Invocazione al regista poeta

Caro Pier Paolo ti chiedo scusa preventivamente. A 40 anni dalla tua tragica morte mi assumo la responsabilità di tracciare il cerchio del tuo cinema. Tu, a differenza di Walt Disney, non hai influenzato architetti e urbanisti ma solo intellettuali e registi. Non hai creato delle Pasoliniland per la Società dello spettacolo a favore dell’intrattenimento. Io vedo nel tuo cinema una necessità umana che continua ad ingrassare l’occhio e rendere forti le emozioni e il pensiero del nuovo secolo. Sei stato pieno di vita, di bellezza e di poesia. Non ti sono mancati errori, contraddizioni (hai tratto immagini da Matteo l’evangelista e da Bataille) ipertrofie culturali ed ideologiche. A scorrere le scene dei tuoi film su youtube o nello schermo televisivo si ripongono i Misteri delle luci e delle ombre. Ma in tutte le tue opere giganteggiano persone. Ragazzi di vita, apostoli, emarginati, personaggi storici e letterari personificati attraverso il ruolo delle attrici e degli attori. Sei stato ossessionato dall’avanzare della modernità. Hai codificato l’omologazione. Attraverso il codice del cinema, un cinema di poesia, sempre aurorale più che autorale. Sostanzialmente, a me pare, che tu abbia voluto raccontare delle grandi verità umane per rendere i tuoi spettatori (o erano un pubblico di compagni eretici a loro insaputa?) sostanzialmente più umani.

Intro in forma di prosa (vagamente teorica)

Per il mezzo secolo del film “Il Vangelo secondo Matteo” ho contributo ad allestire a Matera una straordinaria mostra tematica che ha attratto migliaia di spettatori e attenzioni critiche di altissimo spessore, ma soprattutto ha inciso in modo straordinario per far assegnare alla città lucana, fortemente pasoliniana per la realizzazione di quell’incredibile pellicola, la designazione a Capitale europea della cultura 2019. In quella mostra allestita a Palazzo Lanfranchi uno spazio molto significativo è dedicato all’installazione citazionista dell’esperimento che il regista realizzò con il fotografo Fabio Mauri. A Bologna Pasolini si fece proiettare il “Vangelo” sul suo corpo facendosi ritrarre in questa straordinaria performance. E’ evidente che Pasolini sottolinei che il suo corpo era lo schermo utile ad accogliere le immagini di un Cristo che è fortemente autobiografico (la Madonna anziana nel film è interpretata dalla madre). Nel cinema pasoliniano si segna un’intensa vocazione allo scandalo che annuncia il martirio pubblico e privato di Pasolini.  Anche due settimane prima della morte Pasolini si fa fotografare nudo nella sua stanza con un libro in mano protetto solo da un vetro. Probabilmente si trattava di una promozione meditata per il libro uscito postumo alla morte “Petrolio”. Sostengono Luciano Mariti e Alessandra Fagioli che il punctum di quella foto compone “l’allegoria vivente tra la Forza del corpo e della Forma”. Libro o film l’allegoria è uguale per il corpo dell’intellettuale Pasolini che non ha mai mercificato la Forma della sua espressione per il recondito interesse dell’industria culturale di cui fu sempre un feroce antagonista pur essendone , in magnifica contraddizione,  uno dei principali protagonisti.

In “Caro diario” Nanni Moretti in casco e motoretta sostenuto dalla musica di Keith Jarret conclude il suo pellegrinaggio laico e cinematografico davanti allo spoglio e quasi nudo monumento che all’Idroscalo di Ostia ricorda l’omicidio del più  prolifico intellettuale italiano del secolo breve. https://www.youtube.com/watch?v=KVHbbT-rUMQ

Io penso che Pasolini sia pari a Dante e Leopardi per  aver saputo parlare alla sua Nazione e alle sue diverse patrie (il Friuli nativo, le periferie romane, il Meridione d’Italia e i Sud del mondo) ponendo la Poesia come ponte tra letteratura e cinema.

“Hanno ucciso un poeta” dirà Alberto Moravia nella commemorazione funebre di Pasolini in piazza Farnese all’ombra della statua di Giordano Bruno. http://www.raistoria.rai.it/articoli/moravia-orazione-funebre-per-pasolini/11577/default.aspx

 Il 2 novembre del 1975 all’Idroscalo di Ostia si svela il povero Cristo Pasolini non crocefisso ma ridotto ad un mucchio di “stracci” insanguinati. Nella notte della sua morte Pasolini sembra riavvolgere in moviola brani tra i più’ significativi della sua filmografia. Non posso esimermi da un breve corollario contestuale al cinema.

Pier Paolo Pasolini si arrogò sempre il diritto di saper tutto. E’ storicamente accertato che fu il primo a scrivere (sostanzialmente) i nomi dei responsabili delle stragi italiane impunite. Ma la più grande prova autobiografica del nostro essere italiani, Pasolini la consegna su un bivio che decreta l’inconciliabilità tra il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica. E l’autore degli scritti corsari non mancò di  cospargere il suo cinema di coraggio intellettuale della verità. Verità spesso scomode e scandalose.

Pasolini con il suo cinema ha cercato l’oralità senza dimenticare l’espressione di un’amore viscerale per la vita che rivive la realtà in ogni momento ricreato dal regista attraverso le diverse tecniche cinematografiche. Pasolini non bisogna dimenticare che è stato uno dei più importanti teorici del cinema internazionale. Egli si presenta al Festival del cinema di Pesaro nel 1965 leggendo la celebre relazione “Il cinema di poesia” che risulta essere il primo tentativo di lettura sistematica del cinema attraverso la semiologia. Il paradosso vuole che Umberto Eco bocci clamorosamente quella lettura come “di singolare ingenuità semiologica”. Attraverso il serrato dibattito di quei furiosi e incisivi anni del Novecento, però, poco ricaveremmo dall’estetica e dell’etica del cinema pasoliniano. L’unico modo per prenderne il capo è a mio modo di vedere pedinarne la filmografia. Analizzando brevemente ogni singolo film di Pasolini e anche rievocando lo scandalo che spesso turbò il perbenismo tricolore. Identificando l’ altalenante girovagare tra tragico e comico di un regista perennemente sospeso tra Vita e Morte.

(continua)