Venerdì sera presentando a Potenza il bel libro di Sergio Ragone “Playlist”,  ho chiesto di poter fare una playlist dei film recentemente visti sciorinando i titoli “Dogman” di Matteo Garrone, “Lazzaro Felice” di Alice Rohrwacher e “BlacKKKlansman” di Spike Lee. Tre film, poi, caso vuole, diversamente premiati a Cannes. Nell’ordine migliore attore, migliore sceneggiatura (ex aequo) e Gran prix della giuria.

Avevo visto “Dogman” la sera prima a Potenza in compagnia del talentuoso regista lucano Nicola Ragone. Siamo rimasti profondamente impressionati dal film avvolgente e perfettamente compiuto. Un western metropolitano tra scenografie urbane di Castelvolturno e interni minimali degradati. La storia nera del Canaro della Magliana preso come spunto da un mucchio selvaggio di valorosi sceneggiatori che permettono al maestro Garrone di tornare ai livelli dei suoi migliori film. Microcosmo periferico italiano alle prese con un pugile bestiale e cocainomane illuminato e ripreso con studiata perizia. Un piano sequenza “neorealista” nel carcere di Rebibbia a cesura tra le due parti in cui si divide il film. Comicità cruda. Cruenza misurata rispetto alla cronaca del fattaccio originario.  Privo per scelta di attori da box office, i personaggi sono mostruosamente fisici e grottescamente efficienti nel loro essere schiuma del paese reale. La teatrante Nunzia Schiano una madre coraggio intensamente brechtiana. I cani recitano in modo perfetto.

Il pedinamento del protagonista è il punto nodale di “Dogman”. Canaro dal cuore buono, pusher per bisogno, troppo corretto con chi ne sfrutta le disponibilità. Marcello Fonte (nome omen) è la sorgente attoriale che ha scavato un progetto che Garrone covava nel cuore da circa tre lustri. Grazie ad un suo aiuto, Garrone ha trovato l’attore perfetto per il ruolo. Il regista ha fatto paragoni con Buster Keaton. A me ha ricordato il Peter Lorre di M. Vi assicuro che i paragoni non sono azzardati per questo titano della recitazione che presta la sua corporatura freak ad un personaggio autentico in movenza, pathos e andatura. C’è luce positiva nel film solo nel rapporto del protagonista con la figliola quando si immergano nei fondali reali del mare o in quelli virtuali del computer. La microdrammatica del volto di Marcello è perfetta in una vicenda che scava nell’oscurità del vivere in un’allucinante giostra dei sensi.

Il contesto di Marcello Fonte è materia da film. Calabrese di Melito Porto Salvo attualizza la lezione sottoproletaria di Ninetto Davoli sradicato calabrese trapiantato in baracca romana.  Di se stesso dice :“Vengo dalle grotte calabresi da ragazzo non ho mai visto un cinema”. Cresciuto in una discarica di Archi a Reggio Calabria, suonatore di tamburo nella banda, segue il fratello scenografo a Roma e vive in una cantina senza bagno. Novello Stracci scopre i cestini del cinema per mangiare, manutentore attrezzista e attore per caso, occupante al Nuovo cinema Palazzo (ieri sera festa grande a San Lorenzo con lo striscione di festeggiamento appeso sul luogo di lotta), partecipa anche all’occupazione del teatro Valle, luogo dove ancora si mescolavano autori, scena creativa e proletariato urbano. Voleva andare a Cannes sul tappeto rosso con il giubbotto kitsch del film non conoscendo l’obbligo dello smoking che ha, invece dovuto rimettere per essere premiato da Roberto Benigni. Marcello ha definito il cinema come una famiglia. Nel 2015 Marcello ha girato da regista il film “Asino vola” con Paolo Tripodi film sulla sua esistenza reggina. Il film è prodotto da Carlo Cresto-Dina. Lo stesso che ha prodotto la Rohrwacher. E Marcello ha anche recitato in “Corpo celeste” sempre della stessa regista. Tutto torna? Forse. Aggiungiamo il blasone di Rai cinema che ha finanziato i due film italiani premiati a Cannes. Evitiamo che i contratti di governo paralizzino la nostra fabbrica dei sogni.

“Lazzaro Felice” l’ho visto in premiere alla Croisette. Parodia per manifesta annunciazione nei dialoghi. Ma più apologo-fiaba. Elogio dell’Italia contadina, che una trama bislacca per dichiarata frase della regista con premio in mano , in due parti separa una comunità fuori dal tempo e poi la contamina anni dopo con il difficile e cattivo presente odiatore. Lazzaro è il fratello moderno di Totò il buono zavattiniano. Lo interpreta Adriano Tardioli, altro attore incredibile sbucato da un certosino casting nelle scuole. La comunità contadina in cui vive e da cui è oppresso deve tributi a Novecento e Albero degli zoccoli (i migliori film degli anni Settanta secondo Morandini). Pasolinismo della contemporaneità. Sui titoli di coda ho incrociato le mie perplessità. Sulla lunghezza eccessiva e la trama bislacca appunto. Ma sentivo possibilità di premio. Le giurie amano questo cinema. Il nostro pubblico quasi per nulla. Ma Netflix ha comprato il film per il suo circuito. Il 31 maggio valuteremo l’accoglienza nelle sale italiane. Per quanto è autenticamente vero il protagonista di Dogman, è fuori dal mondo reale Lazzaro. E’ terra vista dalle nuvole.

In “BlacKKKlansam” Spike Lee torna ai risultati di “Fa la cosa giusta”. Ispirato ad un fatto vero che racconta l’infiltrazione di un agente nero del Fbi nel Ku Klux Klan che tenta una strage nei confronti della sezione locale delle Black Panter. Film politico necessario si sarebbe detto un tempo. Meravigliosamente diretto e orchestrato in ambientazione d’epoca alternando comico e drammatico accompagnato da una superba colonna sonora come black music richiede. Con indovinate riflessioni di metacinema. Il film si apre con le immagini della battaglia di Atlanta di “Via col Vento”  e propone un geniale montaggio alternato di “Nascita di una nazione” di Griffith visto in sale diverse da aderenti del KKK  e dei Black Panthers. Quasi un corollario alla frase di un marxista di colore di Trinidad che del celebre film muto disse che “andava boicottato la mattina, e visto e rivisto la sera”. Si conclude con le immagine di Charlottesville a ricordarci che il razzismo  è ancora oggi coltivato dai Trump e Salvini di ogni dove.

Tre film premiati a Cannes. Tre film su di noi. Da confrontare con Loro. Ma non c’è più tempo e spazio. Dei due Loro scriverò in separata pagina.