Nella mia Cosenza è morto un poeta. Si chiamava Carlo Cipparrone.

Scrivo questa nota mentre si apprestano le sue esequie. Carlo, dopo aver lottato contro mali fisici cattivi, ha avuto la consolazione di ricevere a poche ore della scomparsa la sua ultima raccolta “Teatro della vita” pubblicata dall’indomito Franco Alimena, e che resta a testimonianza di un’esistenza intensa e densa di valore.

Questo diario poetico è stata la miglior medicina per affrontare il muro d’ombra della morte.

Ho qualche difficoltà con questa pagina a confessare la mia parentela con Carlo, che nonostante l’età avanzata rimase Carletto per come ribattezzato dagli zii e dai genitori. Pur senza la parentela, uguale rigore metterei a ricordare il poeta.

Io Carlo l’ho conosciuto nel tinello di casa sua. Un’ora da bambino di circa otto anni da solo con lui. Una conversazione d’immaginari parlando di tv, canzoni, film, libri. Un dialogo molto bello che mi è rimasta nella memoria. Io lo conobbi poeta e nacque un sodalizio per il mio ruolo di direttore di giornali che ebbe piacere e favore a farlo scrivere come pubblicista rigoroso e attrezzato a pubblicare le sue recensioni di poesia. Perle preziose figlie del suo rigore. Di recente mi chiamò per redigere un saggio approfondito su Pasolini cineasta sulla sua rivista “Capoverso” e fui grato del suo apprezzamento.

Ebbe un rapporto molto intenso con mia cugina Claudia Leporace che alla sua dipartita ha scritto: “La delicatezza del suo animo lo ha aiutato a vivere e, soprattutto, a comunicare con gli altri. Sarà sempre nel mio cuore per questo e per tanti gesti delicati che si é sempre premurato di dedicarmi”   Il suo alter ego era Carplenio, nome con cui firmava anche quadri che purtroppo non conosco.

Carlo Cipparrone era nato nel 1934 a Cosenza, la sua città. Ma da piccolo per motivi familiari aveva girovagato per diversi luoghi. A Sondrio “tu correvi le scale in fretta e all’aperto alla festa partecipavi fin quando il cielo di Sondrio non s’oscurava”;nella capitale fascista “Roma intorno al Quaranta s’esaltava al grido della guerra”; e poi in riva allo Stretto “Fu a Reggio che, tra file di soldati tedeschi e carri di bergamotti, a Corso Garibaldi di sorprese il trotto di un cavallo;” per poi tornare verso “I rugosi selciati di Cosenza Vecchia, sotto i tuoi passi di gazzella, i suoi vicoli, sporchi tortuosi budelli”. Gli stessi della mia infanzia. Con la fortuita coincidenza che Carlo abbia abitato nel mio stesso portone in via Padolisi numero 9

Carlo Cipparrone studiò da geometra. E fu bravo geometra. Per quarant’anni lavorò all’Ente di sviluppo della Calabria, dedicandosi molto alla Sila. Progettò i rifugi di Monte Curcio e Bottedonato e in quel tempo entra in contatto con operai e artigiani che oltre a rendere possibile la realizzazione delle opere materiali gli permisero di conoscere un’umanità degli ultimi che danno linfa alla sua prima intensa raccolta di poesie “Le oscure radici”.

C’è un anno importante per il poeta Cipparrone. A 23 anni gli viene affidato il compito di far da cicerone per Carlo Betocchi, illustre poeta  venuto a Cosenza per una conferenza. Ne nacque un sodalizio epistolare intenso ma anche una testimonianza libraria godibile e ricca di riflessioni che si può leggere in “Betocchi. Il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi” (Edizioni Orizzonti meridionali”).

Carlo non condivideva con il suo mentore solo il nome. Ma anche la professione di geometra. E il poeta nel rincuorare il suo giovane amico spiegò che la poesia non era esclusiva di accademici letterari e non era preclusa a chi ha compiuto studi scientifici. Ne era lui testimonianza, ma anche i colleghi geometri Quasimodo, Lisi Bargellini e gl’ingegneri Gadda e Sinisgalli. l’assistente edile Vittorini e i ragionieri Montale e Penna.

Carlo Cipparrone trasse beneficio da quel rapporto e maturò  la sua doppia vita con originale stile esistenziale. Schivo, lontano dall’esibizionismo del verso è stato un personaggio atipico e appartato dalla scena pubblica. Per lui la poesia è stata un bisogno interiore. Un diario esistenziale.

Non è mancata la collaborazione a importanti riviste, per scelta non si è mai proposto a grandi case editrici preferendo quelle di nicchia. Ha fatto parte di prestigiose giurie. Nutrita e da mettere in salvo la sua enorme opera pubblicistica su giornali e riviste. “Capoverso” fu una delle sue creature più amate. Ebbe rapporti intensi con i poeti cosentini della linea “maudit” pur appartenendo ad altri contesti.

Io credo Carlo Cipparrone meriti di essere ricordato come poeta e intellettuale militante. Mi batterò per questo conoscendo le difficoltà di una società che si commuove più per la morte di un cane che per la scomparsa di un poeta.

A Carlo che fece poesie con gli strumenti del suo lavoro tecnico e che ha narrato barbieri silani, pellicciai dedito allo jogging, compagni di scuola e intimità profonde mi piace salutarlo con i suoi versi

“Perché la parola è il sangue dei poeti:

Vive oltre la loro morte

Nel cuore degli altri”.

Nel mio cuore le tue parole Carlo resteranno sempre.