Edoardo Simonetti
Edoardo Simonetti

Come ogni anno, il 25 aprile, pubblico questa epigrafe commemorativa apposta sul municipio di Scandicci nei pressi di Firenze. Le parole che vi sono trascritte hanno un valore attuale. Hanno senso.  Qualche anno fa le ho adattate ad un compagno di Itaca che era recentemente scomparso: il compagno Edoardo Simonetti quadro di riferimento della sinistra fino all’ultimo istante della sua generosa esistenza. Pubblico anche un suo scritto sui ricordi giovanili della sede delle Corporazioni fasciste espropriata dal Sindacato e che si temesse potesse cambiare destinazioni d’uso. Per evitare retorica ho scelto un’epigrafe molto bella e un ricordo sincero. Buona Liberazione.

25 aprile 1945

Edoardo ricordava questa data

E la spiegava ai suoi figli

E ai figli dei suoi figli

Raccontava loro

Come un popolo in rivolta

Si liberasse un giorno

Dall’oppressore

E narrava loro e ai suoi compagni

Le mille e mille gesta di quei prodi

Che sui monti, nei borghi e in ogni luogo

Sbarrarono il passo all’invasore

Ne’ si scordò mai dei morti

Né si scordò mai di raccontare

Cos’è stato il fascismo

E il nazismo

E la guerra ricordava

Le rovine, le stragi, la fame e la miseria

Lo scroscio delle bombe e il pianto delle madri

Si ricordava di Buchenwald

Delle camere a gas, dei forni crematori

E tutto questo

Ha spiegato ai suoi figli

E ai figli dei suoi figli

Non perché l’odio e la vendetta duri

Ma perché sapessero quale immenso bene

Sia la libertà

Infatti abbiamo imparata ad amarla

E la conserveremo intatta

E la difenderemo sempre

Grazie ad uomini

Come il compagno Simonetti

Mi è molto caro un ricordo personale di tanti anni fa; risale all’indomani della Liberazione. Numerosi ragazzi (e meno), un’orchestrina mezzo improvvisata, dolci melodie e le coppie che danzavano sulla strada, proprio come a Parigi, il 14 luglio, festa nazionale in ricordo della presa della Bastiglia. Ma eravamo a Cosenza nelle adiacenze della “villetta” di viale Trieste, proprio sotto quello che da sessantacinque anni conosciamo in tutta la città come il palazzotto della Camera del Lavoro. Ero un ragazzino, i miei dodici anni erano fatti –come praticamente per tutti i ragazzini di allora- di divise da “balilla”, di “saggi ginnici”, di sfilate pseudo marziali, di fucili sulle spalle, di “libro e moschetto, fascista perfetto” lo slogan che ci inculcavano sui banchi di scuola e ci perseguitava a cominciare dall’asilo,…e delle paure e privazioni, certo più terribili per gli adolescenti, dalle quali non era possibile sottrarsi, fatti di fame, del terrore dei bombardamenti, di strisce di carta alle finestre, di oscuramento, di UNPA la milizia fascista che pattugliava le strade.

Una trasmissione radio si ascoltava allora con estrema circospezione in molte abitazioni; anche a casa mia, o in quella di un nostro vicino, a turno non frequente. Cominciava con uno strano (allora per me) pum,pum, pu,pu, ed era ascoltata in un tono bassissimo, in religioso silenzio, con le orecchie incollate alla radio, perché non sentissero gli spioni, sconosciuti, che erano piazzati in ogni dove e potevano essere anche i simpatici dirimpettai. Era un grave reato ascoltare quella stazione radio, pena la galera pure pesante; tra gli ascoltatori c’erano le “teste calde”, ma i più erano parenti di combattenti sui fronti di guerra e si sperava che da quella trasmissione potesse venire qualsivoglia notizia, vera, che non era possibile ottenere altrimenti.

Il ricordo di quel ballo per strada di tanti anni fa, lo associo alla fine di quell’incubo ed è un ricordo incancellabile che non potrà mai capire (e buon per lui) chi non è passato attraverso quei terribili momenti; la fine di un incubo erano quelle feste estemporanee, qualcosa di impensabile fino a poco tempo prima, veramente una condizione di totale liberazione.

La strada era parte di piazza del Littorio; fu poi subito ribattezzata come piazza della Vittoria; quel palazzotto era negli anni ’20 sede di una banca; fu destinato poi mi pare proprio a sede dei cosiddetti sindacati fascisti; dopo il 25 aprile fu occupato infine, dal Sindacato democratico, allora unico, che risorgeva dalle ceneri del ventennio. Quasi un quadrilatero: il sindacato, nelle adiacenze le sedi dei partiti di sinistra, la mensa popolare.

Mio padre era ferroviere, macchinista nelle Calabro Lucane. Ero perciò molto “introdotto” in quell’ambiente di lavoro, benvoluto da tutti i colleghi di papà, e in particolare da uno, comunista, che per molti versi fu il mio mèntore. Molto spesso andavo con lui, mi incoraggiava ad accompagnarlo alle manifestazioni. Ricordo perciò con un’emozione ancora viva la festa del Primo maggio successiva alla fine della guerra, alla quale potei assistere perché in compagnia di quel compagno, che ricordo con gratitudine, per ciò che mi ha insegnato. Ho anche la copia fotostatica di una fotografia scattata quando i cortei s’ incontrarono sul lungo Crati, dove Fausto Gullo e Pietro Mancini, tennero il comizio, da un balconcino sito in quei pressi. Tanti altri ricordi si affollano, di quell’ irripetibile periodo, pieno di promesse per gli adulti, la scoperta di un mondo sconosciuto, bello e diverso per noi ragazzini. Anche i ricordi del periodo successivo, però, e forse ancor di più perché ho avuto la ventura di viverlo tra i protagonisti, quando da lavoratore, divenni tesserato della CGIL e cominciarono le frequentazioni attive di quel palazzotto, prima da semplice iscritto, poi da componente del Comitato Direttivo, poi nella Segreteria confederale, il ’67: tra i protagonisti e mi auguro che un tantino, un briciolo lo sia stato pure io. Lo dico senza false modestie: ho troppo coscienza e riconoscenza per chi lo è stato veramente.

Sono stati anni in cui attraverso quasi quattro generazioni di lavoratori, quella sede è diventata un simbolo di riscatto, ha rappresentato il crogiuolo di un grande impegno per molti, di tante lotte, di immensi sacrifici, di esaltanti vittorie, al servizio dei lavoratori perché avanzasse la loro coscienza, perché diventassero interpreti e protagonisti del loro futuro e della società che vivevano.

Quella sede è divenuta negli anni un punto di riferimento costante e sicura per chi voleva conquistare e difendere i propri diritti ed il proprio futuro, per i giovani in cerca di lavoro, per gli operai, per gli intellettuali, per i braccianti, per gli edili, per il mondo della scuola, poi dell’università, oggi per i migranti che in quella sede, non l’unica forse, ma certo la più convinta e la più disponibile, cercano e trovano accoglienza e fraternità. E in questi casi il luogo fisico si confonde con quello che si è e si rappresenta. Ed è forse giusto, oltre che comprensibile, che sia così, per lo meno così penso e in molti pensiamo.

Edoardo Simonetti