Buon compleanno a Franco Piperno, amico e maestro, ma anche compagno con decenza parlando come lui mi ha insegnato, che domani compie 75 anni. Tre quarti di secolo vissuti “fin dall’inizio dalla parte del torto, non tanto per scelta quanto per sorte, dal momento che dalla parte della ragione, i posti, allora, erano tutti esauriti”.

Questa lettera d’augurio, non ha pretesa di biografia minuziosa ed esaustiva dell’intensa vita di Franco Piperno, ma è un omaggio pubblico ad un uomo che ha sempre avuto un ruolo nel rendere sempre possibile un’apprensione del TEMPO e delle condotte sociali che esso implica.

Un compleanno che coincide con le celebrazioni del mezzo secolo del  1968, anno fatidico per le sorti e le passioni collettive, e che i alcuni destrorsi  osteggiano dal ricordo sui loro giornali. Franco Piperno è stato un autorevole protagonista di quei fatti, magnificamente analizzati con senso critico, dieci anni fa nel libro “’68 L’anno che ritorna-Rizzoli” a cui si rimanda per approfondimenti degni della parola. A me fa piacere testimoniare che Franco in esergo a quel volume mi scrisse di suo pugno: “A Paride, perché l’aiuti a vedere che tutto quello che è stato costruito è degno d’andare in rovina. Con amicizia”.

Mi permetto di esprimere il mio affetto filiale per Franco, quello stesso affetto tributato pubblicamente da molti autorevoli compagni grati di aver appreso dal suo pensiero e della sua azione, che va opposto a coloro che non hanno mai smesso di dipingerlo per cattivo maestro dei molti Lucignolo  e Pinocchio, i don Chisciotte e Sancho Panza (e non mancò neanche qualche Giuda) di quelle generazioni che scelsero di ribellarsi afferrando il proprio destino con coraggio e determinazione.

Franco ancora oggi viene definito “attivista” nella vulgata giornalistica corrente. Spesso il suo dato biografico più rilevante è dato dal fatto di aver fondato con Toni Negri “Potere Operaio”, ma da creativo provocatore di rimando, lui si schernisce sul fatto di aver fondato anche il circolo del tennis di Pontegrande nella sua giovanile Catanzaro. Ma noi sappiamo bene che Piperno non ha certo influito sulle  sorti del tennis come egli,  invece, ha al contrario, influenzato l’agire politico del Sessantotto italiano e degli anni che ne seguirono.

Furono segnanti per lui gli anni del liceo Galluppi a Catanzaro con compagni di scuola di gran levatura (il regista Gianni Amelio, il pensatore Mario Alcaro, l’editore Carmine Donzelli, e tanti altri ingegni) che grazie al magistero civile di un professore di filosofia, Giovanni Mastroianni, insegnò a quei giovani ragazzi a pensare non limitandosi a “snocciolare il già pensato” non mancando di accompagnarli nelle aule dei processi dove veniva portata a giudizio la campagna di stampa del corsivista Gino Verità.

Franco è stato rivoluzionario perseguitato e incarcerato più volte per le sue idee eretiche. Nei suoi mandati di cattura si leggevano ai tempi del famigerato 7 aprile 79 (una montatura giudiziaria orchestrata dal Pci come oggi testimonianze dirette riscontrano) accuse per 21 omicidi, 17 rapine e persino intralcio al traffico che mai commise. Nell’immaginario collettivo si costruì il ritratto del bandito sanguinario ma si perseguitava l’ardire delle sue idee che mai ha nascosto a beneficio della convenienza. E’ stato un sovversivo che ha adoperato parole per cambiare il mondo delle idee. Metropoli, una delle sue innumerevoli creature, fu rivista subito sequestrata dall’Inquisizione giudiziaria per lo sgomento che creava al Palazzo il libero ragionare. E in migliaia la cercarono per conoscerne pensieri e parole.

Per mia fortuna, Franco ha avuto un fecondo rapporto con la città di Cosenza, dove fu chiamato ad insegnare Fisica ad Arcavacata, è  ancora su quella collina risiede in un posto ribattezzato significativamente Macondo. Franco che ha demistificato e studiato la tecnica, pagato caro per aver tentato di salvare Aldo Moro dalla morte, riconosciuto le migliori attitudini del Sud, lo vidi la prima volta appena liberato da una prigionia celebrato innocente dalla mia città con una festa di popolo. E io sedicenne al tempo di quei fatti, non immaginavo che dovevo un giorno, dopo il lungo esilio in Canada che i reazionari chiamano ancora latitanza (uguale similitudine con Mazzini e Craxi), aver fortuna di essere suo compagno.

Partecipai con lui e altri compagni di diverse età alla fondazione di Ciroma, parola poetica dialettale che tanto semanticamente abbiamo sviscerato nei suoi molteplici significati, dando senso alla passione politica che sembrava sopita. Nacque una radio che ancora esiste ma grazie a Franco (io ne sono personalmente molto grato) le nostre vite ne furono beneficiate cambiando in meglio grazie a molti piaceri sensuali vissuti come principio di realtà dotato di potere cognitivo e di legame relazionale autentico. Partecipammo alla vita politica nazionale e locale  permettendo un elogio dello spirito pubblico meridionale di cui si sentiva bisogno e necessità.

Fu amico fraterno di Giacomo Mancini (infatti ne terrà l’orazione funebre ai suoi funerali) e insieme hanno contribuito a rifondare la vita sociale dei quartieri di Cosenza con un disegno politico che negli anni Novanta ha molto riperimetrato i paralleli e meridiani di una città che non si è mai difesa erigendo le mura. Mancini e Piperno, pur di idee non omologhe, hanno costruito un legame profondo con il pensiero eretico e innovatore di Campanella e Telesio tracciando nella storia nazionale condotte parallele contro l’eclissi del Diritto. Piperno ha ricoperto il ruolo di assessore alla scienza e alla conoscenza. Gli esiti di quell’esperienza e di quell’afflato tra due persone straordinarie come Giacomo e Franco sono ancora significativi.

Franco ci ha condotto a riscoprire il nostro essere più profondo, a tentare sempre di curvare le linee rette con molto ardire. Fosse una presunta geometrica potenza, degli zingari veramente felici, la buona entropia condita con resilienza. Grazie per averci fatto scoprire cibo e parole condivise, per averci indicato le radici e fatto indossare le ali che conducono all’esodo e alla buona vita. Non mancarono le severità fallite. Ma è buon consiglio fallire di più, fallire meglio come ha scritto Beckett.

Caro compagno Piperno “pe cient’anni” come si dice nelle nostre contrade del Sud. Continua a fare ciroma. Ne abbiamo sempre bisogno.