Dieci anni che il mio amico e maestro Toto’ Delfino non è più con noi.

Pubblico in suo ricordo l’articolo scritto dalla figlia Anna nell’ultimo numero della Riviera dove immagina cosa scriverebbe il padre della Calabria se fosse ancora in vita.

Non riconosco più la mia terra

Da qui sento il profumo della mia terra, sento il calore delle rocce che in questo periodo si fa più mite e accarezza i ciclamini e i primi funghi tra il fogliame della mia montagna, le prime cataste di legna e i melograni rossi e succosi. È in questo periodo che sorella morte 10 anni fa mi ha voluto con sè, liberandomi alla sofferenza e dalla malattia che non risparmia nessuno. Mi manca la mia montagna, il camminare senza meta tra i suoi boschi, fotografando ogni piccola cosa, la mia montagna, la cosa che più ho amato. Sono nato ai suoi piedi, con il vento della fiumara che urla scendendo a valle, il 5 novembre del 1934, primo di quattro fratelli e figlio dell’arma, di quell’arma fatta di appostamenti, di indagini e astuzie dettate dalla mente e dall’intelligenza, senza computer, macchine della verità e intercettazioni. Mio padre, maresciallo dei carabinieri, conosciuto a tutti come “Massaru Peppi”, si muoveva come un ghiro tra gli alberi in cerca dei malviventi e ladruncoli, grande cacciatore nel tempo libero organizzava battute di caccia sulle montagne attorno al paese, spingendosi oltre il territorio platiese, percorrendo a piedi impervi sentieri tra dirupi e rocce inaccessibili. Era originario di Bova mio padre, la nonna Francesca e il nonno Nino litigavano in grecanico per non farsi capire dai figli. Mandato a Platì come maresciallo dei carabinieri, Giuseppe Delfino conosce Maria e resta lì, amato da tutti, sindaco del paese per un breve periodo. Mio padre muore giovane e mia madre, con una modernità non comune negli anni ’50 e non consueta  per una donna di paese, affitta la casa a Locri nel periodo scolastico per farci studiare. Donna “Marietta” li voleva studiosi i figli, a costo di enormi sacrifici. Poi Messina, la casa dello Studente perchè i soldi erano pochi, un vestito buono in due con mio fratello Franco, per andare a fare esami. La mia militanza da giovanissimo nella DC mi porta a conoscere amici cari di un cammino intero di vita, Riccardo Misasi tra tutti il più amato del mio partito, con il quale, assieme al Vescovo Pierantoni, percorro la Sicilia più nascosta e segreta. La politica, la mia passione. Politica fatta di rispetto dell’avversario, di dedizione aiuto vero all’elettore più bisognoso, nel momento di difficoltà. Per “mazzetta” diremmo oggi compenso ai partiti, caciocavalli, ghiri e pane caldo. Adesso anche la caccia ai ghiri è vietata, come il rispetto tra diversi pensieri, ideologie opposte e interessi sempre messi al primo posto. Ciccio Catanzariti, Onorevole oggi, mio compaesano, vecchio comunista e vero, era il mio antagonista nel nostro paese, sul palco durante i comizi ci attaccavamo, sempre politicamente, ma finito tutto un abbraccio non aveva colore ci accomunava tutti. Non riconosco più la mia terra, non vedo più quell’orgoglio calabrese che ci faceva combattere per la giustizia. Questa mia terra, che ora anche se sono nella pace, mi manca e ne apprezzo ogni granello, è diventata scempio di ogni associazione, di qualsiasi individuo si voglia mettere in mostra dilaniando queste poveri carni ormai divorate dagli avvoltoi. Ho combattuto sempre per i più perseguitati, per quelli che erano figli della delinquenza, del malaffare della più nera e sordida società ai margini del lecito. Li ho accolti, inserendoli nella “mia” scuola facendoli studiare cercando di allontanarli da un destino già scritto, ho accolto il pianto delle mamme che spesso ho visto inginocchiate davanti al corpo di un figlio, un fratello, un marito, che non erano sfuggiti a una sorte in agguato. Quanti alunni mi hanno preceduto in questa mia dimensione di luce eterna, quando non era ancora il loro tempo, strappati alla vita e dalle braccia della mia terra. Non ho mai chiuso la porta in faccia a nessuno, ero preside, giornalista, scrittore, tutte cose e titoli terreni, ma sul mio manifesto di morte i miei figli hanno scritto “è morto Totò Delfino”. Quello ero per tutti, quello sono e se mi chiamavano come si usa nei nostri piccoli paesi Don Totò, non era titolo dato a un mafioso o come sono stato spesso descritto dagli sciacalli di turno riverenza a un uomo di potere, ma segno di rispetto per un uomo che per loro ne era degno. Ho amato questa mia terra, l’ho fotografata e ne ho scritto tanto, la sua bellezza i suoi personaggi illustri, i piccoli lavoratori, le donne bruciate dalla fatica e dal lavoro le feste le tradizioni, i dolci e i telai, quando usciranno i film di nuova produzione, ambientati tra i nostri vicoli, i nostri Santuari per fare vedere un mondo di violenza, di malaffare di malcostume che vestito avrà la mia terra? Una veste sporca di fango e di vergogna, sarà con il capo chino e gli occhi bassi non solo impoverita e abbandonata, ma anche vilipesa. Se penso a mia mamma che preparava le ceste con le sue sorelle per andare a Polsi per la festa, a noi piccoli che dalla caserma di Polsi guardavamo le carovane con le fiaccole che nella notte arrivavano per la veglia da tutti i paesi, le tarantelle dei giovani che aspettavano quei giorni per vedere la ragazza da scegliere in sposa e fare poi la “mandata”alla famiglia, tutto mi sembra perso, lontano, stravolto da una verità che non lo è affatto, che esalta il marcio e calpesta il bene. Avrei voluto combattere ancora con la mia penna, sparare con l’inchiostro e colpire ancora, in questo mi riconosco boss, ma della scrittura. Avrei voluto scrivere ancora, fotografarti ancora mia bellissima terra e onorarti come spero di avere fatto, ma sono andato via, non per mio volere come chi ti ha abbandonato. Ti guardo e nei miei occhi saranno impressi per l’eternità i tuoi tratti più belli di eterna giovinezza, quelli che fanno dimenticare la malvivenza, il malaffare e il troppo sangue che i tuoi figli hanno versato. Spero che i germogli dei tuoi boschi e delle tue marine possano sempre avere il meglio sulla tempesta e gli uragani che si abbattono su di te e non piegarsi mai a nessun vento. Come ho fatto io, mi sono piegato solo quando è arrivata la mia ora vivendo la mia esistenza da uomo libero e controcorrente.        

Anna Delfino