Martedì 23 gennaio 2018, va in onda su RaiUno alle 21,25, tratto dal libro di Caterina Chinnici il film “Così lieve il tuo bacio sulla fronte”. Si racconta, attraverso lo sguardo di sua figlia, la vita di Rocco Chinnici interpretato da Sergio Castellitto. Propongo a chi lo ritiene utile, l’abstracta  del capitolo del mio libro Toghe Rosso Sangue (edizioni Città del Sole) dedicato al magistrato, padre del pool antimafia e guida professionale di Falcone e Borsellino. 

 

Alle 8,05 del 29 luglio 1983 Rocco Chinnici è con i suoi uomini di scorta mentre via Pipitone si anima nei movimenti di prima mattina. I ricordi di tutti i testimoni parlano di un giorno tra i più torridi e assolati dell’estate siciliana che sa essere mediorientale. Pif ha giustamente codificato che “La mafia uccide solo d’estate”. Chinnici scende da casa puntuale al tradizionale appuntamento. A differenza dei suoi colleghi non fa mai aspettare i suoi angeli custodi. Il buongiorno al portinaio del palazzo, due agenti vigili sul marciapiede, l’alfetta blindata pronta a partire, le auto d’appoggio che sbarrano le strade circostanti.

Nino Madonia, il figlio di don Ciccio Madonia, è nascosto nel cassone di un camion posteggiato poco distante. Tra le mani ha un telecomando da modellismo che controlla un micidiale sistema elettronico di morte mai adoperato prima. Giovanni Brusca, la notte precedente attorno alle tre, ha condotto e parcheggiato in via Pipitone una 500 e una 126 verde imbottita di tritolo. L’automobile risulterà rubata una settimana prima nel quartiere dell’Uditore. Per gli inquirenti sarà difficile reperire il telaio dell’autobomba. Giovanni Brusca ha sistemato 500 e 126 di fronte all’abitazione del giudice in modo da costringere l’alfetta blindata a fermarsi a stretto contatto con l’autobomba. Quella notte Giovanni Brusca ha dormito a casa di Nino Madonia in via Mariano Stabile. Attendono la strage in un palazzo che fronteggia lo stabile dove abita la mamma di Paolo Borsellino. La stessa casa in cui Madonia e Brusca nel 1992 trascorreranno la vigilia dell’attentato di via D’Amelio.

Pigia il bottone il killer di via Pipitone. In pochi secondi la strada di trasforma in una scena da telegiornale che racconta la guerra civile. La 126 si disintegra in mille proiettili di ferro arroventato. L’asfalto sprofonda. Le auto volano sino al terzo piano come quando l’Eta fece saltare in aria in Spagna l’ammiraglio Carrero Blanco, luogotenente di Francisco Franco. Dilaniato il giudice Chinnici. Irriconoscibili i carabinieri Mario Trapassi ed Edoardo Bartolotta. Muore anche Stefano Lisacchi; il portinaio di via Pipitone 63, don Stefano, che non ha nulla a che spartire con i Don di Cosa Nostra.

Palermo a differenza di molte città italiane conserva ancora il mestiere di guardiano del palazzo. E’ un ruolo ambito dalle persone di periferie che consente loro di andare a vivere in città senza dover pagare il fitto di una casa. Stefano Li Sacchi aveva coltivato la sua terra a Geraci Siculo fino al 1960. Era orgoglioso del suo lavoro. Ogni mattina voleva essere lui ad aprire la porta dell’auto blindata al giudice Chinnici. Anche quella mattina. Il fratello Vincenzo, portiere anche lui, sente il boato e corre tra le macerie e i brandelli di sangue. Trova don Stefano in portineria che rantola ed esala l’ultimo respiro. Quattro morti, quattro vedove, dodici orfani.

Giovanni Paparcuri quella mattina esce di casa senza giacca e senza pistola. Arriva in via Pipitone tra le 7,55 e le 8. Nota lo spazio libero a ridosso dell’abitazione ed esclama “Minchia che culo” non immaginando che si sta ficcando nella trappola di Brusca e Madonia. Bartolotta è davanti alla 126 imbottita di tritolo, Trapassi parla con il portiere, Amato staziona davanti alla blindata. L’autista scende entra in portineria ed comincia a leggere il giornale. Sfoglia solo una pagina, pochi secondi e Bartolotta gli chiede di andare a prendere la ricetrasmittente che aveva dimenticato nella macchina di scorta per poggiarla nella blindata. Una dimenticanza salva la vita a Paparcuri. Per andare a prendere la trasmittente si trova al momento del botto nell’auto chiusa con la sicura che lo protegge dal diluvio di fuoco provocato dal tritolo. L’autista ricorda una luce bianca che ferma il tempo. Il sangue fuoriesce dalla testa e rende cieco l’occhio destro. Sopra di lui la blindata completamente deformata. Il mignolo e l’anulare della mano destra sono staccati.

Via Pipitone si affolla di polizia e soccorritori, due bambine vengono estratte, dai calcinacci, dai genitori. Il cronista dell’Ansa quando si rende conto di quello che deve raccontare, al primo telefono detta in redazione: “A Palermo la mafia ha compiuto una strage di marca libanese”.” Sono annichiliti a Palermo magistrati, polizia, e gente normale.

Quella mattina di morte e terrore, Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, scrivono che Totò Riina fece comprare una cassa di champagne. «Mi raccomando Mosciandò…».

La città è sconvolta. Incupita e impaurita. L’uso dell’esplosivo adoperato in mezzo alla gente è una novità. Il portiere morto e una ventina di feriti civili rompono lo schema dei mafiosi che si ammazzano tra loro o che uccidono i rappresentanti dello Stato. La strage di via Pipitone stravolge i sistemi di sicurezza dei magistrati a rischio. Iniziano le vite blindate. Con conseguenze per i vicini di casa. E’ celebre una lettera ad un giornale locale che suggerisce di creare delle zone ad hoc da destinare a residenze per i giudici che impediscano il coinvolgimento di cittadini nella stragi simili a quelle viste per uccidere Rocco Chinnici. L’attentato di via Pipitone fa discutere sul messaggio trasmesso dalla mafia. Il tritolo è un mezzo per abbattere le protezioni assegnate ai giudici inflessibili con la mafia o la mafia manda un messaggio alla città con una strategia guerrigliera destabilizzante? La piovra mafiosa comunque quel giorno ha mostrato tutta la sua forza militare ricordando a tutti chi comanda a Palermo. Anni dopo Giovanni Falcone scriverà: “Rocco Chinnici… nella guerra che lo contrapponeva alla mafia pur adoperando strategie ineccepibili, è caduto in trappola e ha perso la battaglia. La mafia si è dimostrata più abile e forte di lui”.

Rocco Chinnici era nato a Misilmeri, alle porte di Palermo, il 19 gennaio del 1925. Studia durante gli anni difficili della Seconda guerra mondiale al liceo classico Umberto I. Il dopoguerra lo vede studente universitario di Legge a Palermo e per dare un mano alla precaria economia familiare lavora come procuratore nell’Ufficio giudiziario di Misilmeri. Nel borgo natio conosce una giovanissima professoressa arrivata in paese per un incarico nella scuola media. Si chiama Agata Passalacqua. Diventerà la signora Chinnici. Rocco nel 1952 vince il concorso in magistratura. Viene assegnato al tribunale di Trapani e poi a Partanna. Sarà “lu preturi”, figura di togato vicino ai cittadini. Non manca di mostrare attenzione verso i carcerati andando a visitarli in prigione. A Partanna nascono i tre figli: nel 1954 la primogenita Caterina, magistrato e parlamentare europea, autrice del libro da cui è stato tratto il film sul padre. Nel 1959 nasce Elvira e nel 1964 Giovanni. Due anni dopo si apre il grande scenario del tribunale di Palermo. Rocco comincia ad occuparsi dei processi di mafia. Nel 1970 porta in aula la strage di via Lazio. Uno degli episodi più cruenti della prima guerra di mafia.. Passa un lustro e Chinnici consegue la qualifica di magistrato di Corte d’Appello ed è nominato Consigliere istruttore aggiunto. Dopo quattro anni è il Consigliere istruttore. Nel frattempo la mafia è cambiata. E’ un serpente velenoso difficile da schiacciare. Annidato anche nelle stanze delle istituzioni. Negli uffici della pubblica amministrazione. Nei salotti bene di Palermo. Rocco Chinnici progetta e realizza dei gruppi di lavoro che anticipano l’intuizione del pool. Magistrato instancabile, caratteristica degli inquisitori antimafia dotati di passione, si sentì dire da un sottoposto gravato dal peso del lavoro: “Rocco ma tu non hai un hobby?”.

Coordina personalmente il cosiddetto “rapporto dei 162” che è il nucleo iniziale da dove trarrà origine il primo maxiprocesso di Palermo.. Rocco Chinnici poco prima di morire a 58 anni, aveva anche cominciato a concentrare i suoi uomini sui delitti eccellenti. Il suo allievo Giovanni Falcone quattordici giorni prima della strage firma degli ordini di cattura. Si tratta di un atto di accusa contro Totò Riina, Bernardo Provenzano, i fratelli Michele e Salvatore Greco, Nitto Santapaola. Sono loro i mandanti dell’omicidio del prefetto Dalla Chiesa.

Falcone e Chinnici non erano stati d’accordo sull’arresto dei fratelli Salvo: gli esattori delle tasse capaci di condizionare il governo di Roma grazie ai loro stretti rapporti con la corrente andreottiana della Dc. Chimici punta al terzo livello. Falcone ritiene che le prove per inchiodare Nino e Ignazio Salvo non siano sufficienti. Un‘assoluzione sarebbe un boomerang per l’ufficio istruzione. Falcone inchioderà i fratelli Salvo l’anno successivo avendo a disposizione due testimoni che provano l’appartenenza a Cosa Nostra.

Oggi sappiamo con certezza giudiziaria che i fratelli Salvo chiesero ai vertici di Cosa Nostra la testa di Chinnici. Ma per avere la sentenza definitiva contro i colletti bianchi palermitani bisognerà aspettare la cantata di Giovanni Brusca negli anni Novanta. Sarà lui a determinare la sentenza di Caltanissetta del 2002. Ma i due fratelli hanno ormai finito il loro percorso terreno costellato da misteri, cadaveri e tanti soldi facili. Nino è morto di cancro in una clinica svizzera. Ignazio è stato ucciso nella sua villa di santa Flavia a Palermo la sera del 17 settembre del 1992, altro anno di stragi e ammazzamenti. Il pentito Brusca racconterà che aveva provato già ad ucciderlo Chimici. Durante le vacanze del giudice. A Salemi. Il paese dei Salvo. Il picciotto di San Giuseppe Jato si era potuto acquartierare in una villa dei potenti e intoccabili esattori. Erano stati loro a prestare la propria auto blindata ai picciotti per effettuare delle prove di sparo in cui si fosse deciso di adoperare i mitra per ammazzare il giudice scomodo. E dire che Rocco Chinnici e Nino Salvo avevano sfiorato la possibilità di essere consuoceri. I loro figli erano stati sul punto di sposarsi.

Faceva bene Rocco Chinnici a scrivere tutto quello che gli capitava a Palermo. Diede lo stesso consiglio anche a Giovanni Falcone: “Tenga un diario. Non si sa mai come vanno queste cose”. Lui riempì 33 fogli di un’agenda consegnata dai familiari agli inquirenti. Il contenuto viene pubblicato su L’Espresso nei primi giorni dopo la strage con l’inchiesta ancora in corso. I nomi che vi sono contenuti aprono una stagione di veleni nel Palazzo di Giustizia di Palermo che finirà con le stragi del 1993. Giovanni Falcone interrogò l’autore del micidiale scoop, Ciccio La Licata, diventato post mortem biografo del magistrato. In privato Falcone disse al giornalista: “So chi ti passa le carte”, e fece il nome. Secondo La Licata era il nome sbagliato. Falcone continuò a sospettare del funzionario. In quei fogli è riportata la frase passata alla storia in modo tristemente famosa del procuratore di Palermo, Pizzillo, che irritato per le indagini su mafia e appalti, ordinava a Chinnici di caricare Falcone di processi semplici “in maniera che cerchi di scoprir nulla perché i giudici istruttori non hanno mai scoperto nulla”.

Giovanni Paparcuri dopo 304 giorni di convalescenza ritornò in ufficio. Il ministro Martinazzoli aveva promesso in ospedale una promozione che non è mai arrivata. Con la mano operata e delle schegge nel gomito lo mettono ad apporre i bolli sulle carte. Da sopravissuto della strage a Fantozzi. Poi viene trasferito come commesso all’Ufficio istruzione. Dove opera il successore di Chinnici. Si chiama Antonino Caponnetto. E’ tornato nella sua Sicilia da Firenze per continuare il lavoro avviato da Rocco Chinnici. Caponnetto costituisce il pool. Chiama per primo Giovanni Falcone. Poi Giuseppe Di Lello, un pupillo di Chinnici. Il terzo nome lo suggerisce Falcone. E’ Paolo Borsellino. Dopo arriverà Leonardo Guarnotta. Avrebbero lavorato tutti insieme all’inchiesta contro i 162 del rapporto Cassarà.

Hanno tante carte da gestire. C’è da impazzire. Giovanni Paparcuri sa usare i primi computer. E’ un autodidatta. Il sopravissuto della strage sarà il fedele custode informatico e archivista a Palermo della prima ordinanza di rinvio a giudizio contro Cosa Nostra scritta da Falcone e Borsellino nel 1985 nell’isola prigione dell’Asinara per motivi di sicurezza. Quaranta volumi messi nel computer gestiti da Paparcuri. In quello storico documento c’è scritto: “Riteniamo doveroso ricordare che l’istruttoria venne iniziata tre anni fa dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, che in essa profuse tutto il suo impegno civile, a prezzo della stessa vita».