Il 16 marzo del 1978 avevo 16 anni. Quelle mattina avevo fatto filone a scuola (ogni luogo d’Italia declina in modo diverso l’assenza ingiustificata) con due compagne di classe. C’era un caldo sole di primavera e nessuno immaginava passasse alla Storia quel giorno vissuto dietro un palazzo di Rende a parlare di noi, del personale e del politico fumando sigarette “nella misura in cui”.  Tutti ricordiamo dove eravamo il giorno di via Fani. Perché quel mattino era destinato a condizionare i destini collettivi delle nostre vite. Come l’11 settembre. Come quando morirono Falcone e Borsellino con le loro scorte.

Al Collettivo politico Città vecchia, una stanzone dove in quei giorni gravitavano a rotazione decine di militanti dell’area autonoma, ci fu una discussione feroce su chi voleva affiggere al muro il poster del giornale satirico “Il Male”, sequestrato per vilipendio, che mostrava la storica prima foto della prigione del popolo di Moro oltraggiata con situazionismo  dal celebre claim pubblicitario dell’epoca: “Scusate abitualmente vesto Marzotto”. Le colombe temevano irruzioni poliziesche, i falchi un po’ indiani un po’ lottarmatisti erano per l’esposizione. Il manifesto non fu affisso. A quel tempo si discuteva di ogni questione. Erano i giorni del “Nè con lo Stato né con le Br”. Molti intellettuali e il movimento avversavano lo Stato delle stragi e della mafia. Pilatescamente ci chiamavamo fuori. Ma per quanto ci ritenessimo assolti eravamo lo stesso coinvolti.

In quei giorni per la prima volta vedemmo un corteo con centinaia di bandiere scudocrociate insieme a quelle rosse del Pci.

Nei miei balbettanti 16 anni ero convinto sostenitore della trattativa per liberare Moro. M’indignava  leggere su Repubblica i commenti sugli scritti di Moro prigioniero che gli assegnavano patenti di matto o al meglio di uomo piegato dalla costrizione. La fermezza della ragione di Stato mi faceva orrore. Quarant’anni dopo, tutte le carte di quei tarocchi insanguinati dicono che a troppi, Moro uscito vivo da quella lugubre prigione, avrebbe creato non pochi problemi. Il politico dalle metafore ardite capace di parlare sette ore di fila per imporre una linea scomoda ad un congresso, il moderato mediatore era stato tramutato dalle Br in un eversivo problema per la decadente e grigia Prima Repubblica.

A casa della famiglia di mia moglie Lucia spesso mi soffermo a guardare la foto che ritrae Aldo Moro premiare come Maestro del lavoro suo padre. E guardandola mi chiedo perché i numerosi seguaci di Moro, le folle pugliesi, i chierici del centrosinistra, non si erano mobilitati  contro il kafkiano processo brigatista chiedendo la libertà del prigioniero. Il Moro che aveva tuonato in Parlamento dopo uno scandalo di tangenti per aerei :“Non processerete la Dc nelle piazze”. In quel complesso frangente con la faccia e la testa l’uomo della mediazione aveva salvato il sistema e il partito.

Dopo il 16 marzo  i suoi estimatori avevano creduto alla pazzia di Moro descritta dal machiavellico Eugenio Scalfari. L’elogio della ragione di Stato. Poco tempo dopo barata ad un poker taroccato per mettere in salvo l’assessore Dc Ciro Cirillo trattando con la camorra di Cutolo e le Br figlie di via Fani. Ci sono vite leggere come piume. Ci sono vite pesanti come montagne. Un calembour maoista per due democristiani. L’ignoto Cirillo è morto a casa da politico a riposo. Moro cadavere nella R4 rossa è il Giordano Bruno della Repubblica.

Non sono mai stato dietrologo e sto ai fatti. Il professor Prodi che partecipa ad una seduta spiritica dove apprende di via Gradoli, nessun Vespa ci ha spiegato se era il futuro premier ulivista solito adempiere a tali passatempi. Il falsario della banda della Magliana e dei servizi (non chiamiamoli più deviati per favore) che redige l’apocrifo comunicato Br e manda tutti al lago ghiacciato della Duchessa da chi era incaricato? E il comitato di crisi composto tutto da uomini della P2 è stato un caso della Storia? Gli articoli di Mino Pecorelli sono tutti da rileggere- Le Br non erano eterodirette nella loro paranoica grigia teoria. Ma penso che molti, per i loro vantaggi, si adoperarono a farle trionfare nell’affaire  Moro.

I familiari di Moro non parteciparono ai funerali di Stato. “Il mio sangue ricadrà su di loro” scrive il lucidissimo Moro dalla sua prigione. Sono i monarchi Dc seduti negli scranni della chiesa senza feretro. Cossiga ne uscirà depresso a vita. Andreotti non mostrerà mai una piega facendosi scudo dei 5 agenti di scorta uccisi.

A chi voleva Moro vivo resterà il riscatto catartico e illusorio del cinema. Nel capolavoro di Marco Bellocchio “Buongiorno notte” il prigioniero viene liberato azzerando il Moro censurato di Todo Modo e quello iperrealista del film di Ferrara entrambi interpretati da Gianmaria Volonte. Il Moro-Herlitzka  che s’infila il cappotto ed esce per le vie di Roma è la sublimazione di quello che doveva essere e non è stato per volontà dello Stato e delle Brigate Rosse.

La gran parte dei giovani non sanno oggi chi era Aldo Moro. Questo è grave per il loro presente di cittadini. Siamo incapaci di avere una Memoria condivisa. Ma almeno a loro raccontiamo che scrisse alla moglie nella sua ultima lettera: “Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”.