Nelle mie biografie in rete, spesso si può leggere l’orgoglio di essere stato tra i fondatori di Ciroma. La Ciroma è bellissimo termine calabrese, che Franco Piperno, mirabile compagno dotato di senso e poesia che spesso ha legato alla Scienza, andò a scoprire in giardini segreti e vecchi racconti di detenuti.

Per quelli che non ne conoscono la Storia (http://www.ciroma.org/site/radio/storia) è affascinante capire un fenomeno politico-culturale che come spesso capita, stava avanti nelle tendenze ma aveva ben presente la Memoria del tempo. Tralascio pero’ in questo post temi intensi della pubblicistica meridionale del secolo scorso che hanno influito non poco nelle vicende della mia Itaca e che mi permetteranno anche di essere candidato a sindaco a 31 anni nel momento della caduta della Prima Repubblica.

Qui proverò a sintetizzare la mia forte esperienza umana e didattica che ha forgiato il giornalista senza distintivo. La mente va a quei lunedì’ di riunione dove si discuteva attorno ad un tavolo tra salsiccia, vino e fumo denso di Novecento di temi che hanno riempito di contenuti forti il mio narrare. Fortunato Freddamano, alias professor Gallo, mi fece capire che nei media mainstream che frequentavo c’era il balbettio veloce della stupidità di massa e che nella frequentazione ciromista i temi, tra ironia e sana pazzia, declinavano invece in file fondamentali del mio archivio neuronico.

Ciroma fu la libertà assoluta. Padroni di noi stessi e del nostro agire. Da quando la radio fu in onda, e ancora oggi tra “Appunti di sopravvivenza” ed elogi dei Ramones, sui 105,700 la radio comunitaria è flusso di senso ed esperienza. Generazioni di cronisti si sono formati attorno a quei microfoni. Credo che Ultrà e Ciroma a Cosenza siano stati la migliore palestra giornalistica della città. A mo’ di esempio piace ad esempio ricordare che quel genio talentuoso che risponde al nome di Eugenio Furia lo incontrai la prima volta ragazzino in una delle tanti sedi della radio.

Fui tra i primi ad organizzare l’informazione ciromista. I primi esperimenti erano settimanali. Francesco Febbraio che portava l’esperienza padovana, oltre ad essere uno straordinario compagno di vita fu spesso regista di studio del mio primo periodare al microfono. Venne poi il tempo del “Ciromagiornale”. Un punto di vista dichiaratamente fazioso che anticipava il giornalismo della modernità.

A quel tempo sbarcavo il mio lunario con il salario che mi offriva Telecosenza emittente situata nella città vecchia di  Cosenza. A fine mattinata, mentre avevo raccolto una scaletta di notizie, qualche agenzia, una cassetta audio con tracce musicali e interviste me ne salivo nello splendido vano nobiliare occupato qualche secolo addietro dal contestabile Ciaccio e con auto regia informavo non un pubblico ma una piccola comunità. Fu quell’antica esperienza a dotarmi di un linguaggio non convenzionale e a pormi spesso la questione del pensiero forte su quello che ho comunicato successivamente con il mio scrivere.

E vennero poi gli approfondimenti. Con Massimo Ciglio che raccolse una straordinaria intervista su come si compravano i voti nei quartieri popolari. I microfoni aperti e le dirette dal mondo con Scalzone che da Parigi che fluiva incessante. La teoria di Blixa, il dibattito aperto a tutti. Ai tempi della prima guerra in Iraq vennero in molti a parlare. I nostri compagni con rap d’epoca. Poi vennero i cattolici e scendemmo per le strade. Poi vennero i fascisti e pur se alcuni di noi furono scombussolati parlarono anch’essi. Finimmo in qualche lista di traditori da bandire. Ma la Radio non smise mai di informare e divertire. Venne anche Giacomo Mancini a parlare.Stava in silenzio da un mese. Per la prima volta le cricche partitocratiche erano riusciti a non farlo eleggere in Parlamento. Dopo il botto di Capaci riuscimmo a portarlo in sede (la foto del post del ciromista Giordano documenta quella storica serata) e assieme a Tommaso Sorrentino, Franco Piperno la conversazione fu di futura memoria. In molti di quei momenti  appresi l’umanità delle genti e formai un montaggio dell’esposizione. Non mi preoccupai mai della dizione. Trascorsi una vigilia di Natale a tenermi compagnia con chi ascoltava la frequenza. Dalle cabine telefoniche avvenivano dirette. Le passioni furono intense e non solo politiche e civili. Cercavamo di capire e battere il Tempo. Continuai ad essere redattore della Ciroma in altre sedi e con i miei compagni. Anche quando mi trasferì’ a Milano con Ardenti, Ficco e altri anticipavamo le narrazioni cyberpunk della mutazione e della Rete inviando nastri preregistrati.

Sono passati molti anni da quel tempo e mi sento ancora un ciromista.  Quel giornalismo militante fu placenta e liquido amniotico del mio agire futuro. Quando ancora mi si chiede un intervento sui 105,700 per me quello è un bel giorno. Sogno ancora di allestire per Ciroma con degli amici teatranti il radiodramma di Guy Debord “Urla in favore di Sade”.

(segue)