Buona domenica amici miei

Ho sempre desiderato avere in casa due quadri di Alfredo Pirri, un sessantenne d’Itaca che ha fama nazionale, e che in una produzione tematica fissavano in cornice “il cinema” e “la fabbrica”

Mi sono tornati agli occhi quei quadri nell’andare al cinema a vedere l’ultimo film di Nanni Moretti “Mia madre”. La prima inquadratura del film fissa la divisa dei celerini in assetto da battaglia. Da spettatore reduce dall’espulso Tortosa sincero massacratore di diversi mi trovo catapultato in uno scontro di classe (fisico) davanti ad una fabbrica. Scena perfetta nel suo complesso “realismo”. Si rivela una troupe cinematografica diretta da Margherita Buy (evidente alter ego del regista Moretti) che affronta la magnifica ossessione di raccontare per immagini una storia. E lei subito dice all’assistente: “Troppe violenze nelle scene dell’assalto alla fabbrica. Lo spettatore deve essere dentro ma anche un po’ fuori”. E io in “Mia madre” come spettatore mi sono trovato un po’ dentro un po’ fuori.

Due temi s’inseguono nel film. Il cinema nel cinema e il dolore autobiografico del regista per la scomparsa della mamma recentemente avvenuta. Nanni si pone un po’ fuori come splendido attore. E’ il fratello della regista. Calmo e profondamente ragionevole. Si e’ messo in aspettativa dal suo posto d’ingegnere per meglio curare la mamma (l’interprete è un’attrice di teatro di osservanza strehleriana) in ospedale avviata verso il trapasso. Un fratello gemello del protagonista di “Caos calmo” che si chiama fuori dal logorio della vita postmoderna. Nel film non si vede mai un momento di vita social virtuale. Si scoprono i corpi e i luoghi, si ritrova la sacralità dei libri mostrando la vera biblioteca della professoressa Apicella, mitica prof di lettere classiche di un liceo romano, e che forgiò inevitabilmente Michele Apicella a salire sul proscenio nazionale per dire e illuminare delle cose. A dire cose di sinistra del secolo breve.

Tra le cose di sinistra c’è il cinema. L’ego ipertrofico del regista fin da giovane si azzardò a far troppo presto il suo personale “Otto e mezzo” realizzando un imperfetto “Sogni d’oro”. Oggi invece si permette il suo “Effetto notte” maturo. Margherita Buy, in un percorso molto dentro, affronta le problematiche di chi deve essere sempre totalizzante con una comunità creativa che va diretta con piglio decisionista che spesso risulterà assente. A movimentare la questione, complessa per la malattia della mamma, ma anche per famiglia divisa e i sentimenti sospesi, ci pensa John Turturro nei panni di un divo americano incapace di esercitare il suo ruolo sul set. Un artificio comico che ravviva il cupo crepuscolo esistenziale che quasi bergmanianamente aleggia sul film. Un po’ dentro un po’ fuori.

Io sono dentro al film invece davanti al cinema Capranichetta di Roma. Danno “Il cielo sopra Berlino” e una lunga fila di spettatori del bel tempo che fu si dipana dietro fino all’angolo. La regista incontra prima la mamma, poi il fratello che le dice “Rompi i tuoi schemi per una volta”. Sì. Nanni Moretti ha rotto i suoi schemi. Turturro che anela alla vita reale balla con la costumista ma le musiche di fondo sono quelle di Philippe Glass e di Leonard Cohen. Il film nel film è profondamente antimorettiano. Non bisogna spiegare allo spettatore quello che accade nel mondo. Ma aiutare a riconoscerci nei dolori e nelle gioie che viviamo. Questo mi sembra dica il vero film.

Prima della rivoluzione e con i pugni in tasca due o tre generazioni d’incendiari s’illusero della morte della famiglia. Oggi in quella componente molti di noi, Moretti tra questi, rivelano che il tutto su mia madre è decisivo nella tua esistenza per confrontarti con il tema universale della morte. E se affronti la morte sei nella vita. Con la figlia adolescente che s’innamora, va male in latino e tu devi rielaborare oggi a che serve a studiarlo. E quindi il film sale d’intensità tra le paturnie della regista e la rivoluzione esistenziale del fratello. E ognuno di noi fa i conti con la propria madre, con la propria famiglia. Con la vita e con la morte. Un po’ dentro. Un po’ fuori dal film.

Moretti ci riporta in quella casa di “Ecce Bombo” dove lui guardava i ragazzi più giovani, e il padre guardava lui. Quella casa ora vuota e abitata dai figli che vanno alla ricerca del tempo perduto in modo onirico. Nanni Moretti continua a parlare agl’italiani con il suo cinema. Marco Travaglio ridendo alle lacrime e piangendo con il sorriso insieme al critico del “Fatto” ne fa monumento di resistenza umana. Mereghetti del moderato Corrierone ne premia la maturità artistica ed esistenziale, la destra colta fogliante di Mariarosa Mancuso cerca vanamente di rottamare il morettismo buttandola in caciara sostenendo che tutti ne scrivono bene ma invece ne pensano male. La mia amica blogger Nerina Garofalo invece ne trae lezioni di illuminante saggezza (http://nerinagarofalo.com/2015/04/17/ho-pianto-sui-titoli-di-coda-a-luci-accese-quando-mia-madre-mi-ha-lasciata-sola/)

Sono uno che piange quando vedo il dottor Zivago. Ed ho pianto vedendo “Mia madre” immedesimandomi nel dolore della nipote che apprende della morte della nonna. Ho pianto sentendo i ricordi degli studenti dell’amata professoressa. E dopo il “domani” finale mi sono ricordato di quella muta uscita da “Bianca” che mi rivelava la durezza del sogno rivoluzionario finito. Da cinquantenne ieri invece sono tornato a casa sereno con la mia esistenza. Ascoltando spettatrici anziane preoccuparsi del cuore e andando a cercar leggerezze del sabato. Ripensando a mia moglie Lucia che parla con Agata Apicella al lido California di Vietri sul Mare mentre mio figlio Tullio giocava a far castelli con il Pietro di “Aprile”. Io, invece, giocavo con Tullio a tennis senza racchette come accade in “Blow up” sperando che Nanni si affacciasse dal balcone per ridere di quella citazione. Un po’ dentro un po’ fuori dal suo cinema. Con “Mia madre” resto su quella soglia ammirato

Buona domenica amici miei