Buona domenica amici miei.

Buona Liberazione celebrata. L’ho festeggiata nel convento dei Francescani di Maiori dove Rossellini giro’ un episodio di “Paisà” film che ha forgiato  molto la mia coscienza. Ho pensato agli amici di Lisbona e al 25 aprile dei portoghesi. Ho riletto “Libertà” di Paul Eluard. Mi sono ricordato il vecchio disco di vinile dove stavano incise le voci degli attori famosi che recitavano le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Ho visto la tv ieri sera e Marco Paolini mi ha commosso con il suo ricordo di Sant’Anna di Stazzema. Tanto per essere storto, mi sono ricordato anche di quei partigiani che diedero le loro armi ai brigatisti perché la “Resistenza l’hanno tradita”.  Fu una guerra civile. Ma è giusto ricordare.

Voglio ricordarli due partigiani della mia Itaca. L’8 settembre del 1943 due ufficiali cosentini dell’aeronautica italiana decidono senza esitazioni di prendere un treno e raggiungere Roma. Potrebbero andare a casa, imboscarsi, invece fanno parte di coloro che scelsero la strada della lotta al nazifascismo. Si chiamano Giacomo e Mauro. Hannno 28 anni in quel tragico settembre. Le loro famiglie hanno sempre vissuto insieme, si sono educati ascoltando parole di riscatto sociale e libertà. Hanno fatto studi di Giurisprudenza lontano da Cosenza: Giacomo a Torino, Mauro a Parma. Dopo la laurea, nel 1938 alla vigilia di una guerra imminente, hanno tutti e due il problema di un servizio militare pericoloso e poco condiviso. Sono figli di antifascisti, ma non possono disertare. Si trova un rimedio. Si può diventare commissario d’aeronautica superando un concorso per laureati in legge. Si diventava ufficiale dopo tre mesi di allievi a Roma nella caserma San Michele, che oggi è sede del ministero dei Beni culturali. Giacomo e Mauro iniziano un lungo servizio militare tra Torino e Genova. La fronda inizia a farsi avanti. Giacomo è figlio di Pietro, il primo deputato socialista della Calabria, Mauro è un fervente azionista: i piccoli maestri non sono solo quelli veneti di Meneghello.

All’aeroporto militare di Novi Ligure la situazione precipita tra il 25 luglio e l’otto settembre. Giacomo, nel giorno del suo onomastico apprende da un attendente che il cavalier Mussolini è stato defenestrato. Scrive d’impeto una calorosa lettera al padre. Mauro e Giacomo sentono il mutare degli avvenimenti. I due ufficiali si scoprono, iniziano a parlare a voce alta. In un bar di Novi Ligure un episodio pericoloso. Uno dei Pernigotti, quelli del cioccolato, famiglia amica del gerarca Farinacci, ascolta Giacomo in borghese vicino a Mauro ed altri ufficiali auspicare lo sbarco degli alleati a Genova. Nasce un diverbio minaccioso. L’otto settembre evolve per il viaggio a Roma. Con un treno, come nel film di Comencini “Tutti a casa”. Per scegliere la parte giusta. Hanno dei contatti Giacomo e Mauro. Nella capitale sono molti gli ufficiali sbandati rimasti senza comando e riferimento. I due cosentini entrano nella Resistenza in un appartamento di Largo Argentina. Si occuperanno del proselitismo, di promuovere agitazioni di quartiere, diffonderanno stampa clandestina tra Prati e il Trionfale. Essere presi con una copia de “L’Avanti” o di “Giustizia e Libertà” significa finire a via Tasso. Con Giacomo e Mauro ci sono anche altri calabresi Mimì Grisolia, l’azionista Peppino Bruno, Squeo, Franco Bugliari. Saranno mesi duri. Vassalli, guida di Mancini è stato arrestato. Il vitto è scarso, i soldi sono pochi, infuriano i rastrellamenti. Ma il 4 giugno del 1944 uno splendido sole accoglie la liberazione di Roma. Giacomo e Mauro vedono i gappisti con il fiore infilato nella canna del fucile. Ora possono tornare a casa. A Cosenza il 25 aprile 1945 festeggiano la Liberazione. Giacomo Mancini e Mauro Leporace negli anni a venire non rivendicheranno mai meriti resistenziali, a differenza di tanti partigiani inventati. Anche per questo motivo, Settant’anni dopo ho voluto raccontare la storia di mio zio Mauro e del suo caro amico Giacomo.

Sono lontani quei fatti con la forza di quelle idee. La Memoria e’ forte. Ma la cronaca della moltitudine che scappa da guerre e fame per morire al largo delle nostre coste nell’indifferenza generale è terribile. La morta pietà di chi teme di essere invaso e il vuoto pietismo social mi sembrano due antinomie fuse in un’unica ignavia. Mi aggrappo ad un passo dell’ultimo scritto di Luigi Pintor che così vergava il nostro presente:

“(Ci vorrebbe) Una internazionale, un’altra parola antica che andrebbe anch’essa abolita ma a cui siamo affezionati. Non un’organizzazione formale ma una miriade di donne e uomini di cui non ha importanza la nazionalità, la razza, la fede, la formazione politica, religiosa. Individui ma non atomi, che si incontrano e riconoscono quasi d’istinto ed entrano in consonanza con naturalezza. Nel nostro microcosmo ci chiamavamo compagni con questa spontaneità ma in un giro circoscritto e geloso. Ora è un’area senza confini. Non deve vincere domani ma operare ogni giorno e invadere il campo. Il suo scopo è reinventare la vita in un’era che ce ne sta privando in forme mai viste”.

Buona vita, buona domenica amici miei