Buona domenica amici miei da Pagani dove oggi si festeggia la Madonna delle galline (vivamente consigliata a cineasti e fotografi antropologici)

Avendo scritto il libro “Toghe rosso sangue” che racconta la storia dei 27 magistrati uccisi in Italia (unico caso del mondo occidentale) e da cui è stato tratto un omonimo lavoro teatrale di discreto successo non posso esimermi di chiosare qualche riflessione sulla strage al Palazzo di Giustizia di Milano che ha allungato di un none il tragico elenco cui si affiancano anche un avvocato e un cittadino coimputato dell’assassino.

Della cronaca sappiamo tutto. A breve sarà archiviata dalla nostra labile memoria che consuma fatti con voracità incredibile (la strage in Kenia, l’aereo schiantato dal pilota depresso a distanza di settimane sembrano già lontani nel tempo dell’immaginario collettivo).

Pochi hanno fatto riferimento al dato storico dei 27 magistrati uccisi. La cronaca è stata utile solo ad attualizzare l’eterno scontro sulla Giustizia italiana costante di un emergenzialismo mai cessato nel nostro Paese tra insorgenze armate, corruzione mai sopita e malagiustizia. Il primo intervento politico del nuovo presidente della Repubblica si è registrato in questa tragica occasione sintetizzato dallo slogan “Respingiamo il discredito verso i magistrati”.

Ferdinando Ciampi era un giudice fallimentare. Era un giudice fallimentare anche Paolo Adinolfi (http://www.linkiesta.it/paolo-adinolfi ) penultimo giudice ucciso, scomparso nel nulla e mai riconosciuto vittima ai familiari che tentano vanamente di far luce su un caso inquietante di Mafia capitale mai sopita. Si occupava di fallimenti illustri, andò a denunciare quello che sapeva nel Palazzo milanese della recente strage e i suoi colleghi rimossero volentieri quei fatti, Csm compreso.

Anche il primo giudice ucciso in Italia, Agostino Pianta, venne ucciso in un Palazzo di Giustizia. A Brescia vittima inconsapevole di un ex detenuto che si riteneva vittima di una sentenza sbagliata emessa dal tribunale di quella città. El Guiss chiamavano quello sbandato che sparò a Brescia nel 1969. I”l Conte Tacchia” l’autore della strage di Milano. Personaggio da commedia nera  all’Italiana, commenda da casinò e smargiassate che ha esploso la sua testa contro una causa fallimentare. Morti visibili quelli di Milano da affiancare a coloro che si sono uccisi per le bancarotte mai raccontate della crisi economica che attanaglia le nostre vite. Nel Paese della Diaz, l’Italia di Beccaria condannata per tortura dall’Europa grazie ad un vecchietto che dovremmo dichiarare Santo laico al prossimo 25 aprile. Con De Gennaro santificato a Finmeccanica e difeso dal premier, con il magistrato responsabile di Bolzaneto, oggi assessore a Roma e che dice che volevano il morto. Un’altra tappa della guerra civile italiana a bassa intensità. Italia senza Giustizia giusta.

Dopo tanto noir mi sia concessa una traccia di luce e libertaria del miglior Novecento. Venerdì è scomparsa ad 88 anni Judith Malina motore centrale del Living Theatre. Attrice nota alla società dello spettacolo per aver avuto un ruolo nella vecchia versione della Famiglia Addams. Ma l’attrice, regista, attivista, leader ha rappresentato molto per una lezione di coerenza esplicata attraverso uno dei fermenti rivoluzionari che dai teatri aggredirono spazi e latitudine della società contemporanea. Compagna di Julian Beck, entrambi ebrei europei, con la loro attività hanno seminato sempre nella tradizione attiva della sovversione pacifista anarchica contaminando la macchina spettacolare a futura memoria per un impatto fatto di corpi a corpi e azione scenica in strada e in palcoscenico mai banale.

Avevo 13 quando ad Itaca si vide arrivare il Living Theatre grazie alla prima giunta di sinistra e al funambolico assessore Manacorda. A quel tempo già leggevo giornali e sapevo che la compagnia di Julian Beck era anche finita in carcere per le sue esibizioni. Sciamarono per le nostre strade quel gruppo di circa 50 attori vestiti da freak che assaltavano metaforicamente banche e carceri. Andarono sulle scale delle chiese a mimare orgie e il povero parco di San Nicola si vide costretto a chiamare la polizia. Vidi molte repliche di “Sette meditazioni sul sadomasochismo politico” e alla Festa dell’Unità l’interazione fu così coinvolgente che un docente universitario ubriaco si mise a lottare con un attore. Non si capiva dove era la finzione e la realtà. Si capiva benissimo la tortura (ma guarda che parola attuale si rivede) di un attore nudo appeso ad un palo e che riceveva (una finta) scarica elettrica come sapevano ben fare i poliziotti sudamericani. Perché la tortura è insita a certo Potere sporco. Per me fu decisivo quell’incontro

Ne avevo 30 di anni quando il Living tornò ad Itaca.  Julian era morto e Antonello Antonante aveva dedicato al suo splendido nome uno spazio culturale cittadino.

Judith era diventata capataz e nulla era cambiato nella struttura estetica e ideologica del gruppo. IL contesto non era più quell’enorme degli anni settanta. Ma quell’Utopia continuava a vivere tra i nuovi ribelli affiancati a quella stagione. Andammo all’Aquario a vedere uno spettacolo intenso con Judith e il suo nuovo compagno Hanon Reznikov dove l’età non scalfiva quell’antico ardire nel sovvertire codici e azioni. Da giovane giornalista televisivo con passione maniacale documentai quel segno di ricorso storico. Ma c’era ancora tempo di tornare in strada. E non esitai a presentarmi un sabato indimenticabile nello stazione di un teatro insieme ad un’altra trentina di persone per preparare un’azione scenica nella piazza più frequentata del nostro piccolo villaggio.

In poche ore condividemmo tecniche rodate per proporre le nostre azioni. In gruppi di tre frazionammo la nostra narrazione. Studiammo gli spazi e i tempi dati dagli esperti guerrieri teatrali. Un colpo di piatti e una chitarra a raccordo. Eravamo pronti. Siamo stati anche noi Living theatre. Alla fine un grande cerchio attorno alla piazza recitando l’Ohm come una sorta di orgasmo infinito cui si aggiunsero coloro che guardavano partecipi e (per fortuna) sconcertando ancora coloro che non capivano. Ripetemmo quell’Ohm in altre occasioni. Quella notte parlai a lungo con Judith e Hanon al Gramna condividendo saperi ed ebbrezze. A casa mia dormirono molti compagni di questa avventura. Molte vite ricordano quel sabato del villaggio della mia Itaca. Ora che Judith non è più in questa terra mi piace vederla nel volo di una rondine, nell’alba sul mare, nei solchi della terra dove il mondo si rinnova.

Buona domenica amici miei.