Ieri notte in Basilicata in tanti prima di addormentarsi, hanno rivolto un pensiero e un ricordo ad Antonio Infantino.  Lo sciamano di Tricarico, il figlio del professore, un centenario dotto che sembrava uscito dalle pagine di Garcia Marquez. Antonio aveva avuto in famiglia una sorella morta giovane, una zia missionaria in Africa, un nipote brillante giornalista.

Antonio inventore di tarantolati e narrazioni ineguagliabili, musicista invasato, poeta e beat beato, filosofo, architetto e intellettuale. Lucano per incidente della storia, ma più lucano di chi c’è nato in Basilicata. Cittadino del mondo, viaggiatore errante vissuto a Firenze. Antonio Infantino che cantava “Vengo da Gerusalemme” al ritmo di cupa cupa e chitarra con corde scomposte.

Da bambino Antonio aveva incrociato nel suo ricordo Rocco Scotellaro, il poeta dei contadini. A Tricarico terra di Carnevale apotropaico, di orti saraceni studiati da Pietro Laureano, di rabatana araba e arcobaleni improvvisi. Era cresciuta forte e robusta la pianta di uomo chiamata Antonio Infantino che ha finito di vivere l’altra notte a 74 anni.

Di se stesso aveva detto: “Antonio Infantino è uno che non sai mai da dove viene, non saprai mai dove va. Si muove come le nuvole” Difficile raccontare un’artista che è come una canzone di De Andrè. Provo a tracciare una vastità enorme di pensiero e azione umana che ha espresso la geometrica potenza del sapere coltivata con sregolata esistenza ma condita sempre da poesia.

Era architetto con una laurea a Firenze conseguita quasi trentenne con una tesi su “ spazio naturale, artificiale, a “n” dimensioni”. Ma prima c’era stata molta vita e tanta arte.

A vent’anni aveva frequentato il free jazz, la musica performativa con Sylvano Bussotti, qualcuno dei Fluxus cercando poesia visiva.

Un nomade del decennio della libertà. Gira il mondo. Si esibisce con la sua musica al Folkstudio di Roma ben prima di De Gregori. Spesso è a Milano al club “La nebbia”. E’ uno dei primi beat italiani. Cammina con una corona sulla testa e finisce una notte in cella. Non poteva che essere notato da Nanda Pivano. La signora che aveva fatto conoscere gli scrittori americani scopre un talento lucano che accompagna nel suo vivo percorso e dirà di lui: “Un personaggio che incarna in senso letterale alcune tra le cose migliori della cultura e dello spettacolo di questi ultimi trent’ anni”.

Antonio nel 1966 a Poltrona di Agliana tiene un reading con Allen Ginsberg, il più celebre poeta della Beat generation.. Probabilmente per questo motivo la mitica City Lights Bookstore di San Francisco, forse la casa editrice alternativa più famosa al mondo, pubblica una sua raccolta di versi negli anni Novanta. Nei Sessanta invece l’aveva pubblicato Giangiacomo Feltrinelli su segnalazione della Pivano che si era premurata di scrivere la prefazione de “I denti cariati e la Patria”.

Poco dopo incontra artisticamente Dario Fo. Entra a pieno titolo e con gli onori del caso nello storico spettacolo “Ci ragiono e ci canto”. Fa coppia con Enzo Del Re, il pugliese che suona con la scopa e firmano “Avola” per ricordare l’uccisione di braccianti da parte della polizia di Restivo e “Povera gente”. Resterà amico di Dario Fo e Franca Rame frequentandone casa e condividendone umori e passioni. Anni dopo musicherà il loro Arlecchino per la Biennale di Venezia.

Il primo disco lo incide con degli orchestrali della Scala. Ha insegnato Arte dei giardini a Firenze, ha progettato urbanizzazioni e oggetti in mezzo mondo. Ha unito la taranta e la samba in Brasile, ha inevitabilmente incrociato il Living di Julian Beck e Judith Malina.

Di ritorno da un viaggio a Creta e in Medio Oriente inventa i Tarantolati di Tricarico. Una pietra miliare della musica popolare italiana, un’anticipazione della World Music. I brani e le intuizioni di quel periodo restano a futura memoria. Lo prova il fatto che con i 99 Posse reinterpreterà “Gatta Mammona” e i remix di musica rap sulle sue armonie che girano in Rete. Ma i tarantolati saranno anche sangue amaro per questioni legali e ingrata riconoscenza.

Antonio è stato al Premio Tenco, ha composto musiche e allestito regie teatrali in Belgio, ha esposto quadri al Parlamento europeo, ha ricevuto laurea honoris causa, ha meravigliato la Notte della Taranta, ha trionfato con le sue musiche nelle discoteche americane, ha chiuso un carnevale di Venezia incantando pubblico e critica. Quanta arte e vita per Antonio Infantino.

Io per fortuna mia, l’ho conosciuto Antonio. Vidi un suo concerto ad Aliano al Festival della Luna e i Calanchi e capiì che la Basilicata aveva il suo aedo. Che ritmo e che forza quello scatenato sciamano con la sciarpa sulla testa.  Un Compay Segundo con più sostanza. Ci rivedemmo a Rapone per premiare fiabe di magare e folletti. Spiegava la teoria di Pitagora applicata alla musica a me e a un giovane musico che non ne conosceva la storia. E anche quella volta sembravamo di stare in un libro di Garcia Marquez. Come quell’altra volta per le vie di Firenze, complice una manifestazioni di lucani, con Gaetano Russo e giovani cineasti a far comitiva come un’allegra brigata di Boccaccio. E lui teneva banco tra bar e piazze.

Mi sono dedicato a produrre opere cinematografiche che ne valorizzassero l’icona e la musica. Con l’amico Jo Capalbo fu scontato chiamarlo nel cast di “Lucania” che uscirà quest’anno. E con Luigi Cinque, musicista e regista che l’aveva fatto arrivare sul palco di Repubblica tv grazie a Gino Castaldo ed Ernesto Assante, abbiamo fatto nascere “A faboulous trickster,” un viaggio documentario in Basilicata che lo vede come Virgilio.

Ero in contatto con importanti festival che chiedevano l’esclusiva,  cui avevo proposto da abbinare un suo concerto. Poi avremmo preparato una tournée. Le Parche hanno fatto lo sgambetto allo sciamano. Accade. Luigi Cinque in lacrime e sconvolto ieri mi ha dato la triste notizia.

Mentre chiudo questo pezzo mi scrive Giuseppe, tricaricese e amico di Antonio (“per me era il nonno che non ho avuto”) che mi dice: “volevo ringraziarla per quello che ha fatto come fondazione quando Antonio era in vita. Penso, e la penso con le parole del maestro, che la Lucana Film Commission sia stata tra le poche istituzioni a credere in lui. Grazie per quello che ha fatto. Ci mancherà per tutto”.

Nella giornata del suo funerale la municipalità di Tricarico ha decretato il lutto cittadino. Antonio Infantino riposerà nello stesso cimitero dove è sepolto Rocco Scotellaro. Gli sia lieve la terra della sua amata Lucania.