Bernardo Bertolucci, il più grande regista italiano vivente, non è più in vita e ci lascia la sua enorme grandezza.

Ci resta la memoria di un’esistenza illustre, dei film titanici e indimenticabili, la danza di dolly sinuosi e perfetti, le mille perfette luci al servizio di parole importanti e necessarie.

Figlio  del celebre poeta Attilio, anche critico cinematografico, una nonna irlandese moglie di un ingegnere parmigiano che emigra in Australia sul finire dell’800 per motivi politici. Fino a 12 anni vivrà in una casa di campagna della Bassa emiliana che torna e ritorna in molti suoi film con l’ambiente circostante. Parma per Bertolucci è stata Heimat, la sua terra. Il culatello sarà la sua madaleine prussiana. Verdi la colonna sonora che lo conduce al rock.

Va a vivere a Roma nel quartiere Monteverde. Un giorno da ragazzo apre la porta di casa. Un giovane cerca il padre. Bernardo teme sia un ladro. Il papà lo rassicura: “ Ma che dici è un poeta”. Attilio Bertolucci ha favorito la pubblicazione del suo primo esplosivo romanzo. Si chiama Pier Paolo Pasolini. Abita al piano sotto casa sua. Sul portone  si strada, ha solo 17 anni quando Pierpaolo gli dice: “Vuoi fare il mio aiuto regista per Accattone?” E lui risponde “Ma non lo so fare” e Pasolini lapidario “Nemmeno io”. Lo fecero assieme e lo fecero molto bene.

Bernardo ha in effetti già girato due cortometraggi. “La teleferica” dove con il fratello più piccolo Giuseppe (in futuro regista anch’egli) e due cuginetti indaga un ricordo della loro infanzia (la ricerca freudiana inizia inconsciamente subito) e “La morte del maiale” con piano sequenza degli occhi di un bambino.

Ma Bernardo è animato dalla poesia. E’ un confronto a distanza con il monumento del padre. A 21 anni, il giovane favoloso, vince il Viareggio opera prima con una toccante raccolta di versi. La sua bravura attira antipatie. Il figlio del grande poeta è inviso come poeta. Sceglierà il cinema.

Un soggetto pasoliniano, Franco Citti per sceneggiare e gira “La Commare secca” . Selezionato a Venezia, la critica, che a quel tempo contava molto, non gli perdona ascendenze paterne e soprattutto l’influenza di Pierpaolo. Ma a ben guardare, a posteriori osserviamo che il giovane Bernardo ha già tradito il soggetto pasoliniano e soprattutto nel finale del film ha fatto affiorare il suo personalissimo stile.

In molti sostengono che la vera opera prima sia “Prima della rivoluzione” girato a Parma inseguendo lo Stendhal de la Certosa. Siamo nel 1964 e la storia di un borghese in fuga della sua classe borghese apre una questione moderna e comunista. Nel film ambientato nel 1962 in una scena si vedono tre ragazze borghesi che mentre distribuiscono distintivi del Pci alla Festa dell’Unità commentano la morte di Marylin Monroe. E’ il segno di una profezia e di un manifesto di quello che si prepara nel mondo. Il film va a Cannes e conquista i francesi. In Italia quasi nessuno capirà molto dello sguardo lungo di Bernardo. Nel 1968 distribuito in Francia, diventa mitologia la proiezione in un cineclub del Quartiere Latino. I giovani gauchisti lo vedono prima e dopo gli scontri di Maggio. Bertolucci viene equiparato a Godard. L’italiano della nouvelle vogue.  Si affratella a Glauber Rocha del cinema novo brasiliano. C’è un prima e dopo nelle rivoluzioni.

Bernardo, da autore affermato, nel 2003, in “The draemers-I sognatori” tornerà alla Parigi del 1968 per celebrare il suo incontro amore con la cinefilia militante ed esistenziale, il sesso libero, la politica che ti fa uscire di casa per prendere posizione. Il film più resiliente di Bertolucci.

La cronaca del 1968 influenzerà non poco la sceneggiatura molto aperta di “Partner” girato a Roma con l’ispirazione de “Il sosia” di Dostoevskij trovando una costante bertolucciana nel tema del doppio. Critica e pubblico bocciano il film.

E’ il periodo della crisi. Quello dei film non realizzati da Bernardo. “Natura contro natura”, un film di fantascienza, , insegue le suggestioni di Anna Banti e Goethe. Sarà lo stesso con la malattia da anziano. Sogna progetti che non si realizzano per chi sta una carrozzella. Visconti ci riuscì ma era un’altra epoca. E io resto orfano del suo Gesualdo da Venosa con partitura affidata a Sakamoto.

Sceneggia per ritrovarsi “C’era una volta il West” di Sergio Leone lavorando assieme a Dario Argento. La strada riporta nella Bassa padana per realizzare anche per la tv “Strategia del ragno” ispirato ad un racconto di Borges. Il paese nel film si chiama Tara come in “Via col Vento”. Bernardo Incontra la luce di Vittorio Storaro e un gruppo di lavoro che sarà la falange macedone della filmografia del successo.  Scrive del film l’autorevole Kezich: “Pochi film, abbiamo visto negli ultimi anni, immaginati e scritti in tale stato di grazia”.

Inizia la stagione dei  successi. “Il conformista” è una summa del cinema moderno per arte, tecnica e risultato. Tratto da un romanzo di Moravia ed amato dallo scrittore  solitamente severo sulle numerose trasposizioni filmiche delle sue opere. Negli Usa il film conquista i registi sulla cresta dell’onda e viene idolatrato da Jonathan Demme e Peter Bagdanovic. Martin Scorsese che ha deciso di essere regista guardando il suo esordio lo ama alla follia, Francis Ford Coppola entra in viva res con Bernardo con stima e amicizia. Il direttore della fotografia Gordon Willis (è il genio che ha firmato Padrini 1 e 2 e Manhattan di Allen) scrive ammirato a Vittorio Storaro. Bernardo è un autore globale. Per lui nomination all’Oscar per la sceneggiatura. Nulla sarà più come prima.

Con “Ultimo Tango a Parigi” succede di tutto. Marlon Brando è Marlon Brando. Maria Schneider ne resterà  traumatizzata per sempre immergendosi nel clima dell’epoca non sapendo che c’è un oltre Bataille che ti devasta tra Eros e Thanatos.  I settimanali dedicano copertine e decine di pagine di approfondimento .L’italietta bigotta e fascista anima il furore della censura. Bertolucci è il Giordano Bruno del Novecento. La pellicola viene mandata al rogo, Il presidente della Repubblica ne salva una copia affidata alla Cineteca nazionale. Bernardo viene privato dei diritti civili. Ma oltre quindici milioni di italiani vedono il film. Le code ai botteghini fotografano l’autobiografia della nostra nazione. Il film ritornerà in sala nel 1987 sdoganato all’epoca nuova e già da tempo consegnato alla categoria dei capolavori assoluti.

Come “Novecento” il più bel film dei rigogliosi anni Settanta del cinema italiano. Due parti, cast stellare con protagonisti Robert De Niro e Gerard Depardieu nel rapporto doppio tra padrone e contadino nell’amata Bassa padovana che celebra il suo secolo breve tra Peliza De Volpedo e la più grande bandiera rossa mai mostrata in un film. Ambientata tra la morte di Verdi e il 25 aprile del 1945 a solcare chi siamo stati. Dieci miliardi di investimento, dodicimila comparse selezionate tra contadini emiliani. Pajetta, storico dirigente del Pci, imbufalito abbandona la proiezione dibattito. Giorgio Amendola spara a palle incatenate sul film monumento di un militante tanto illustre. La Fgci di Walter Veltroni comprende e difende. Bertolucci non dimenticherà. Neanche noi spettatori che lo amiamo. Le mie righe non potranno mai restituirvi il tutto di “Novecento”.  Per coglierne il gigantismo consiglio la visione dei due documentari del dietro le quinte realizzati dal fratello Giuseppe e da Gianni  Amelio.

Bertolucci smaltirà l’enorme successo realizzando qualche anno dopo il poco compreso “La Luna” dove il tema della tossicodipendenza mostra coraggio e introspezione. Compaiono in piccoli ruoli Roberto Benigni, Carlo Verdone, Franco Citti quasi a saldare due stagioni di cinema italiano. E in Tango pochi ricordano l’omaggio a Rossellini con la presenza di due attori impegnati in piccoli ruoli di “Roma città aperta”. Bertolucci è un aleph di Borges. La sua strategia non sai mai dove conduce.

Capace di far vincere la Palma di miglior attore ad Ugo Tognazzi ne “La tragedia di un uomo ridicolo” in un film da recuperare alla visione. Bernardo vuole fare un film televisivo sull’ultimo imperatore cinese. Incontra un produttore inglese decisivo. Jeremy Thomas è stato il montatore di Kean Loach. Decidono di fare un film. Trovano i soldi necessari. Tanti. Quattro mesi di riprese in Cina e due negli studios di Cinecittà. Diciannovemila comparse, in larga parte soldati cinesi, il costumista si è avvalso dalla collaborazione di novemila sarti scelti in tutto il mondo. Un film maniacale in ogni dettaglio. Giubilato con nove Oscar su nove nomination, nove David di Donatello, Cesar in Francia e una messe di premi ineguagliabili. Bertolucci entra a pieno titolo nella storia del  cinema mondiale posto negli scranni più alti dove siedono Chaplin, Welles, Renoir.

Illuminerà le sinuosità del deserto  sahariano da maestro bevendo the con Paul Bowles, troverà il Nirvana realizzando il Piccolo Buddha guadagnandone in saggezza mettendo in asse l’India con la Seattle del grunge.. Si concede qualche altro film cult. Chiude con “Io e te” tratto da Ammanniti dove vorrebbe sperimentare il 3 D. Ma si rende conto che non c’è arte. Gira in 35 millimetri. E’ stato un vero regista del Novecento intriso di celluloide. Girava i documentari come fossero film epici.

Ha scritto Marcello Garofalo: “Quando Cornelio e Rondine scendono dai monti di Novecento e il conformista si vede alla luce di una fiamma, Kit ride per un attimo sulle alture di Boussif o il principe Siddharta piange dinnanzi all’irruzione della morte, c’è l’opportunità di capire che il cinema può’ essere anche una scena madre della nostra vita”.

Grazie Bernardo.