1)Fabrizio De Andrè un amico, un compagno di strada, libertario nelle ossa, uno dei migliori poeti del Novecento.Era interessato ai temi e alle discussioni di Ciroma. Ne aveva parlato con Piperno. Voleva venire a Cosenza. Con i ciromisti avevamo immaginato di organizzare l’assemblea a piazza dei Follari. All’improvviso poi avremmo fatto arrivare una chitarra e avremmo detto dai Faber canta “La città vecchia”. Le reciproche pigrizie lo impedirono (condivido con lui anche una passione per Oblomov).Quando camminavo per i carruggi con i Grifoni Stefano e Nico me lo sentivo a fianco. L’amore sacro e l’amore profano. Le smisurate vicende della vita.Porto nel cuore la sua gioia live dei concerti al Grandinetti di Lamezia, al Garden di Cosenza, allo Smeraldo di Milano.Vent’anni fa piansi come un bambino. Non lo avevo messo in conto.. Giorni dopo avrò riletto cento volte la cronache dei funerali di Gianni Mura titolata: “Per De Andrè pugni chiusi e preghiere”. “… Ma il rimpianto, fratello minore del pianto, c’ è e si sente ed è quello di aver perso un amico non importa quanto conosciuto da vicino, uno che trovava le parole giuste (che paura che voglia che ti prenda per mano), e quando si fa la conta si è uno in meno e quelle parole (com’ è che non riesci più a volare) adesso chi le dice”. Sono rimaste parole e canzoni. Non è poco non è tanto. Per questo Paride dice grazie a  Fabrizio

2)«Aveva un bellissimo viso da signore, ancora ben intuibile dietro gli sfregi lividi dell’alcol, come in un ritratto di Bacon. Aveva una bellissima voce da uomo, profonda e fedele alle parole che pronunciava, levigata negli anni da un fiume di sigarette. E aveva un bellissimo cuore, il cuore dei grandi poeti, aperto al cielo, alle nuvole, alle donne che amano, ai soldati che muoiono, ai potenti che comprano, ai delinquenti che pagano. […] Dalle puttane, dai carcerati e dagli emarginati cantati (e cullati) nelle sue prime ballate, passò agli indiani d’America, agli umili morti di provincia di Spoon River, ai poveri cristi dei Vangeli apocrifi, agli anarchici più esplosi che esplosivi, ai barboni bruciati da Ludwig, ai transessuali, ai lavavetri, a chiunque incarnasse la poesia della sconfitta.  Michele Serra, la Repubblica 12/1/1999]

3)E vi siete detti/Non sta succedendo niente/Le fabbriche riapriranno/Arresteranno qualche studente/Convinti che fosse un gioco/A cui avremmo giocato un poco/Provate pure a credervi assolti/Siete lo stesso coinvolti/

Canzone del maggio

4) I polacchi non morirono subito/E inginocchiati agli ultimi semafori/Rifacevano il trucco alle troie di regime/Lanciati verso il mare/I trafficanti di saponette/Mettevano pancia verso est/Chi si convertiva nel novanta/Ne era dispensato nel novantuno/La scimmia del Quarto Reich/Ballava la polka sopra il muro/E mentre si arrampicava/Le abbiamo visto tutti il culo/E la piramide di Cheope/Volle essere ricostruita in quel giorno di festa/Masso per masso/Schiavo per schiavo/Comunista per comunista.

La domenica delle salme.

5) Quando vide che l’uomo allungava le dita/a rubargli il mistero d’una mela proibita/per paura che ormai non avesse padroni/lo fermò con la morte, inventò le stagioni/.

Un blasfemo. (dietro ogni blasfemo c’è un giardino incantato)

6)Quei giorni perduti a rincorrere il vento/a chiederci un bacio e volerne altri cento/un giorno qualunque li ricorderai/amore che fuggi da me tornerai/un giorno qualunque li ricorderai/amore che fuggi da me tornerai

Amore che vieni, amore che vai

7)“Caro De André, non mi è stato facile risalire come avrei voluto il filo delle sue canzoni e tanto meno farlo ordinatamente. Quella sarebbe stata in forma limpida la sua storia artistica, dietro la quale- noi lo sappiamo- c’è sempre un’altra che siamo, noi destinatari, tenuti a ignorare, a meno che essi la ceri la finzione e venga all’aperto confidando magari la forza del trauma. E non è il caso suo, mi pare, perché lei felicemente lascia trasparire qualche esperienza bruciante ma non vuole mai soverchiare il suo ascoltatore con il pathos. La soccorrono argomento migliori. Lei conscio della natura simbolica dell’arte demanda il senso dei suoi canti che è anche, un senso generale della vita e della società, disingannato eppure pronto a incantarsi a motivi verbali e musicali che hanno una preistoria popolare molto intensa e significativa”.

Il poeta Mario Luzi, nell’introduzione per “ Fabrizio De André. Accordi eretici” raccolta di saggi sull’opera del cantautore.