Buona domenica amici miei. Mi si perdoni se nel giorno della festa v’invito a riflettere sul dolore. Chi cura il dolore degli altri merita rispetto. La cura è un concetto che merita rispetto. Incrocia l’amore. “Ed io avrò’ cura di te” recita uno dei migliori versi di Franco Battiato. Molto più’ complesso il “mi pento e mi dolgo” che è atto di dolore della catechesi cattolica che lasciamo alle convinzioni singole.

Occuparsi e prendersi cura del dolore e delle questioni del mondo non significa pero’ prendersi cura di tutti i dolori del mondo. Sarebbe ingiusto e non proporzionato alle vite degli uomini e delle donne. Sono atti di coloro che sfiorano la santità. Ieri mattina vedevo nella bella piazza di Potenza, quasi a fianco, in cravatta e camicia, a pochi piedi di distanza, da un lato degli attivisti di Lotta Comunista (si tratta di una frazione rimasta legata ai dogmi della Terza internazionale) e dall’altra i Testimoni di Geova. Con il rispetto che si deve a chi ha un ideale, osservavo che pur professando ideologie diversissime, i due sparuti drappelli avevano più’ affinità che divergenze. Con estremi per le loro certezze, sono coloro che non hanno dubbi,e praticano il nozionismo a memoria della Bibbia e del “Che Fare”. Pattugliano le strade e girano per la case a diffondere il loro Verbo. Pensano di poter curare il dolore del mondo perché in guerra con il Male assoluto.

Prendersi cura di qualcosa e qualcuno, occuparsi del mondo praticando l’arte del dubbio, avere lo sguardo e il pensiero agli altri. Forse, questa è una buona pratica.Vi possono essere piccoli dolori del mondo che per delle ore scuotono il corpo e l’agire e presto si metallizzano nella quotidianità. Esistono drammi epocali che sembrano non aver mai fine. Penso al dolore di chi vede il proprio compagno viandante morire nel fondo di un barcone asfissiato dai motori. Penso a Lampedusa da isola di tartarughe diventata isola di profughi. Noi, in gran parte lontani con i nostri agi, pacifichiamo la coscienza con una missione umanitaria che salva tante vite umane e già sembra tanto rispetto a chi voleva solo sparargli addosso a questi nostri fratelli che guardano il mondo.

Pensate al dolore di chi ha perso una persona cara sull’aereo per il missile scagliato dalla follia nazionalista russo-ucraina. Tifosi che seguivano la squadra del cuore in una lontana amichevole, scienziati che lottano l’Aids e l’incredibile vicenda di Kaylen che perse un fratello nell’aereo scomparso nel nulla pochi mesi fa e ora piange la figliastra in questa tragedia. Andavano in giro per il mondo quelle persone e in un angolo hanno trovato la stupidità della guerra a decidere il loro destino. Sono morti come quelli di Ustica che sta vicino a Lampedusa. E mi si torcevano le budella a leggere l’altro giorno le spiegazioni di un generale d’aviazione italiana a tecnicare come era potuto accadere il disastro russo. Mentre del loro disastro hanno sempre taciuto occultando le verità e spargendo querela a chi sfidava il muro di gomma.

Il dolore delle genti , la’ dove il Cristo predicò la pace e il Samaritano fu buono e i Farisei non sono mai mancati, segna 342 palestinesi uccisi dall’attacco di terra. Uno era neonato, cinque erano bambini. Cinque morti israeliani. E’ dolore anche quello. Quello di un soldato ucciso dal fuoco amico e quello di chi e’ stato centrato dal razzo di Hamas. Due popoli un solo dolore. Per loro e per noi pacifisti. Poi ci sono i Farisei. Non solo in Palestina. Quelli come Giuntella e quelli che lo minacciano di morte. Sono passato in mezzo al ghetto a Roma. Al portico d’Ottavia piangono solo i morti d’Israele. Mi è parso uno sfregio alle lapidi che ricordano su quelle mura i deportati dai nazifascisti.

In tanti hanno provato dolore, spero per loro sia stato piccolo e non cosmico, per l’assoluzione del Cavaliere nero epigono moderno dell’eterno fascismo italiano. Questo dolore della sinistra dei ceppi e del cappio non m’appartiene. Scruto preoccupato il mio Paese senza diritti e con pene incerte ben rappresentato dai teatrini di Ferrara e Travaglio.  A via D’Amelio le cronache dell’anniversario narrano di Salvatore Borsellino abbracciato al figlio di Ciancimino mentre si contestava ingiustamente Rosy Bindi. In Italia le tragedie spesso finiscono in farsa.

Guardo con mio figlio Tullio di 12 anni al Palazzo delle Esposizioni a Roma lo spezzone di “Uccellacci e uccellini” con Toto’ e Ninetto Davoli. Un padre e un figlio nel 2014 che guardano un padre e un figlio. Devo spiegare a Tullio chi è il corvo. Gli racconto che la voce è quella del poeta Leonetti nato nella mia Itaca, e nelle nostre lande mai molto celebrato. E Tullio guarda e vuol sapere di Pasolini che arrivo’ a Roma fuggiasco, che vide “Roma città aperta” al Cinema nuovo. E guarda Tullio gli accattoni e i ragazzi di vita, le partite al pallone del poeta che tifava Bologna. Riconosce Matera dove stasera verrà con noi a vedere la grande mostra che si apre sul Vangelo. Penso ai dolori che visse Pasolini. Alla forza delle sue parole e immagini. All’attualità dei suoi dubbi.

Il 20 luglio del 1969, 45 anni fa, dopo aver scoperto l’alba, il fuoco, l’America conoscevamo con i nostri occhi anche la Luna. Virgilio Lilli, nato anch’egli nella mia Itaca all’insaputa dei miei concittadini, celebre penna del Corsera salutava quel momento scrivendo: “La voce dell’astronauta aveva un suono opaco mentre se ne andava la Luna silenziosa con la dieresi sulla seconda “i”…essa ora e’ cosa umana, ora che gli uomini l’hanno toccata”. E dopo tanti dolori mi piace darvi il mio buona domenica, cari amici, con quel ricordo pieno di speranza. E’ il buona domenica di un vostro amico che poco dorme e molto sogna.