Buona domenica amici miei. Se volete capire e conoscere la ‘ndrangheta, la Jonica reggina, la radice del male e della malapianta cercatevi una delle 120 sale dove proiettano “Anime nere” e fatene un corpo a corpo con il vostro pensare sui mille luoghi comuni che avvolgono questa complessa, intricata, affascinante materia narrativa. Un film potente e irruente quello di Francesco Munzi, regista che si e’ impossessato di un luogo, di una cultura e soprattutto dell’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco autentico deus ex machina dell’operazione spettacolare che ha reso perfetta la messa in scena della storia collaborando alla sceneggiatura, ma soprattutto agendo da mediatore culturale in un territorio spatronato alle regole dello Stato, che ha permesso di allestire un set aperto dalle parti di Africo e dintorni.

Era dai tempi di Corrado Stajano, autore di un indimenticabile libro reportage realizzato al tempo di don Stilo e dei fratelli sovversivi Palamara che non si compiva un’operazione verità tanto riuscita da quelle parti. Lezione epica senza Ettore e Achille, tragedia greca ambientata tra i discendenti di coloro che alluvionati da pastori di montagna diventarono altro e che ai giorni nostri mescolano drammaticamente il sincretismo della famiglia arcaica alla sporcizia moderna del colore dei soldi sporchi. Autorevoli critici hanno posto paralleli con i “Tre fratelli” di Rosi (film che amo) mentre il parallelismo a mio avviso va fatto invece con “Fratelli” di Abel Ferrara (“The funerai” titolo originale). Quei gangster italoamericani degli anni Trenta sono gli antenati dei narcotrafficanti calabroglobali che cercano supremazia d’ominità e di potere assoluto rimanendo invece dei vinti. A differenza degli attori hollywoodiani di Ferrara infatti i personaggi di Munzi-Criaco parlano in dialetto calabrese come i pescatori de”La terra trema” parlavano nel loro siciliano. Film di grandi attori ben diretti e coordinati. Un monumentale Peppino Mazzotta trova finalmente un ruolo da estro, Anna Ferruzzo rivela le sue straordinarie doti, Fabrizio Ferracane interpreta Luciano con la forza di un Omero Antonutti,  Attorno a loro facce vere (va citato almeno l’esordiente Stefano Priolo preso dalla strada nel ruolo di strepitoso braccio destro) che si muovono in ambienti reali segnando una drammaturgia incalzante. Il budget medio ha limitato la narrazione tra Amsterdam e Milano ma la piovra globale mostra  lo stesso con efficacia i suoi tentacoli. Da  Careri a Wall Street il paesaggio ossimoro di una Calabria che assomma struggente bellezza alla sfatta decadenze della case mai finite osserva il nostro triste presente. Declamano urlanti gli alfieri del calabraltrismo. La Calabria è anche altro. La Calabria bella e positiva di Tropea e dell’Unical da mettere come pezza a colori sul nero di Africo? Un bel paradosso nelle Calabrie risalite da anni dalla linea della palma sciasciana che ormai è piantata nei “locali” di mezzo mondo. Ha speso parole  di sdegno sull’argomento l’assessore regionale calabrese alla cultura Mario Caligiuri, corregionale  del sindaco che nel film per paura non va al funerale del boss emergente che ha contribuito a farlo eleggere. Un film che ti fa comprendere la strage di Duisburg e l’omicidio Fortugno. L’immersione profonda della ’ndrina liquida si rivela al mondo per quella ostinazione a dover essere sempre martello. Puoi  vivere negli attici, saper parlare spagnolo e inglese, contare soldi con le macchinette ma devi sempre tornare a condividere carne di capra dopo averla sgozzata. La tarantella liberatoria del dì festa non ti libera dal matrimonio combinato tra regnanti dell’Aspromonte, dalla falsa politica delle parole argute, dal tradimento del tuo migliore amico, dal girone carcere-latitanza-morte. Un coro di donne complici circonda la scena.  Il nero sovrasta la fotografia, i costumi, la sceneggiatura. Confrontate il film con la cronaca nera mediatica scritta con velina burocratese e prosa giudiziaria arricchita da slogan pubblicitario con fotine d’ordinanza. Quel racconto, fatto su carta o in digitale non importa, è  diventato logoro e vuoto. Questo film invece ci rivela le anime nere. Quelle che sono tra noi. Quelle che non riusciamo a far diventare normali. Quelle figure che diventano ibride carte di un mazzo di tarocchi che continua a governare il destino collettivo di noi tutti.

Il mio precedente post dedicato all’annullamento della condanna per Padre Fedele ha raggiunto 2300 “mi piace” su Facebook. Ringrazio Lucia Serino per averne analizzato il successo con una motivata analisi (http://www.ilquotidianodellabasilicata.it/news/lucia-serino/729788/Lo-scoop—-E.html) Ma mi preme ringraziare anche il mio antico sodale complice cronista Vincenzo Brunelli che nel cuore della notte con un sms mi annunciava il fatto aggiungendo “notizia di pochi minuti fa”. Il cronista con cui avevamo pedinato il fatto dall’origine del suo svolgersi, pur non avendo più’ obblighi di bottega, aveva ritenuto opportuno informarmi dell’esito della Cassazione. Giornalisti sempre pur se fai un altro mestiere. E Vincenzo fa parte di questa schiatta.

Sono alla vigilia di un bel viaggio. Insieme ad altri sette compagni, dal 23 al 25 settembre gireremo la Basilicata in un tour che toccherà luoghi e realtà imprenditoriali d’eccellenza del territorio lucano.Viaggeremo, scopriremo meraviglie, incontreremo persone e soprattutto racconteremo collettivamente quello che accade. Siamo degli storyteller. Si tratta di un viaggio nei luoghi dell’innovazione praticata,  nei territori che si riscattano e tra le persone che non aspettano. A Bernalda terremo anche un’assise sul nuovo cinema digitale. Ma per conoscere protagonisti ,mete ,appuntamenti partecipati potete consultare restartsud.it. Sui social il segnale di fumo della narrazione in tempo reale è #restartsud. Vi aspettiamo nelle forme che riterrete più’ opportune. Una buona domenica amici miei.