di Ninetto Davoli in uno dei film più intensi nella riflessione pasoliniana. Totò il comico, una sorta di Charlot napoletano cammina con il ragazzo di vita conosciuto per caso da Pier Paolo sul set della “Ricotta” di cui è mentore innamorato. Sono i due eroi , che di cognome fanno simbolico “Innocenti”, in un film saggio che resta a futura memoria . Li segue un corvo che ha la voce del poeta Leonetti che racconta loro la storie di fraticelli francescani che trovano narrazione filmica negli stessi attori. Il volatile ammonisce i due viandanti in un on the road di metaforico impatto. Finirà mangiato dai due viaggiatori a chiara conclusione del destino del ruolo dell’intellettuale alla vigilia dell’entrante ’68. Poco dopo  accadrà che il gruppo situazionista romano degli Uccelli andrà a contestare gl’intellettuali nelle proprie case. Nel film i cartelli stradali con tecnica alla Godard identificano e indicano il terzomondismo guevarista come assillo della sinistra che cambia e non sembra accorgersi del mutamento rivoluzionario . I due assistono anche ai funerali di Togliatti per meglio chiarire la fine di un’epoca che perde usignoli e falchi. Un apologo perfetto frutto della migliore modernità del cinema irruente e rutilante del periodo. Pasolini lo presenta come “un film raccontato in prosa con delle punte poetiche, cosa che è tipica delle favole”.

EDIPO RE (1967)

La tragedia greca ambientata e trasposta in chiave cinematografica nella provincia italiana del primo dopoguerra filtrata dall’autobiografismo del regista  ripropone le sue profonde difficoltà esistenziali che ciclicamente lo contrappongono al difficile rapporto con il padre.  Scrive Pasolini: “ In Edipo re io racconto la storia del mio complesso di Edipo .Il bambino del prologo sono io, suo padre è mio padre, un vecchio ufficiale di fanteria, e la madre, un’istitutrice, è mia madre. Io racconto la mia vita, mitizzata, certo, resa epica dalla leggenda di Edipo”. Un cast stellare e in stato di grazia propone una superba Silvana Mangano, i borgatari Franco Citti e Ninetto Davoli in ispirata recitazione, una mitica Alida Valli, il neoteatro di Julian Beck e Carmelo Bene e un cammeo dello stesso Pasolini nei panni del gran sacerdote. “Il più armonioso dei film mitici di Pier Paolo Pasolini” (Morando Morandini)

APPUNTI PER UN FILM SULL’INDIA (1967)

Documentario nato su committenza della Rai per essere inserito nella programmazione di TV7. Il lungometraggio non ha avuto sviluppo ma resta una notevole riflessione con sguardi autenticamente pasoliniani sul millenario mondo indiano.

LA TERRA VISTA DALLA LUNA (1967)

Altro episodio di film autoriale ( “ Le streghe” con De Sica, Rosi, Visconti, Bolognini) che richiama sul set i migliori attori pasoliniani dei film precedenti (di nuovo Totò e Ninetto Davoli che questa volta duellano con la Mangano) in una vicenda all’ombra del Colosseo dove si agitano amore e morte, soldi e fantasmi. Nel superamento del reale una nuova fiaba pasoliniana con un Toto’ che sembra un Sor Pampurio vedovo in cerca di nuova moglie e la trova in Assurdina dai capelli verdi. Ninetto suona “Va pensiero” con l’armonica in una vecchia catapecchia dove puoi trovare una foto di Chaplin che è il modello evidentemente di riferimento (posto sia ben chiaro nello Charlot delle comiche brevi). Sceneggiato su uno storyboard a mo’  di fumetto , la surrealista favola ha anche una morale manifesta che recita: “essere vivi o morti è la stessa cosa”. La critica contestò al regista il suo enunciato che l’episodio fosse un naturale seguito di “Uccellacci e uccellini”.

CHE COSA SONO LE NUVOLE? (1968)

Nuova bellissima favola pasoliniana in un film ad episodi (“Capriccio all’Italiana”) ricordato per questo piccolo capolavoro in cui Totò, stratosferico in una delle sue interpretazioni migliori, è una marionetta che insieme a Ninetto interpretano Jago e Otello. Finiranno buttati  in un immondezzaio da Domenico Modugno che canta anche una bella canzone di accompagnamento mentre le  marionette guardano la bellezza delle nuvole dimenticando il triste letamaio in cui sono finite. “Ninetto <Uh, belle, che sò?> Totò <Come che cosa sono, sono le nuvole!> Ninetto <E che cosa sono le nuvole?> Toto’ <Mah…Ah, straziante meravigliosa bellezza del creato>.   Un pezzo di torta poetica fatto cinema. Nel cast anche Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Girato in una settimana.

TEOREMA (1968)

L’anno della rivolta, nonostante l’ode ai poliziotti a Valle Giulia http://www.internazionale.it/reportage/2015/10/29/pasolini-polizia-anniversario-morte

, trova Pasolini pronto ad uccidere la famiglia borghese mettendo sugli altari laici Marx, Freud e Jung in una vicenda simbolicamente definita. Un’ospite intruso nel nucleo familiare di un industriale fa sesso con tutti i componenti nessuno escluso. Quando andrà via tutti sono cambiati. “Il teorema è dimostrato, l’incapacità dell’uomo- del borghese- moderno di percepire, ascoltare, assorbire e vivere il caso”: Si salva solo la serva di origine contadina interpretata da una bravissima Laura Betti e che vince la Coppa Volpi alla Mostra di Venezia in un clima di contestazione che vede Pasolini protagonista e sodale delle convulse e movimentate giornate . Il film invece viene premiato dall’Ufficio cattolico internazionale del cinema che ne coglie il contenuto fortemente religioso in totale contrasto con le autorità religiose che guardano con occhio inquisitorio al molto sesso in scena giudicando il film come esclusivamente come blasfemo e dissacratore.Dello stesso parere la magistratura che ormai con solito rituale sequestra e persegue i film di Pier Paolo con preciso teorema giudiziario avviato da cittadini denuncianti.  Pasolini l’aveva concepito come una tragedia in versi.

LA SEQUENZA DEL FIORE DI CARTA (1969)

Inserito in un film ad episodi dei maggiori autori ribelli del periodo (Bertolucci, Bellocchio, Godard, Lizzani) quando i produttori sapevano dove andare a trovarsi un nuovo pubblico nei giovani gauchistes dell’epoca. Il titolo di lavorazione “Vangelo 70” (poi uscirà con marketing sessantottino come “Amore e rabbia”) ispira Pier Paolo che torna all’evangelista Matteo per modernizzare la parabola del fico.  Pasolini affida Ninetto al ruolo di Riccetto, il personaggio innocente che attraversa via Nazionale a Roma con un fiore di carta indifferente ai mali del mondo e riceve la punizione dell’Altissimo. Le voci di Dio nell’episodio sono affidate a Bernardo Bertolucci, alla cugina Graziella Chiercossi e allo stesso Pasolini.

PORCILE (1969)

Complessa parabola che si dipana in due direzioni:  un cannibale sbranato dalle fiere in un luogo inventato ambientato sull’Etna dove Pasolini aveva già fatto incontrare il suo Gesù con il Diavolo e il figlio di un industriale tedesco che si accoppia ai porci che finiranno per divorarlo nella villa Pisani di Stra. Secondo Mereghetti: “Non uno dei migliori Pasolini. Resta notevole l’uso degli scenari”. Cannibali e borghesia nazista erano molto rituali nel cinema impegnato dell’epoca ma Pasolini testimonia di aver concepito il suo “Porcile” “prima del Movimento Studentesco in un momento di disperazione esistenziale: tra la crisi del marxismo e la regressione della Chiesa a seguito della morte di Giovanni XXIII”. Abbastanza evidente, e forse quasi scontato, il simbolismo della società cattiva e malefica che mangia i suoi figli ribelli.

APPUNTI PER UN’ORESTIADE AFRICANA (1969-1973).

Dopo la Palestina e l’India l’amata Africa. L’Arriflex 16 a spalla come camera-stylo tra Uganda e Tanzania con il proposito di allestire l’Orestiade di Eschilo in una terra madre non aggredita ancora del consumismo e dal regno delle merci. Inconsciamente Pasolini indaga la società primitiva da lui ormai eletta a suo modello di riferimento in una visione intellettuale che è molto autoreferenziale. Il testo di Eschilo è affidato al canto blues di due afroamericani accompagnati dal sax di Gato Barbieri (un must del periodo): Nella lista dei dialoghi al finale si legge nel copione: “Ma come concludere? Ebbene la conclusione ultima non c’è, è sospesa”.

MEDEA (1970)

Sullo sfondo del film l’amore-amicizia di Pasolini con Maria Callas diva del bel canto per antonomasia e protagonista affermata sui rotocalchi per la baruffe d’amore con il miliardario Onassis invaghito dalla vedova Kennedy. Intuizione dei produttori per il mercato internazionale ( ma gl’incassi non saranno quelli aspettati)e Pier Paolo ne trova una compagnia esistenziale sensibile e delicata. Il film ne ricaverà una significativa impalcatura che regge sull’ispirazione della protagonista nella trasposizione della tragedia di Eschilo e sul tema estramamente pasoliniano del conflitto tra società agricola che diventando urbana perde il concetto di sacro.Le scenografie di Dante Ferretti e i costumi di Piero Tosi aggiungono alla tragedia un tocco magico che personalizza molto la firma di Pasolini in un itinerario che era già iniziato nel Vangelo primo film in costume di Pasolini.

IL DECAMERON (1970)

Scrive Pasolini nei suoi abbondanti taccuini: “Ero in aeroplano, stavo girando Medea. All’improvviso mi venne in mente di fare un film su un mondo altrettanto popolare, ma non barbarico e tragico, bensì vivace e allegro, tutto preso dalla gioia di vivere, del fare l’amore. Pensai subito a Boccaccio”. Nasce in questo modo l’approccio alla cosiddetta “Trilogia della vita” con cui Pasolini s’immerge in tre diverse culture (italiana, anglosassone e mediorientale) che attraverso tre libri memorabili da trasporre in film possano far esprimere un vitalistico e sensuale momento del regista. Una sorta di riflusso meditato lontano dall’impegno politicante ma non privo di contenuto. Pasolini ha il merito di aver restuito agl’italiani la lezione del Decamerone, notevole opera caduta in dimenticanza. Le 7 novelle scelte per la sceneggiature sono significativamente ambientate a Napoli con una precisa scelta di campo meridionalista. Pasolini grande esperto di pittura interpreta Giotto con una recitazione fisica molto possente. Divertente, solare, perfettamente compiuto. Ma Pasolini al cinema è ancora una volta scandalo senza fine. I Soloni della sinistra insorgono contro l’avvenuto disimpegno pasoliniano. La destra reazionaria, il centrismo bigotto e i parrucconi della magistratura più’ retriva perseguono l’arte cinematografica che rende popolare il boccaccesco che sta nei vocabolari della lingua di Dante e Petrarca. Per la felicità del produttore il film incassa la cifra record di quattro miliardi di lire dell’epoca. Da “Comizi d’amore” al “Decameron” gl’italiani (in larga parte maschi) sembrano aver compiuto una lunga marcia nel voyeurismo sessualità. Il successo commerciale del film pasoliniano consentirà la nascita di un sottogenere erotico boccaccesco che incontra un gran favore di pubblico.

LE MURA DI SANA’A (1970)

A margine del suo lavoro ufficiale Pasolini realizza un documentario d’impegno  (non privo d’ispirata poesia civile) appellandosi all’Unesco per salvare la città dello Yemen ritenuta una Venezia del deserto. “E’ uno dei miei sogni, occuparmi di salvare Sana’a ed altre città, i loro centri storici, per questo sogno mi batterò”. Di recente un bombardamento ha distrutto il centro storico di questa antichissima città.

12 DICEMBRE (1970)

Documentario militante realizzato ad un anno della strage di Piazza Fontana insieme a Lotta Continua. Filologia complessa ma interessante per ricostruire i rapporti tra Pasolini e l’organizzazione guidata da Adriano Sofri. L’idea del film fu di Pasolini che lo finanzia generosamente e gira le interviste a Milano e quelle agli operai di Bagnoli ma non puo’ essere considerato un film di Pasolini. Il documento è significativo per ricostruire  il dialogo che Pasolini aprì con il Movimento dopo il ’68. Prefazione ideale in pellicola del celebre editoriale “Il romanzo delle stragi” .

I RACCONTI DI CANTERBURY (1972)

Dopo Boccaccio nella trilogia della vita arriva Chaucer poco noto allo spettatore italiano a partire della cornice del libro che prende a pretesto un pellegrinaggio verso la tomba di Beckett a Canterbury. Pasolini elabora 8 dei 21 racconti del libro e li sceneggia con la propugnante vitalità (nonostante dissensi critici molto manifesti) del precedente. Ennio Morricone elabora musiche celtiche scelte dal regista che ritorna sull’Etna per ambientare l’episodio dell’inferno. Premiato a Berlino in un momento cinematografico in cui Pasolini va a braccio con Ken Russell. Ma Pasolini in Italia si sente emarginato volontariamente dalla società letteraria. Lo accusano di essere un pornografo, la magistratura continua a sequestrare i suoi film per oscenità. Basta la denuncia di un frate, di un comitato, di un cittadino offeso e arrivano i carabinieri. Pasolini inizia a meditare di scrivere un libro sulla lunga scia di processi che ha dovuto affrontare. Lo faranno i suoi amici dopo la morte violenta per difenderlo dal vilipendio cui  viene sottoposto anche il suo cadavere.

IL FIORE DELLE MILLE E UNA NOTTE (1974)

La trilogia della vita si conclude ad Oriente con uno dei novellieri più celebri della letteratura mondiale che Pasolini potenzia ancora una volta sul versante sessuale che sta a lato dalla Morte incombente. Pasolini sosteneva di conoscere meglio i mediorientali dei milanesi e quindi di poter sostenere una lettura critica di un loro libro di riferimento. Ma la sceneggiatura si avvale della revisione di Dacia Maraini che ci aggiunge un punto di vista femminile che non guasta nella trasposizione.  La frase guida del film è: “La verità non sta in un sogno, ma in molti sogni”:  Da riscoprire e rivedere nei mutati tempi della violentissima guerra religiosa dei musulmani estremi che attualizzano la riflessione sul potere profetizzata dal regista. “Il tema che sta alla base di tutti gli episodi è la vittoria su tutti i pregiudizi che rendono impossibili i rapporti d’amore, sia etero che omosessuali” (Mereghetti)

SALO’ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA (1975)

In un taccuino di Pasolini scritto nel giorno delle elezioni del 1975 in cui si attende una forte avanzata del Pci e della sinistra italiana si legge che il prolifico intellettuale con gesto meditato vuole abiurare la Trilogia della vita affermando programmaticamente: “Riadatto il mio impegno ad una maggiore leggibilità (Salò?)” In effetti le riprese dell’ultimo e assoluto film di Pasolini sono già iniziate da tre mesi. Egli va lasciando il suo testamento adoperando il fascismo storico ambientando a tempi repubblicani in una metafora molto leggibile della epoca che si appresta ad ammazzare Pasolini con la stessa violenza che si mostra nel film. Sade viene trasposto a Salò e Marzabotto in una precisa identificazione del nuovo fascismo. “La struttura cervicale, che ripete il verticismo teologico dell’inferno di Dante chiude il film in in una tensione unitaria e tende a costruire una serie di piani contigui, che conferiscono il senso della circolarità dei giorni (girone delle manie, della merda e del sangue) in una fredda specularità rovesciata” (Edoardo Bruno). Perseguitato dalla censura per anni il film ha la sua prima a Parigi e non a Roma e potrà circolare con dei tagli solo dopo l’ultima sentenza del 1976. Simbolicamente esce nelle sale alla vigilia degli scontri del marzo 1977 a Bologna e Roma. Il film fu processato dalla stampa d’opinione con giudizi molto duri. Spicca Enzo Biagi sul Corriere della sera che scrive:  “Salò è una triste confessione, il trionfo del deretano inteso come messaggio, il gioco macabro di una fantasia alterata, un esercizio che richiederebbe, più che l’interpretazione dell’esteta, quello dello psichiatra”: E invece in quel film a mio parere la forza della ragione dell’intellettuale Pasolini sovrasta gli orrori che ha raccontato. E in me, del film, visto clandestinamente a 15 anni entrando abusivamente da una porta di servizio del cinema, rimane impresso quel pugno chiuso che alza come sfida il giovane, sorpreso ad amare la serva negra e che viene ammazzato con colpi di pistola dai fascisti. Una speranza laica aperta nel rievocare il mio Pasolini.

http://video.corriere.it/pasolini-capolavori-grande-schermo/769d2f70-704a-11e5-a08a-e76f18e62e8d

A mo’ di finale aperto

Pasolini è ancora enorme nell’immaginario collettivo nazionale. Morto da un quarantennio. Ammazzato per giunta e con aggiunta di sospettoso mistero da parte del complottismo militante nazionale. Gli editoriali roventi, la filmografia incalzante nel suo scandalo ragionato, la semiotica come strumento, la condotta personale eretica mai doma, l’omosessualità manifesta in tempo di caccia alle streghe. La poesia maestosa (pur se ignorata da molti), il pensiero  forte coniugato ai molteplici canali d’intervento ne fanno ancora oggi un personaggio internazionale al pari di Leopardi. I suoi film vanno rivisti, studiati, si spera possano essere ancora amati.

(fine)