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Questo testo, la cui quasi totalità ripropongo nella sua integralità, e’ stato scritto una decina di anni fa per la rivista “Comunicando” diretta da Pantaleone Sergi a seguito di un mio intervento ad un convegno sull’informazione a Cosenza dove ero stato invitato come relatore. Un breve passo e’ contenuto nell’autobiografia di Max Stefani mio direttore a “Mucchio selvaggio”. Buona lettura

Attilio Sabato, per sua fortuna, fin dagli esordi, è stato direttore. Magari di sé stesso, ma sempre direttore. Per arricchire il palinsesto di un’emittente gloriosa cosentina, Rete Alfa, fui chiamato da lui a introdurre film neorealisti italiani della serie “Bianco e nero amore mio”. Questa storia inizia nel 1986. A Cosenza. Città dove si affollavano le antenne televisive private e dove le redazioni si aggregavano per caso mettendo insieme molti dilettanti allo sbaraglio. Dilettanti nel vero senso della parola, perché alto era il diletto a comparire in video. La mia storia è questa. Quella di uno studente universitario di 24 anni che voleva diventare regista cinematografico e si ritrovò ad essere giornalista. Frequentando l’università, Sabato, studente di antropologia, dj e apprendista direttore, notò subito che avevo una buona cultura cinematografica. Taglio di capelli e look molto in linea con quanto accadeva tra Londra e Los Angeles mi facevano bucare lo schermo di una tv di provincia che si allargava tra numeroni da indovinare e briglia sciolta a tutti i politici locali come scaltramente aveva intuito l’editore Luciano Achito. Un napoletano che aveva fatto soldi con l’editoria a rate di enciclopedie di serie b e che aveva notato il deserto d’idee della televisione commerciale cosentina. Dai film al telegiornale il passo fu breve. Il sì obbligato per un orfano solo al mondo cui stava per scadere la pensione ereditata dai genitori. Il mio primo stipendio sommava 200000 lire. Arrivai in redazione con un portapenne e della cancelleria che non avevo dove posare. Il mio ingresso nel giornalismo era in un sottoscala dove erano ammassate scenografie degli spettacoli natalizi e altri attrezzi.

L’esordio non fu facile. C’era da sintetizzare gli articoli della Gazzetta del Sud, e subito, questo aspetto mi sembrava mortificante. Ogni tanto a mano arrivava qualche comunicato stampa da forze politiche e sindacati (bancari soprattutto). L’estetica televisiva era lenta e impacciata. Mi trovai anche a governare mascherine di carnevale che pagavano il loro minuto di celebrità e spesso il pastore tedesco dell’editore ne attentava l’incolumità. La creatività era strozzata, i dubbi erano molti. Mi incoraggiò molto Piero Ardenti, già direttore di quel mitico Giornale di Calabria che per motivi anagrafici non avevo potuto frequentare. Il direttore aveva sperato in restaurazioni editoriali manciniane che mai erano arrivate. Per amor di mestiere aveva detto sì a Luciano Achito e senza quel maledetto tumore di Ardenti quelli della mia generazioni si sarebbero potuti formare meglio. Dal letto dell’ospedale lombardo in cui era ricoverato mandava a dirmi per il figliolo mio amico di resistere e imparare. Aveva avuto modo di apprezzare le mie capacità, quando gli ultrà cosentini dopo il disastro di Bruxelles avevano organizzato il primo raduno delle tifoserie organizzate catalizzando l’attenzione dei principali quotidiani nazionali. Da Ardenti ho appreso la dirittura morale.

A Rete Alfa intanto mi ero inventato qualcosa. Con poca originalità avevo rubato il nome “Sipario” ad una storica rivista italiana e varavo il primo magazine locale di spettacolo. Una sigla con i Cure e delle foto in kroma-key, le presentazioni nel bugigattolo della sala montaggio per un’atmosfera off, trailer rimontati e doppiati dai promo in giro per le tv, qualche incursione a teatro e nei cinema. All’epoca tutto questo era secondario nei tempi di lavorazione. La pubblicità su tutto. Poi i programmi di punta. Se c’era tempo e la pazienza degli operatori factotum si poteva fare. Molto sfibrante. Comunque ero riuscito a far aprire una finestra molto innovativa nel tg. “Il microfono sulla città”. Ogni mattina andavo in un luogo della città e producevo notizia. Una breve sigla con un grillo sul microfono. Funzionava molto in un’informazione grigia e paludata, tutta politica e pallone, dove la cronaca non si poteva fare “perché ci mettono le bombe nei ripetitori”.

I pochi soldi di stipendio e il mio desiderio di conoscere il mondo mi fecero capire che avevo bisogno di esperienze. Ma non chiusi quella porta. Ad Attilio dissi “Non voglio un rapporto economico fisso. Quando tempi e condizioni lo richiedono ti aiuto”. Feci la cosa giusta. Scimmiottando il primo D’Agostino in una birreria del centro dove Attilio imitava Maurizio Costanzo, io proponevo la “Look city”. Peccato non esista memoria documentaria di uno spaccato così vivo e autentico di quel periodo. Punkbilly, ragazze neoromantiche, dandy di provincia e gay ancora non dichiarati interrompevano la quotidianità piccolo borghese del video di provincia. Lo studio del cinema mi aiutava nel documentarismo.

Tra telecamere pesantissime e centraline obsolete mi sentivo come i vietcong che demistificavano la tecnica nei laboratori della jungla. Il pedinamento del barbone creava commozione, il tossicodipendente che racconta in studio la sua esperienza fecero “notizia”. Ma io ancora non avevo questo concetto. Avevo una passione naturale al racconto. Non avevo disciplina e guida. La trovai anni dopo lavorando in uno dei miti della mia traviata gioventù. Vedendo quando fosse maledettamente serio fare del buon giornalismo rock in un mensile di rango come “Mucchio Selvaggio”. Quando in una corrispondenza sfuggita al correttore mi pescarono un Lecy al posto di Lacy il secco rimbrotto del mitico direttore Max Stefani mi fece capire che non si scherzava per poter scrivere su quell’autorevole magazine italiano che sognava di eguagliere “Rolling Stones”. Dopo il primo mese in quella sede, dove ho avuto le prime esperienze di editing, mi vidi chiedere coordinate bancarie e generalità per le ritenute, mi sentivo un marziano a Roma. Quel giorno capii che la Calabria era un mondo a parte. Dove diritti e doveri hanno confini labili. Che difficilmente qualche editore mi avrebbe trattato come Stefani del Mucchio. Continuavo ad attraversare, soprattutto in treno, l’Italia negli anni Ottanta. Concerti, raduni giovanili, film e festival cinematografici (cominciavo a conoscere i vantaggi del tutto pagato) e partite del Cosenza rigorosamente in curva. Una nuova svolta era pronta. La conquista dell’agognata serie B, inseguita per oltre un quarto di secolo creava grande attenzione e audience sul calcio. Intuii molti anni prima di Fazio e Ventura che lo spettacolo andava oltre il fatto che ventidue persone in mutande inseguissero un pallone. Nasce “La partita distratta” rubrica annessa alla trasmissione sportiva del lunedì. Un commento di colore dove il conduttore (io) spettacolarizzava le sue apparizioni mostrando una grande forbice (contro i “tagliatori”, qualli che criticano sempre e comunque) o vestendosi da Robespierre. A questo si aggiungeva che un mio grande amico, Vincenzo Iaconianni, filmaker per diletto, avesse acquistato un camcorder. Niente più trattative con proprietà e direzione per uomini e attrezzatura, uso di tecnologia leggera e voglia di sperimentarsi con linguaggi innovativi. L’idea funziona e cresce. Iniziamo a seguire le trasferte. I tifosi ci riconoscono appena ci vedono. Il successo è buono. Ma i soldi sono pochi, lo spazio pure e forse è vero che due galli non possono stare in un solo pollaio. Attilio, conduttore della trasmissione, non accetta l’idea di una trasmissione autonoma. Che nasce lo stesso. “Partita distratta”. Il figlio del fotografo Raf Caputo ha acquistato una buona attrezzatura. Molti milioni. L’idea è di quella vecchia volpe di Gianmichele Candelise, un creativo cosentino che conosce ottimamente le regole della televisione e avrebbe meritato migliori fortune. Finalmente autonomi nel produrre. Ma come trasmettere? Ciccio Di Napoli fiuta l’affare e ci consente di andare in onda su Camteletre, però dobbiamo pagare. Cerchiamo pubblicità e la troviamo. Andiamo sull’etere e ci inventiamo Marcello Gallo in ruolo eversivo per l’emittenza locale dell’epoca. Assalti ai portoghesi della numerata e ai big del giornalismo sportivo. Scherzi fiction riusciti, servizi commentati solo dalla musica, spacci di paragone, personaggi, pezzi di tifo allo stato brado. E poi la pubblicità non interrompe le trasmissioni. Non era mai accaduto prima. Solo sei puntate. Caputo ci ripensa prima di una trasferta. Bastava crederci di più, Cam Teletre poteva proporsi come produzione. Non accade. Amareggiato torno a fare il ricercatore storico a tempo pieno. Viaggi in Africa e altri treni. Ancora Mucchio Selvaggio e la Pantera a Roma mi vede organizzare l’informazione in modo autonomo sul glorioso canale di Radio Onda Rossa che da poco ha scoperto rap e comunicazione orizzontale. Nel frattempo mi laureo, studio scrittura cinematografica con lo sceneggiatore di Marco Ferreri (molto utile per il mio futuro da cronista) e vado a vedere a Bassano come fa cinema Ermanno Olmi. Un giorno squilla il telefono. Candelise ha convinto il giovane Caputo. Abbiamo un canale. In effetti lo hanno occupato. Con una delle prime parabole si capta Mtv (all’epoca non trasmetteva ancora in Europa) e si va in onda. Nel soppalco dello studio fotografico di Raf (che dispensa i suoi consigli da consumato fotoreporter) è allestita la redazione e uno studio. Gabriella D’Atri è già professionista da tempo e si assume l’onere della firma di responsabile. Capisco che devo moderare la mia presunzione. Devo condurre il gioco in modo sottile, lavorando duro e prevalendo sui risultati. Tg 10 è veloce. Numerosi servizi. Molta musica. L’informazione istituzionale la garantiscono Gabriella e Valerio Capparelli che sa anche spingere sulle emozioni. Io mi prendo il resto. Lo scempio di piazza dei Bruzi, gli spettacoli, il costume, la cronaca all’arrembaggio. La Carical ritira subita la pubblicità per un servizio su un principio d’incendio in un palazzo di Vaglio Lise. Dalla soffitta passa Fabio Nunziata. Cinematografaro cinefilo con diploma di montatore a Cinecittà. Sull’onda lunga delle stragi del sabato sera con le telecamere scrutiamo Cosenza e nasce “Il sabato del villaggio”. Ben 16 ore di montaggio per ’30 minuti di prodotto finito. Un piccolo capolavoro ben ottimizzato da Nunziata. Anni dopo bisseremo con “Eppur si muove” altri ’30 minuti che nel 1993 fanno comprendere come Cosenza stava cambiando in modo rivoluzionario. Ma torniamo a Tv 10. Intuisco che c’è bisogno di soldi. E’ il 1990. Alle porte ci sono le ultime elezioni locali della Prima repubblica. Per esperienza sono cosciente che in giro ci sono un fiume di soldi. Con Candelise inventiamo una trasmissione civetta aperta a tutti i candidati di tutti i partiti. “Il caffè della politica” è la prima trasmisione locale con scenografia virtuale creata in cromakey. Sigla accattivante (forse troppo), io da una finestra che introduco il personaggio senza nominarlo, poi in una piazza “rubata” a De Chirico tre brevi (e spesso) pungenti domande sulla campagna elettorale. Centro ancora una volta. La civetta funziona perché intercettiamo dieci milioni di spot e trasmissioni autogestite. Sarà una bella corsa fino allo spoglio elettorale dove ci divertiamo a simulare una finta diretta dalla prefettura (in effetti sono delle cassette registrate). Ma i sogni muoiono all’alba. I soldi scarseggiano e il canale ci viene tolto. Tra l’altro ho un brutta gatta da pelare. Ho opposto gran rifiuto a mia zia Vittoria, moglie di Giacomo Mancini, tra l’altro mio antico benefattore. In nome dell’indipendenza prima dell’elezioni ho rifiutato con un banale scusa di entrare a far parte della nuova redazione di Telecosenza, emittente di bandiera della corrente.

Sono messo male economicamente. La ridicola situazione dell’Ordine calabrese mi impedisce l’accesso alla professione. Mi faccio due conti e penso Mancini mi ha già aiutato, mi aiuterà a diventare giornalista. Paradossalmente pensavo di trovare un aiuto politico ai miei guai (che per diverse vicende mai arriverà) e invece trovo per caso un maestro di giornalismo. Ho appreso i segreti e i retroscena della politica. Come si indaga sulle scatole vuote dell’economia e degli imbrogli. Consapevole di essere in una tv di parte navigo a vista. So da dove stare lontano. Mancini stima la mia cultura e anche la creatività. Un tg con pagina nazionale e locale. Molte notizie le scrive lui. Taglienti e acuminate. Nasce il mito di Telekabul. Alla berlina gli avversari. Noi abbiamo licenza di ferire. Il direttore è un critico letterario che si chiama Pasquino Crupi e che non vediamo mai perché abita a Brancaleone. Quando gli riferiamo che qualcuno ha minacciato di querelarci ci invita a non mollare. I nostri concorrenti hanno auto di marca e attrezzature sofisticate, noi invece giriamo con la cinquecento di Pietro Mancini al tempo dell’università e con dei trequarti già da tempo passati ai ferrivecchi. Per fortuna Ercole Scorza ha il fisico da corazziere. Ma scalpito, non posso fare solo propaganda. Mi invento “Meridiani e paralleli. Settimanale di varia umanità”. Ancora oggi a distanza di tempo mi commuovo e mi sente appagato quando incontro persone che mi associano a quella trasmissione e ignorano il mio lavoro attuale.

Un approfondimento della cronaca settimanale che risente della lezione di Samarcanda e del situazionismo. Collaboratori che fanno squadra, segnalazioni dagli spettatori, blob locali irriverenti, riprese verità, le musiche scelte da Scorza, la scrittura poetica di Dionesalvi, l’entusiasmo giovanile di cameramen per caso, mi affianca un nuovo collaboratore, si chiama Gabriele Carchidi. Abbiamo scoperto una morte per parto che la Gazzetta del Sud del tempo aveva deciso di oscurare. Tra l’altro, lo stesso giornale sarà costretto a citarci (non era mai avvenuto prima d’allora) quando costringiamo alle dimissioni il presidente comunista della Provincia per una vicenda giudiziaria. Anni eroici, privi di deontologia (quante riprese a telecamera nascosta) con grandi pungolature nei confronti dell’Ordine calabrese. Apriamo una battaglia sulla radiazione di padre Vittorino, un frate direttore responsabile di Cam Teletre, e Nicolò è costretto a rimangiarsi il provvedimento. Sotto l’ombrello protettivo di Mancini non si azzarda a toccarmi, a differenza di quello che accade ad altri abusivi che a volte vengono convocati dai carabinieri. Trasmettiamo inchieste sui rom, le riprese di Pagano ucciso nel garage di via Popilia, gli orrori di ematologia, il montaggio degli spot elettorali del 1992 commentati da “Povera patria” di Battiato. E ancora le vignette di Ivan Greco, e poi le prime soddisfazioni professionali. Grazie ad una soffiata arriviamo per primi al cimitero di Castrolibero dove hanno violato la tomba del sovrintendente Aversa, dopo dieci minuti, quando vediamo all’orizzonte Panteleone Sergi e Gregorio Corigliano con il cameramen della Rai, mi sento per la prima volta un cronista vero. Giochiamo con la musica dal vivo, ci divertiamo sperimentando. Candelise è sempre della partita con i suoi vestiti grafici intriganti. Ma in tempo di elezioni il lavoro si appesantisce e poi l’appartenenza inevitabilmente ti confonde.

Dura tre anni. Aspetto un colpo da Prima repubblica che mai arriverà. La nomina di Pedullà alla Rai non sortisce effetto, una lettera di raccomandazione al Corriere della Sera ha il merito di avermi fatto vedere via Solferino dall’interno e di conoscere un bravo professionista come Antonio Di Rosa. Parto un’altra volta.

La Milano di Tangentopoli mi permette soltanto strabilianti collaborazioni con Mucchio Selvaggio e Duel. Il resto è un deserto. Non c’è spazio neanche nei media alternativi. Torno a Cosenza. Mollo Mancini un po’ deluso. La nuova chiamata mi arriva da Telestars. Erminia Anselmo è una socialista che in passato ha gestito la gloriosa Feltrinelli di Cosenza. Il marito ha fatto fortuna con la sanità e da buon socialista dell’era craxiana ha investito su una televisione di belle speranze che era stata aperta da un industriale, che poi ha ceduto la mano.

Ritrovo Gabriella D’Atri direttore che lavora insieme a un gruppo di giornaliste che si faranno un nome e una firma negli anni a venire. Mi rimetto in movimento. Questa volta mi concentro solo sul telegiornale. Presto arriva anche Carchidi. C’è una discreta redazione sportiva e un punto corrispondenza da Castrovillari. Sono ancora un abusivo. Lo resterò per molto. Con l’Ordine neanche parlo, mi rifiuto di cambiare residenza. Penso solo a realizzare un telegiornale giovane, arrabbiato, sognatore e moderno. Ho la fortuna di avere delle attrezzature degne di questo nome e un plotone di tecnici motivati che danno l’anima e il cuore sul lavoro. Due ottimi speaker. Una ragazza è stratosferica, si chiama Silvana Tarsia, purtroppo un male atroce troncherà una carriera di sicuro avvenire. L’altro è uno studente di antropologia, Gianfranco Donadio, che si diletta a portarci ottimi reportage sulle tradizioni popolari.

Ricerco aperture originali e provo a creare una squadra. L’operazione Garden non ci coglie impreparati. Ho tanta memoria nel ricordare i fatti salienti. Basta montare la musica del “Padrino” per fare la differenza. Quando per caso mi trovo tra le mani un’ordinanza, sceneggiare televisivamente i racconti dei pentiti diventa una goduria. Per la prima volta seguo un processo in trasferta. E’ quello a Giacomo Mancini. Con il fidato Enzo Leonetti andiamo a Reggio Calabria, Palmi, Padova, Roma. Dormiamo dove capita e viaggiamo senza soste. Grandi soddisfazioni e speranze. Ma come al solito le finanze scarseggiano. C’è il tempo di sperimentare l’unione di tutte le antenne locali per una straordinaria diretta televisiva sulle elezioni regionali del 1995 dove per la prima volta mostro Internet e le sue potenzialità. Roberto Occhiuto ha già fondato Ten e mi vorrebbe con lui. Mi sento gratificato ma temo le appartenenze politiche. Non finirò nel suo progetto. Ho bisogno di completarmi. Di trovare guide decise. Non voglio più dipendere da aspetti tecnici che non controllo. Sento il bisogno di crescere nella scrittura e nel mestiere. Sta per nascere il Quotidiano. Sergi ha qualche riluttanza sul mio conto per le antiche frequentazioni manciniane. Mi aiuta a superare le diffidenze Luciana De Luca, già da tempo collocata in una squadra destinata a scrivere le pagine più vibranti del nuovo giornalismo calabrese. Pantaleone Sergi diventerà un punto di riferimento fondamentale della mia carriera. Devo a lui tecniche di scritture e arguzie da vecchio cronista. La completezza definitiva arriverà con l’incontro con Ennio Simeone, direttore di lungo corso. Grazie a queste due figure è stata possibile la storia esaltante di un gruppo di giovani che cominciano la loro avventura in uno sgabuzzino e tra marosi difficili e alti creano una delle realtà editoriali più interessanti della Calabria. Sono passato direttamente da abusivo a caporedattore di un quotidiano che esce in Calabria e Lucania.

Scrivevo in quel lontano interventi: “Ho ancora molto da apprendere, ma comunque mi diletto a scoprire e ad aiutare giovani talenti. Penso che la mia gavetta sia stata lunga ma originale. Dedico questo scritto a tutte le persone che in quegli anni mi hanno consentito di diventare un giornalista”.

C’è stato un poi enorme da quello che avevo scritto un decennio prima. Ho dovuto correggere dal testo originale un inciso. Quello riferito a Gabriele Carchidi all’epoca mio inseparabile compagno d’avventura. Non è piu’ così. Ci separammo traumaticamente nell’avventura di Calabria Ora e anche i rapporti umani sono ad oggi molto freddi. Spesso lo sogno e questo qualcosa vorrà dire. 

Sono questioni intense che riguardano centinaia di persone che ho avuto la fortuna di guidare in un’attività giornalistica che ha segnato gli annali di due regioni meridionali come Calabria e Basilicata. E che presto provero’ a narrare in forma più compiuta

(continua)