Vi propongo la lettura di un mio incontro con Lawrence Ferlinghetti nel giorno del suo compleanno 99. 

Il testo che segue è la trascrizione integrale dell’articolo pubblicato dal
Quotidiano di Calabria del 26 luglio del 2000

Incontro a cuore aperto con il poeta-editore che ha reso celebre la Beat
generation – Una sambuca con Ferlinghetti

COSENZA – Sapevo di andare incontro al mito. Mi era capitato già altre
volte. Al tavolo di un bar di Venezia lido, per generosità di sua maestà il
Caso, avevo trascorso un’intera mattinata a discutere di poesia, cinema,
storia e sesso con Rafael Alberti. In un altro bar, questa volta della
splendida Ravello, ho avuto modo di conoscere Gore Vidal. Nella mia città,
Cosenza, che negli anni ’80 tutti i seguaci di Kerouac e Bukowski
chiamavano Cosengeles, ho vissuto momenti beat con Gregory Corso. Lo
accompagnavo in ospedale a prendere metadone. Avevo seguito una sua lezione
nel campus di Arcavacata condita di strepiti e parolacce.
Purtroppo non sono Nanda Pivano. L’emozione di incontrare mister Lawrence
Ferlinghetti si attacca al contatto telefonico dell’organizzatore italiano,
Antonio Bertoli. E’ lui che ha messo insieme una cospicua pattuglia di
“beati”  portandoli in giro per la penisola, e per merito della premiata
coppia Ardenti & Dionesalvi si è potuta ammirare nel corso dell’ultimo
festival Invasioni. Il poeta, libraio, editore la sera precedente ha
accusato dolori all’orecchio. Si trova in ospedale per una visita. “Abbiamo
finito con l’otorino, dobbiamo cercare una bottiglia di sambuca. Ci vediamo
in albergo fra poco”. L’Excelsior è set adatto per l’incontro. Ad un tavolo
finto liberty siedono John Giorno, Ed Sanders e Ferlinghettii. I primi due,
dopo qualche domanda spariranno verso altri luoghi di ricovero mentale e
fisico. Da una busta di plastica estraggo una Molinari magnum, mezza vuota
– mezza piena concessami da un amico barista e che mi dovrebbe consentire
di accordarmi sulla giusta frequenza con questo signore che lo scorso 24
marzo ha compiuto 81 anni. Ferlinghetti il primo al mondo ad aprire una
libreria di tascabili che si chiama City Lights Book. Invoco l’ispirazione
dallo spirito di Primo Moroni e apro il microfono del Recorder voice.
Lawrence, l’editore che ha avuto il merito di pubblicare autori come
Corso, Kerout, Lamantia, McClure ha sangue italiano in quelle vene che
hanno visto scorrere di tutto nel corso di questo straordinario mezzo
secolo “Mio padre era di Brescia. E’ partito dall’Italia credo nel 1890,
non so esattamente. Era un battitore d’asta” ride divertito rievocando
chissà quale antica suggestione. Vado fuori pista perché nel furore
tricolore la mia domanda vorrebbe imparentarlo con De Lillo e Talese,
scrittori che oggi molto furoreggiano negli States. Al poeta che forse di
più ha contribuito a fare incontrare un gruppo di letterati che ha
modificato il modo di pensare e di vivere, poco frega dei miei teoremi
patriottardi e invece confida “Ho trovato 13 Ferlinghetti nella regione del
lago di Como”. Forse a causa della sambuca preferisce raccontare: “Ho
scritto una poesia sui vecchi italiani morenti di San Francisco”. Provo a stimolare
i suoi ricordi citandogli l’infanzia in orfanotrofio e la giovinezza in
Marina e il grande vecchio proferisce: “Sono stato marinaio in Francia, in
Normandia. Ho partecipato al D-day. Mia madre era franco-portoghese, ebrea
sefardita. Conoscevo il francese”. Insisto con la guerra, mi aspetto
ricordi da Salvate il soldato Ryan ma il letterato mi blocca con questa
frase: “La guerra poetica, (ridacchia) la lotta poetica contro le armi. La
lotta alla società dei consumi e al mondo capitalista. L’impero americano è
più grande di quello romano (nuova risatina). La lingua inglese è il latino
del nostro tempo”. Gli rammento un suo aforisma “La parola stampata ha reso
la parola silenzios
a” e lo trasferisco al tempo di Internet per vedere come
reagisce il Vate di fine millennio: “I poeti della Beat generation hanno
cambiato tutto questo. Sono fuggiti dalla parola silenzio per fare poesia
in alto”. Tento la via dello scontro. Propongo la tesi che la tecnica libera
l’uomo, mentre la sua generazione letteraria ha visto la modernità come una grande
gabbia delle coscienze. Serafico il poeta replica: “Oggi il mondo ha maggior
bisogno del messaggio dei beat. Che è sempre uguale. Pacifismo, buddismo,
antimaterialismo, contro il militarismo. Un messaggio per l’uomo e il suo
privato”. Chiedo “se” citando il titolo di una splendida poesia. Favorevolmente soddisfatto Lawrence
risponde “Si. Spero di leggere questa poesia stasera. Vedo che l’hai
letta”. Confesso al poeta che l’ho conosciuta navigando su Internet
interrogando i motori di ricerca sulla voce Ferlinghetti. “Ah (ridacchia
sempre più divertito) io neanche lo sapevo”. E’ il momento della Storia.
Cito Lorenzo Monsanto, Larry O’Hara., personaggi che nei libri di Kerouac
sono stati ispirati da questo vegliardo signore che ho davanti insieme ad
una bottiglia di sambuca. “Monsanto era il cognome di mia madre. In
Portogallo c’è un piccolo paese che si chiama Monsanto”. Una forte risata e
poi la domanda”. Sei contento di essere un personaggio letterario? “No
perchè in quel romanzo (Big Sur) Kerouac mi ha ritratto come un uomo
d’affari. Non mi piace”. E si continua a ridere.
A questo punto diventa obbligato chiedere notizie di Big Sur, uno dei
luoghi più cari all’immaginario ribelle del XX secolo. “Esiste. Non è
cambiato. E’ come qui, come Cosenza, circondato dalle montagne”. Lo sfido
sulla sua celebrità. Quella della sua città, San Francisco dove gli hanno
dedicato anche una strada evitando di dover aspettare brutte notizie. “No,
qui sono più famoso che in America. Negli Stati Uniti la stampa non ci
tratta come qui”. Anche i miti si rintanano nella modestia. Sposto
l’attenzione su “Howl”. A Ferlinghetti aver stampato quel poema di Ginsberg
è costato carcere e tribunali, ma anche la fama internazionale per quel
dirompente movimento culturale. “Ero certo della reazione. Prima di
pubblicare Howl avevo già mandato il manoscritto agli avvocati per
preparare la difesa”. Lo chiamano Prevert d’America e lui senza veli:
“Questo è un giudizio superficiale. Ho tradotto Prevert quando ero studente
alla Sorbona, poi sono andato oltre”. Domando se i beat si sono divertiti e
lui senza pensarci “Certo, ci siamo molto divertiti. Forse troppo”. Le
risate ora sono fragorose. Ne approfitto per frugare nelle sue letture
“Tabacchi, sai che ha tradotto un mio appello. Leggo molti manoscritti,
troppi. Non ho tempo per gli altri libri. Come tutti gli editori”.
Battuti o beati? Senza esitazioni questo arzillo vecchietto propende per
la beatitudine. E il mito forse per essere ancor più mitico mi confessa che
in giro per l’Italia con questi suoi amici si sente come “La commedia
dell’arte. On the road. Con poesia”.