Io me li ricordo i derby del Cosenza al Marco Lorenzon contro il Rende.

I rendesi da noi definiti con disprezzo “pignatari” per una nobile tradizione artigiana del loro borgo, ben prima della rinascita urbanistica dei Principe, erano troppo minuti come tifoseria per stare al confronto con la moltitudine dei Lupi. Ma un derby è sempre derby, a maggior ragione se separati dal torrente Campagnano e anche da gelosie per alcuni risultati sportivi superiori ai nostri in certi momenti del secolo scorso.

Mi accende la camera dei ricordi lunedì mio figlio Tullio pungendomi nell’orgoglio: “Papà domenica andiamo a vedere Rende- Cosenza”. Vorrei poter dire subito sì, ma i miei impegni di lavoro e i suoi di studio ostruiscono la strada verso Itaca. Poi, Giannicola Rocca, da Milano, solletica ricordi da derby per un mio articolo di memoria. Completano il quadro i post sentimentali degli Sconvolti per il calcio che fu, e a quel punto la stanza dei ricordi della mia materia grigia rielabora immagini e sentimenti.

Io che avevo visto i due derby stracittadini con la Morrone ricordo anche il tentativo di fusione tra le due squadre poi giubilato da un celebre manifesto funebre stampato da Giovanni Iule: “E’ morta la Morende”.

Dopo quel tentativo giunse il tempo del nuovo derby e dell’occupazione del confinante  territorio nemico. Il buon Sergio Tursi Prato da Rende, con i suoi Ultras Rende, tentava di tener posta con coreografia spicciola e raggruppamento in tribuna laterale, ma la vicenda al Lorenzon si è svolta sempre a parti inverse per numerosità manifesta dell’avversario.

A noi del Commando ultrà il Lorenzon piaceva. Era all’inglese, attaccato al terreno di gioco. La gradinata mi pare fosse stata inaugurata in occasione del primo derby a beneficio del loro incasso e  della nostra coreografia. Stretti e stipati come sardine eravamo blocco unito a far spettacolo con l’armamentario  di circostanza. Sciarpate degne del Manchester United. Cori da settore intero. Siamo il Cosenza e voi del Rende non siete…

La statistica da Internet ne segna 4 d’incontri di serie  C con il Rende, ma mancano quelli di Coppa Italia ad aumentare le invasioni; altri scrivono di 10 incontri ufficiali di campionati. Ma non sono qui a darvi numeri esatti. Io sono capace di scrivere ricordi ed emozioni.

La prima volta fu quando negli anni Settanta si tentava ancora l’assalto al cielo. Periodo rapimento Moro. L’emergenza non creava problemi eccessivi alle tribù del calcio. Simboli, tamburi e fumogeni erano liberi. I joint pure. Nessuno immaginava tessere del tifoso. Si arrivava molto presto ad occupare piazza  e stadio. Anche da qualche balcone sovrastante il Lorenzon svettavano i colori rossoblu.

Il Rende aveva un bomber di categoria di degno rispetto. Tal De Brasi, che giocava in tandem credo sulle ali con un giocatore dal cognome molto diffuso a Rende: Chiappetta. La rima baciata da tifoseria di quel tempo era “De Brasi-Chiappetta ci fanno una…”. Ben più significativa  è altra perlina. In quei tempi dalla rotativa di Piano Lago uscivano le pagine del Giornale di Calabria di Piero Ardenti. In quel quotidiano innovatore si era affidata la cronaca sportiva del Rende calcio ad una donna, una giovanissima e brava Sandra Onofrio. Penna effervescente e di giusta propensione locale, in particolare modo verso il De Brasi. Quel giorno nella neonata gradinata apparvero grandi falli di cartone e il nome della giornalista. Oggi tanto sessismo avrebbe avuto ben altro ludibrio. Da accertamento personale invece ho appreso che la questione all’epoca fu salutata con risate goliardiche in redazione.

Il mio ricordo più intenso è legato, invece, ad un derby successivo. Adrenalina testoseronica massiccia e gran riscaldamento di muscoli all’apertura porte. Si spinge per forzare il tempo della fila. Alla porta energumeni gomorristi cosentini sono pagati dal Rende per tenere l’ordine. Partono schiaffoni e ci si ritira in buon ordine. Non proprio un bel ricordo.

La memoria cardine è un’ altra.  I rendesi, essendo pochi e vilipesi, la pensano diabolica. Sulla gradinata dei cosentini hanno apposto, pendente dagli alti pennoni dell’illuminazione del Lorenzon, un lungo filo di ferro con appese strisce biancorosse sopra le nostre teste. Si sbraita, ci si arrabbia, si urla. Mi mostro pronto all’azione. Lello Palmer mi incita: “Sali, sali”. Indosso una tuta verde ramarro da go kart molto new wave, simile a quella che portava in scena il gruppo americano dei Devo. Mi arrampico sui pioli. Sono un punto verde visibile a tutto lo stadio. Arrivo in cima e inizio a disarticolare il filo di ferro. “Sento lo stadio che urla “Oooooooh” e un boato saluta la cadute dei labari biancorossi. Non c’erano i selfie a quel tempo, altrimenti sarebbe stata una foto virale da web. Alla sera passeggiando per il corso principale di Cosenza stringo mani come una star e ricevo complimenti da una tifoseria intera per la mia impresa che ha evitando il disonore del colore avverso dei cugini pignatari sopra le nostre teste.

Nei ricordi vive sempre la simpatia giocosa. Ben alimentata dal caro Piero Romeo che era motore di comico momento attorno ad una tavola o durante un lungo viaggio. Tra gli aneddoti, uno dei più gettonati, c’è quello che riguarda un passionale tifoso del Cosenza, nostro  fraterno amico,  Vincenzo Speziale detto “Pastachina”. Il nomignolo fa capire che il suo fisico da Trimalcione era ben legato alle buone vivande. Per la breve trasferta a piedi non era stata minore la quota gastronomica pari ad trasferimento verso un campo toscano. Goliardia vuole che con colpo di mano si fece bottino delle polpette e cotolette preparate con cura da mamma Speziale. Il volto del povero Vincenzo in quel derby non fu dei migliori e non certo per motivi sportivi.

Ancora più sfizioso un episodio legato ad un derby al Lorenzon giocato in data prenatalizia. La dotazione di fuochi di artificio dei giovani supporter e adulti da quartiere è da Piedigrotta napoletana. Tric-trac e rauti sono nelle tasche di tutti. Al secondo tempo il portiere rendese deve giocare sotto la nostra gradinata. Cammina lento mentre i botti si sentono oltre Quattromiglia. L’arbitro chiama i capitani. Quello dei Lupi, Silipo, viene a proclamare: “Ragazzi calma, se continuate in questo modo l’arbitro assegna il 2-0 a tavolino al Rende”. Fu allora che un tifoso da tamburo in prima linea, passionale e simpatico come non mai, conosciuto ai più come “Maruzzu ‘a cuadara” (Mario il pentolone) proferisce a futura memoria: “Guagliù sparati raudi ca Silipu ha dittu ca ni fannu vincia a partita”.

Ci fu anche un derby estivo di coppa Italia in un caldo agosto giocato in notturna. Solita occupazione di gradinata. All’ingresso in campo quella sera lanciammo nell’aria priva di un alito di vento  le polveri molto fini di un estintore. La nuvola si ferma, e aggiunta al fumo delle  torce, sosta per minuti infiniti fino al centrocampo del Lorenzon. Qualcuno cerca aria aggrappandosi alla rete e questa volta non per vicinanza ai calciatori.

E poi i cortei a piedi da Roges al Lorenzon, quelli all’uscita con scaramucce con le forze dell’ordine, il vicino bar Mary, ritrovo dei tifosi rendesi , che chiudeva con giusta precauzione, i politici e i palazzinari in tribuna per una rivalità da area urbana con le molte considerazioni sociologiche.

Dopo la vittoria di un derby, il lunedì al caffè Renzelli,  ricordo un impiegato cosentino verace felice come una Pasqua, anche perché il suo proprietario di casa, un rendese, gli aumentava il fitto in modo sproporzionato ogni anno. In effetti “i pignatari” erano diventati signori annettendo come residenti molta popolazione cosentina.

Si chiuse una fase e io per giusto contrappasso a Rete Alfa, la televisione dove iniziai il mio apprendistato giornalistico, fui destinato da Attilio Sabato a seguire le partite del Rende.

Dalla mia finestra penso a domani. A come vorrei essere con i miei fratelli di un tempo a vivere con loro il tempo di una partita, del prima e del dopo. E a cantare con quelli che sono venuti dopo. Noi Incanutiti e cambiati ma sempre con un cuore pulsante di un’antica passione che mai verrà meno. COSENZA vincila per noi e per quelli che la seguono ancora da mondi distanti. Piero, lo Stonato, Volpintesta, Gigino Lupo e tutti gli altri.  Quelle voci lontane ma presenti insieme alle nostre che ancora oggi canteranno  “Siam tornati al Lorenzoon…”. Come un deja vu.