Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

I Leporace, borghesi di paese, arrivarono in città da San Marco Argentano dopo l’Unità. I Raia da Aria dei Lupi (che toponimo rivelatore) a inizio Novecento. Le due famiglie si insediarono sul colle Pancrazio dove domenica scorsa con studiata regia e magnifica scelta di tempo il Castello Svevo è stato illuminato di rossoblu per salutare il ritorno della nostra squadra di calcio in serie B.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

Io allo stadio ho iniziato ad andarci da solo. Mi fingevo figlio di qualcuno per entrare gratis.   Ho iniziato nel campionato di D 74-75. Declinavo Rulli, Sdrigotti, Bompani…Diciassette vittorie in casa. Ascoltavo le gesta di Campanini dagli anziani.

Da tifoso ad ultrà fu un romanzo di formazione. Giornalismo in mezzo come i filmati del Guru stanno a testimoniare con migliaia di visualizzazioni. La partita distratta su Rete Alfa. Visioni rossoblù a Cam Teletre.  Eravamo la generazione che non era mai stata in B.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

I sogni contano per i tifosi. Ne ha dato prova il professore Claudio Dionesalvi (http://www.inviatodanessuno.it/?p=3326) nella sua creativa prova di scrittura sulla B ritrovata. Andando a Pescara con una comitiva di antiche trasferte (Pinomarti’, Debonis e Giucas con lupo marionetta) nelle narrazioni dei tempi andati notavo mi si attribuiva di aver annunciato io in un treno il celebre motto per la coreografia  di Cosenza- Nocerina: “Mai più prigionieri di un sogno”. La frase si deve invece a Francesco Conforti che la concepì mentre mangiavamo tramezzini all’Archibugio con Piero Romeo.

Ma aspettando con trepidazione i miei amici per andare a Pescara io un sogno l’ho fatto veramente all’ora del lupo. Ho sognato Paola Bosco con un golf giallo che mi prendeva per mano. Con quell’immagine in testa ho macinato la strada. Porterà bene?

Ha portato bene.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

Sui social guardo i tifosi cosentini in viaggio per Pescara fermarsi alla Superga del Cosenza. Strada 106 presso Roseto Capo Spulico. Sacrario con sciarpe dove Bergamini fu ucciso da un imbroglio.  Il giorno dopo Padovano segna con la maglia di Denis addosso e gli dedica il goal.

Il Cosenza è esercizio di memoria degli assenti. Da Catena al sommo Marulla che a Pescara edificò il  suo monumento di eroe rossoblu e ci fa credere che questa volta sarà ancora quella buona. Il figlio Kevin ad operazione compiuta ha testimoniato una profezia del papà degna di Gioacchino da Fiore.

La gente rossoblù ha il senso dell’omaggio per gli assenti. Lo striscione per Piero. I ricordi di chi non c’è. Ognuno evoca il padre, i figli, i parenti, gli amici e gli dedica la vittoria. I tifosi del Cosenza ricordano i morti ma li ricordano vivi.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

La sera del 16 giugno 2018 (del filotto otto delle promozioni sapete e non vi narro) in una clinica di Roma, a pochi minuti dei triplice fischio che ha aperto gole e coronarie di una provincia, è nato Samuele Guido, di illustre schiatta rossoblù. Tifosi e dirigenti dei tempi difficili. Una sciarpa dei lupi tra le più belle è stata doviziosamente legata alla culla del neonato. Zia Patty immortala. Lupi spesso si nasce.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

A Pescara in curva cerco di posizionarmi nello stesso posto dove vidi il goal di Marulla. Quanti bambini con la famiglia. E tanti ragazzi. Sono i millenials, quelli che non hanno mai potuto tifare in B. Tre lustri infami. Espulsi da tutti i campionati. Per una colpa ad altri potenti condonata. Noi condannati anche per teorema giudiziario per un’accusa di mafia smontata da altra sentenza. Calabresi e mafiosi con marchio d’infamia. Paolino Pagliuso era innocente. Aveva ragione Peppino Mazzotta.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

Reagimmo. Eva il sindaco in testa, Dino disegna il logo con il lupo. Compriamo un titolo per serie inferiore. In dodicimila con la Rossanese.  Ma non è semplice attraversare il deserto.

Campi lontani che abboccano un calice amaro. Le due squadre cittadine a grattare il fondo del barile. Le rifondazioni della società. Il tifo con le sue nuove correnti. Basta amaro. Vogliamo il mojito. Il celebre puntador colored Baclet è omaggiato in coro bevendolo a Piazzafe’ a evidente riprova che l’antico toponimo vince sul nuovo piazza Bilotti.

Una leggenda urbana bruzia narra di un detenuto nel carcere di via Popilia, grande tifoso del Cosenza, che abbia svelato agli amici di cella di un coro nato  nel momento di bassa classifica da parte di tifosi irati che vedevano Baclet bere l’aperitivo nel centro città. Il miracolo di mister Braglia (l’allenatore ca n’ha fattu saglia) ha ribaltato tutto.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

Ci vediamo a Pescara. In curva. In tribuna.  Ognuno di noi ha rivisto volti che non incontrava da anni. Chi cercavi, senza riferimenti certi, difficile trovarlo nella moltitudine. Tobias lo scrittore inglese che da tempo per un editore sta preparando un libro sul nostro tifo, mi scrive: “Vieni? Ci beviamo una birra assieme”.

Una rete di antichi rapporti ricompone nuove e vecchie comitive. Lungo l’Italia è un lungo serpentone di abbracci, brindisi augurali,  incontri. Riempiamo gli alberghi della Costa e sembra di essere tornati negli ostelli delle estati degli anni Ottanta. I gemellati di diverse stagioni sono giunti a far bisboccia. Siamo arrivati da Barcellona in Catalogna e da Cracovia. Da Milano e da ogni dove. Con le creste e il kilt scozzese. Siamo il dodicesimo in campo.

I senesi hanno il Palio, il Monte dei Paschi (forse l’avevano) e un pessimo dolce chiamato Panforte.

Noi abbiamo il Cosenza, i mari e la Sila e i cuddruriaddri che un senese neanche può pronunciare.

La vinciamo noi. E l’amu vinta.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

Mani alzate. Una foresta di braccia. Un grande coro di voci urlanti. In campo si lotta. I primi due goal restano a futura memoria. Ma sei del Cosenza. Ti spetta sempre della sofferenza. Il rigore realizzato dal Siena mi fa tornare ragazzo. Vado a camminare nell’antistadio. Cambio postazione. Lo stomaco si attorciglia. Guardo e non guardo. Entra Baclet. L’Adriatico e’ piazzafe’. E’ il 3 a 1. Un’apoteosi. E piazzafè la guardo sui social è sembra un capodanno cinese, un carnevale giamaicano, una festa di popolo. Chi ogni giorno mette alla berlina Occhiuto la mette in satira e scrive: “Hanno visto Alarico alla sfilata”.  Ma anche il sindaco Mario ha il suo giusto e meritato spicchio di gloria.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinita’.

Negli anni Sessanta alla piazza Piccola gli uomini si ritrovavano in un locale che sull’insegna aveva scritto “Spaccio di paragone” e parlavano del Cosenza, di Sivori maledicendo sicuramente il governo. Oggi questo spaccio si è spostato su Facebook e coinvolge donne e maschi, anziani e giovanette. In queste ore un tripudio per il Cosenza. Non manca quella minoranza rumorosa che scriva: “ma la disoccupazione, il malgoverno, le cavallette, le piaghe del mondo”. Matrone in cerca di notorietà e like, epigoni di Lucariello di casa Cupiello. Vi vogliamo bene lo stesso anche se non vi piace il Cosenza.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità

Una fake news tifosa ha mostrato l’Empire State Building illuminato di rossoblu grazie ad un presunto addetto luci di Scalea. Lo foto invece è scattata per il memorial della polizia. Una balla simpatica presa per buona da media meanstream e dal presidente del Cosenza, simpatico sor Pampurio uscito da “Oltre il giardino” zittendo oggi i critici delle passate stagioni. Un intellettuale alla Nanni Moretti ha tuonato contro “la vavuseria cosentina che va ad arricchire un vasto repertorio di leggende campaniliste tese a nutrire un’idea distorta, planetaria, onnipotente della cosentinità”

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

Un pensiero opposto al mio. Tifoso del Cosenza e ultra’ della cosentinità. Molto provinciale più che internazionale. Fellini spiegava che il provinciale è un fanciullo. Provinciali globali. Ad una ormai lontana trasferta ad Empoli di serie C il custode dello stadio era un emigrato di Cosenza e ci disse: “Ci su ancora i Cannuzze”.

La nostra squadra è molta amata in varie parti della nostra grande Provincia. Un fattore identitarie cresciuto nel tardo Novecento grazie ai media locali e all’epica della banda da stadio che fecero confluire al San Vito numerose comitive di ragazzi in cerca del proprio altrove. Provenivano da Amantea, Rossano, dalla Presila. E’ stato un processo di coesione territoriale favorito da cultura giovanile aggregante. Che oggi si rinnova in forme nuove e imprevedibili.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

E poi questa festa collettiva, questo baccanale che coinvolge tutti scendendo in strada, aspettando la squadra per strada ha motivazioni profonde.  Una Piedigrotta molto partecipata soprattutto da chi allo stadio non va.  A differenza di altre contrade del Sud le nostre feste patronali cosentine restano solo religiose. Non hanno la contaminazione fescennina e pagana che ammiri a Nola, Matera, nei paesi dell’Osso. Il calcio nella provincia di Cosenza è la collettiva rivalsa sul Tempo. Un tripudio di sana gioia in mezzo al logorio della vita quotidiana.  Una Ciroma. E io che vengo dal quel rumore bambino e di piazza ricordo bene che quel pensiero nacque sulle gradinate del San Vito insieme agli altri ciromisti.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

La mia generazione ha santificato il suo essere tifoso con ritmi urbani folk e pop. Il Magico Cosenza di Mario Gualtieri, Lupi Alè di Totonno Lombardi, Lupi in carrozza di Totonno Chiappetta (Vi hanno visto ridere sabato notte tra a Murtiddra e ra Ficuzza).

Oggi la colonna sonora è quella dei Lumpen, cultura di strada che diventa tappeto sonoro di giocatori e tifosi. Sui telefoni di tutt’Italia corre in rete “O-Ke-re ke (ale’ Cuse’) fantastica ballata rap delle ultime vicende calcistiche magnificamente stilizzata da Zabatta Staila, modernissima crew che gioca con sapienza con la società dello spettacolo. Vicende simili a quelle del St Pauli e ai Massilia Sound System di Marsiglia che in ragamuffin cantavano di feste e calcio. Simili non coincidenti. A ciascuno il suo dialetto e le sue contraddizioni. Noi abbiamo anche quello colto e suadente di Brunori Sas.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

Un tempo ero convinto che dietro un successo calcistico ci fosse un avanzamento dell’intera società. Interpretavo Le teorie Vinnai in questo modo. In effetti lo storico decennio in serie B coincise con un momento molto propulsivo per la provincia di Cosenza.

Oggi coltiviamo una speranza. Una grande gioia collettiva che possa essere un nuovo modello di vita condivisa grazie al pretesto di un pallone che rotola. In giro per il mondo cosentini si ritroveranno a vedere la loro squadra in televisione il sabato e guardare i loro amici allo stadio. Soffrire, gioire, vivere. Sperando di non vedere derive della nostra epoca ma che prevalga ancora una volta quello stile originale che ha accompagnato, quasi sempre, il tifo del Cosenza. Il bisogno di comunità è quello che troviamo nell’aggregazione della nostra squadra.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità.

Lo storico Luca Addante in una rigorosa storia di Cosenza immagina di volare da nord e vederla come un cuneo che presidia la vallata. A quell’immagine “completa e chiara” della mia città va l’ultimo urlo di questo salmo laico per la promozione in serie B.

Io sono consapevole e fiero della mia cosentinità

Ho visto le migliori menti della mia generazione distrutte dalla gioia felice.

Ho rivisto Padre Fedele cantare Maracanà

Ho letto Attilio Sabato riavvolgere il nastro

Ho accolto Canaletta nella sua giusta piroetta

Ho guardato il Quotidiano a tutta pagina

Ho amato gli scatti di Arena

Ho conservato i titoli sulle prime dei giornali sportivi

Ho amato padri e figli con bandiera, il racconto di Roby Grandinetti, i miei parenti al San Vito

Ho cercato l’Omero dei tifosi e mi è mancata la sua voce all’altoparlante

Ho visto il mio popolo felice

alzarsi reincarnato a suonare l’urlo di sassofono che ha fatto tremare la città

fino all’ultima radio.

Ho visto il mio Cosenza ritornare in serie B

E ora aspetto la A. Il Paradiso non può più attendere.