Un uomo come tanti, prendendo a prestito un verso di una sua canzone. Mario Gualtieri, 77 anni,  con una voce e un’umanità enormi, cui il suo popolo non ha fatto mancare affetto e cordoglio, come uno di famiglia.

 

Poteva essere un semplice bancario della Cassa di Risparmio qual è stato, e invece Mario da Cosenza, quartiere Casali con stretti rapporti con il confinante Spirito Santo, per passione e talento si è tramutato nel cantore identitario della sua città e icona folk pop di almeno tre generazioni.

 

Nel giorno del trapasso è Marco Cozza, il fu ragazzino che sente alla radio le sue song e che grazie alla comune amicizia con il padre ne diventerà fonico, amico e biografo ufficiale, che manda dagli altoparlanti le canzoni sue più celebri con le note che si confondono con applausi a lacrime sul sagrato della chiesa di San Nicola. C’è popolo, il popolo di Mario Gualtieri.

 

Quando venne assegnato il Nobel per la letteratura a Bob Dylan, un gustoso piccolo saggio di Nunzio Scalercio su Infonight mise a confronto satirico il mancato premio a Mario Gualtieri. Con senso di ironia quella pagina è stata pubblicata sulla pagina del suo Fans club, è in quella fonte troviamo quando era popolare  il ruolo del cantante cosentino, da via Popilia alle piazze calabresi.

 

In alcune tracce sonore se ne trovano i riscontri che molti conosciamo a memoria. Dopo il lungo apprendistato con i coetanei della generazione canterina cosentina che spopola nelle feste di piazze, Mario incontra un successo significativo grazie alle nascenti tv private. E’ il conduttore di Lemonfiore su Telecosenza, sorta di Corrida autoctona giudicata con limone e fiori, e la sigla finale “Zia Teresina” diventa must e cult dell’immaginario cosentino. Il popolo apprezza, la Cosenza colta e borghese in larga parte non disdegna e si fa coinvolgere, fatte le dovute eccezioni.

 

Nel suo impegno artistico Mario sarà spesso capace di intercettare il sentimento del suo popolo e del suo pubblico.  Ha il merito di aver preso da Claudio Villa quel capolavoro assoluto che è  “Buonanotte Cosenza”. Il reuccio della canzone italiana negli anni di successo frequentava molto Cosenza, (fonti orali non accreditate sostengono che la sua canzone “Binario” sia stata ispirata dall’attesa del treno alla vecchia stazione della città) e venne scritturato dal musicista Giacomantonio e dal paroliere Petramala e per una cifra enorme incidendo quel valzer molto ispirato. Sarebbe finito confinato in archivio senza il riuso di Mario Gualtieri che permette ancora oggi a chi sta lontano dalla città di inumidirsi gli occhi ascoltandola nei moderni social.

 

Anche nelle canzoni di evocazione sportiva, Mario, oltre alle qualità tecniche di cantante, ha saputo unire un pathos di alto livello. Vette altissime in “Ciao Fausto” dedicato con cuore al campionissimo Coppi, eroe popolare delle masse di un tempo, e che merita di stare nella playlist tricolore delle canzoni dedicate ai campioni del ciclismo, non a caso eseguita da Gualtieri ad un Giro d’Italia. Fu poi celebre interprete di uno degli inni del Cosenza Calcio firmato e composto da Tonino Grazioso e diffuso dal nostro Mario. Magico Cosenza è il claim dei lupi del calcio. Nata negli anni Ottanta dovrà in seguito convivere con il “Lupi alè” del collega Tonino Lombardi partorita ndurante il trionfo della serie B. Con le dovute differenze ambientali,  è accaduto così nella Roma romanista con l’inno di Lando Fiorini affiancato in seguito dal “Grazie Roma” scudettata di Antonello Venditti.

 

Mario Gualtieri, da cosentino della sua generazione, ha pagato troppo il prezzo di vivere lontano dai centri della musica italiana. Per lui fuori dai confini regionali qualche esibizione in trasmissioni televisive nazionali e un grande rapporto con alcuni big cui era legato da amicizia e frequentazione. Fausto Leali,  in particolar modo, farà da tramite per l’incontro con Mino Reitano. Pur con qualche naturale paturnia che sempre colpisce chi lavora per l’affermazione del suo successo, Mario non ha mollato mai la sua passione. Anzi ha avuto la capacità di moltiplicare il suo pubblico nelle tournée nelle nazioni dove i nostri emigranti assiepavano i suoi palchi ritrovando nelle sue esibizioni gli affetti e le radici lontane replicando il successo delle piazze calabresi e meridionali frequentate con costante passione.

 

Mario Gualtieri è stato, a mio modo di vedere, una sorta di neomelodico con forti venature folk, che non si è mai lasciato tentare dalla virata dei canti di malavita aperta nel suo stesso quartiere precedentemente da Ciccio “Fred” Scotti. Mario è sempre rimasto ancorato ai buoni sentimenti, magari con qualche inevitabile retorica al rimpianto felice dei tempi andati. Anche un fattaccio di cronaca che lo vide vittima della moglie fu gestito con assoluto buonismo dal cantore di Cosenza.

 

La storia di Mario Gualtieri è suono di “chitarra vagabonda”, estasi di giorno di festa per il matrimonio di “Lauretta”. E’ religiosità, ancora una volta popolare, con tributi a San Francesco di Paola e alla Monaca Santa dei Rivocati. Ondeggiare di fisarmoniche in studi televisivi periferici e trionfo di pubblico al Crocefisso della Riforma o alla Festa degli emigrati di Bagnara Calabria. Capace di irridere l’entrata dell’Euro (Simu tutti ruvinati, i sacchetti svacantate) ma anche con giro di mazurka bravo nel saper descrivere  “l’atteggio” inconsapevole e giovanile della sigaretta. Mario Gualtieri “crisciutu are quartieri curi scarpi bucati e i cavuzi strazzati” è l’epica novecentesca mai dimenticata “di guagliuni i na vota”.

 

E’ ragazzo era rimasto sul palco e attraversando la città in motocicletta.

Mario Gualtieri non si è spento l’eco della tua voce. Ti salutano le masse di Cosenza.

Dalla Massa a Roges. Dico ancora solo due parole. Marù ciao.