Paride Leporace

Meridiani e Paralleli

Buona domenica (senza Marco Pannella)

Buona domenica amici miei.

Una domenica senza Giacinto Pannella detto Marco, come abbiamo letto decine di volte nelle liste elettorali che avevano il suo imprimatur.

Anch’io nel giorno del funerale laico del laico italiano per antonomasia  sono qui a dar ricordo all’uomo politico e libertario che meglio ha combattuto per imporre diritti (tralasciando i doveri secondo un gesuitico Eugenio Scalfari) in una nazione che è solita riconoscere i meriti solo dopo la morte. Accadde per Dante morto esule, abbiamo proseguito con Mazzini, di recente è accaduto con Casaleggio e oggi si ripete la questione con Marco Pannella ultimo degli esuli in patria, riformatore non violento ed egocentrico, non scevro di errori nella sua vita, che poco li corresse a dimostrazione della sua poca saggezza.

Pannella coniugò Spinelli l’europeista con gli spinelli della vita alternativa, primo antiproibizionista in tempi lontani comprendendo per cultura e sapienza che nessuna repressione avrebbe mai ridotto ogni danno. Gandhiano, attaccato al crocefisso di monsignor Romero, ha ricevuto l’omaggio del Dalai Lama e del Papa in splendida contraddizione di coltivatore di dubbi e del dialogo al di sopra delle appartenenze. Praticò la condizione prepolitica dell’onestà diventando l’eccezione politica del Palazzo e del regime come mosca bianca di chi mai ha partecipato al ladrocinio pubblico che tutti gli altri partiti della Repubblica a varia dose hanno praticato e diffuso.

Secondo Giovanni Negri, uno dei tanti discepoli che da luogotenenti sembravano devoti a prenderne il posto e che poi si videro costretti ad abbandonarlo, Marco si può paragonare all’Okavango, uno dei fiumi più belli del mondo che finisce in un deserto. Pannella è stato l’Okavango della politica. Era l’unico grande leader di un’area laico socialista al 20 per cento che al momento del crollo del regime del 1993 poteva prendere in mano le redini del Paese. Designatore della carica di Presidente della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro nel momento tragico della strage di Capaci preferì continuare ad essere Pannella dal partito a suo uso e consumo in nome dell’interesse pubblico.

Anche nel 1979 il Partito radicale aveva rappresentato una speranza laica alternativa all’Italia democristiana. La sconfitta del Movimento e il riflusso accesero slancio e mescolanza con le casalinghe di Voghera e con gli sfiduciati del Palazzo. Ricordo la sera del comizio ad Itaca. Piazza Fera stipata come un uovo per assistere allo spettacolo del comizio di Marco. C’erano indizi del futuro. Cicciolina in parlamento anticiperà successivamente stagioni future. Qualcosa del grillismo stava anche da quelle parti in forme politiche più colte e legate ad una diversa tradizione. Finì nel deserto anche quel momento di successo.

Pannella con Craxi da universitari guidavano il parlamentino nazionale degli studenti. Ma fu molto ascoltato e condiviso da Giacomo Mancini segretario del Partito socialista. Ebbero in consegna da Mitterrand il simbolo della Rosa nel pugno. Una speranza mai diventata possibilità reale di cambiamento. Araba fenice ciclicamente riapparsa ma mai concretizzata in progetto politico di massa. Momento di battaglia culturale che ha innestato libertà in un Paese spesso in catene fisiche e morali.

Il leader radicale ha sempre avuto un rapporto difficile con i comunisti. Ebbe schiaffi a Bottega oscure dove aveva portato un fiore, i picchetti del partito usavano le maniere forti con i radicali in fila per ottenere il primo posto nella scheda elettorale. Quando era giovane leader degli universitari con un articolo costrinse Togliatti a rispondere ad una suo ragionamento sulla sinistra unita. S’incontrarono per caso. Si strinsero la mano per cortesia. Pannella dice: “Vede, onorevole, noi goliardi (Pannella era responsabile dell’Unione goliardi italiani) siamo un po’ illuministi”. Il Migliore, glaciale rispose,  “Non si preoccupi, è un peccato veniale”. Veltroni anni dopo inserirà radicali nelle liste del Pd, Bersani ha instaurato un rapporto leale con Pannella testimoniato anche in queste ore.

Pannella appartiene al mio percorso umano e politico. Avevo 14 anni quando guardavo con partecipazione al Partito Radicale. Ricordo una discussione con mio padre sul fatto che era indegno che si negasse accesso di tribuna a quel partito che chiedeva diritti e che era stato fondamentale nella campagna referendaria del divorzio che a casa mia era stata vissuta con trepidazione. Furono costretti a mettersi la cravatta entrando in Parlamento quei scapigliati della politica e insieme agli eletti del cartello dell’ultrasinistra saranno chiamati ad essere l’opposizione parlamentare di sinistra del nascente compromesso storico. Da allora a Montecitorio nulla fu come prima.

Pochi mesi dopo ho aderito consapevolmente alle ragioni del Movimento.  Il 12 maggio del 1977 la piazza è negata per l’anniversario del divorzio. Marco invita alla disobbedienza civile. Cossiga ha il suo piano criminale. Poliziotti travestiti da autonomi sparano. Si cercava la soluzione autoritaria. Ne rimane vittima una giovane femminista, Giorgiana Masi. Un punto nero della Repubblica, un punto chiave della vita di Pannella e dei radicali che cercarono vanamente di dare un difficile cappello politico ad un movimento che si divideva sull’uso della violenza.

Pannella difese il capitano Margherito, graduato della celere di Padova che denunciò pubblicamente i crimini manifesti di quel reparto. Al processo Pannella in aula dirà a futura memoria: “Il Secondo raggruppamento celere è una scuola di assassinio e questo non è un processo ma un’esecuzione pubblica, state calpestando la giustizia e rapinando la Costituzione”. Margherito sarà assolto dopo condanne preconfezionate. La giustizia giusta ha accompagnato Pannella nel suo percorso. Determinante nel caso Tortora accompagnandosi a Martelli; primo difensore pubblico dei diritti dei detenuti, sempre vigile contro le leggi speciali. Capace di tesserare i capimafia e di controllare le derive di uno Stato autoritario pronto ad usare la pena come strumento e non come fine.

Non poteva mancare la sua mole in quell’eclisse del Diritto che fu il 7 aprile del giudice Calogero ordito dal pcista Pecchioli. E’ subito in campo a smontare il teorema. Nasconde Piperno fuggiasco a casa sua. Candiderà Toni Negri al parlamento ottenendone la liberazione grazie all’immunità parlamentare. La visibilità della questione fu enorme e il consenso significativa. Ne nascerà un contrasto mai risolto. Il teorico dell’Autonomia scelse la libertà personale rifugiandosi in Francia, Pannella era per il ritorno in carcere in nome di una battaglia da continuare. Diverso il rapporto con Emilio Vesce che da quell’esperienza abbandonerà Autonomia per approdare al Partito radicale. Pannella si batterà anni dopo contro l’accanimento terapeutico cui fu sottoposto il docente di Scienze politiche contro il volere die familiari. Anche su quel versante Pannella è stato il leader di un movimento trasversale e opportuno. Il diritto a scegliere della propria morte e del proprio corpo. Da Welby ad Englaro.  Non poteva essere altrimenti da parte di chi ha messo più in gioco il proprio corpo nella politica italiana.

Pannella fu anche l’unico che si è battuto con determinazione per l’abolizione dell’Ordine dei giornalisti cui appartengo. Fummo sconfitti nel referendum per scarsa partecipazione e indifferenza italica in una questione che poteva creare modernità e maggiore democrazia. Ha firmato con spirito liberale da direttore fogli di ogni estrazione permettendone la pubblicazione. Ha ideato Radio Radicale permettendo sperimentazioni che segnano la storia mediatica del paese attraverso il microfono libero a tutti e le dirette che ancora oggi sono servizio pubblico spatronato. Antagonista del regime Rai dal bavaglio a tribuna politica alla fluenza verbale, ha segnato la comunicazione politica italiana.

Per sintesi non posso che solo citare alcuni numi talari del Pantheon di Pannella. Da Ernesto Rossi a Pannunzio senza escludere Elio Vittorini. Si riscopre un rapporto significativo con Pasolini che ha rimesso in attualità lo scritto di Marco a prefazione dello scomparso libro di Valcarenghi: “Underground a pugno chiuso”: Pannella ci ha donato Leonardo Sciascia politico in parlamento. Decisivo nello scardinare l’affaire Moro e il todo modo che ci opprimeva. Ha dato tanto e di molto ne potrò testimoniare a futura memoria per coloro che verranno.

La libertà sessuale e quella politica. Ecologista. Contraddittorio. Capace di chiedere soldi ad Agnelli senza ottenerli e abile nel prenderli da Berlusconi senza farsi usare infischiandosene di avere pochi radicali eletti. Politicamente ondivago, era approdato a temi impossibili come la fame nel mondo. Il partito ha cambiato simbolo e trincee molte volte mantenendo in piedi una vicenda dalle radici ottocentesche. Un gigante della politica esce di scena rimanendo nel libro della Storia.

Ha scritto Umberto Eco: “Ha insegnato a molti italiani non come si possa fare buon uso dei mezzi che eventualmente la libertà ci consente di usare, ma come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo”:

Disse Marco Pannella: “Amo troppo la vita per aver paura della morte”. Lo ha dimostrato con la sua vita pesante come le montagne del suo Abruzzo.

Che sia per voi buona la domenica che saluta l’ultimo viaggio del radicale Marco Pannella.

Buona domenica (con 10 anni di Gomorra)

Buona domenica amici cari

Martedì scorso la serie Gomorra2 ha trionfato negli ascolti sulla piattaforma Sky. Oltre un milione d’italiani sintonizzati per le nuove vicende di Gennaro e Ciro. L’ottanta per cento in più della prima serie comunque già venduta in tutto il mondo. Al dato va aggiunto che quella sera la fiction contemporanea di Raiuno dedicata alla mamma di Peppino Impastato ha totalizzato ben 7 milioni di spettatori. La sociologia televisiva potrebbe ben esercitarsi a comprendere come siano regolate le due tendenze. Semplice accesso al mezzo tra tv generalista e gusto settorializzato Sky? Oppure è tutta una fruizione generalizzata che ha nel filone criminale new epic italiano il prodotto di successo dell’intrattenimento tricolore? Domanda complessa per un paese che da anni vede organizzazioni criminali altamente specializzate a conquistare territori e mercati globalizzati intrallazzandosi con mala politica e colletti bianchi.

Roma, Napoli, la Sicilia sono terre votate a questa narrazione. La Calabria si è affacciato da poco. “Anime nere” e altre fiction si sono bene inserite nel filone con risultati di tipo diverso. La ‘ndrangheta comunque è ben presente in Gomorra2. Il secondo episodio ingloba le vicende di San Luca e Duisburg in Germania dei più potenti narcotrafficanti al mondo. Ancora lontane invece finzioni filmiche e televisive espunte dagli ‘ndranghetisti con le scarpe pulite. La cronaca di questa settimana, con la solita distrazione nazionale generale, a Messina e Reggio Calabria ha registrato operazioni giudiziarie che hanno portato in carcere personaggi che contano e che hanno sempre contato negli affari puliti e sporchi in riva allo Stretto. Reggio Calabria avrebbe materiale narrativo filmico molto innovativo. Ma sceneggiatori e produzioni non sono reattivi. Pochi i precedenti. Dal bel libro inchiesta “La città dolente” di Aldo Varano sulla Tangentopoli reggina degli anni Novanta fu tratta la commedia pochade “I fetentoni”: La Calabria ’ndndranghetista è una sorta di terra di mezzo nella narrazione criminale italiana.

La serie televisiva “Gomorra”  da un punto di vista produttivo è molto innovativa per il mercato Italiano. Realizzata da Cattleya e Fandango ha preso come modello gli esempi di maggior successo del mercato americano. Doppia troupe, tre registi che si alternano nei diversi episodi, location internazionali che spaziano nel mondo. Scenografie curate nei dettagli.Utilizzo delle musiche ben congegnato. Copioni e sceneggiature ben scritte cui collabora con supervisione lo stesso Roberto Saviano. Il marchio e la qualità ne hanno fatto un prodotto di successo del nostro mercato audiovisivo.

L’ambientazione napoletana perfetta nel suo realismo ha ricadute controverse nel territorio di riferimento dove Savastano e avversari si affrontano in clima di tragedia. Prima fu la rivolta di Scampia che non voleva più legare le sue gesta camorristiche alla narrazione gomorrista. Si aggiunse anche qualche inevitabile coinvolgimento criminale di chi aveva dato in fitto beni e forse anche qualche faccia.

Più intensa l’ultima grana. I ragazzi napoletani sono infatuati da personaggi come Ciro l’immortale e Gennaro. “Sta senza penzieri” è interlocuzione gergale molto più diffusa del passato. Ci si veste come gregari e capi dello sceneggiato. Nei barbieri di Napoli, ma anche dell’agro nocerino-sarnese e del casertano, la cresta alla Genny furoreggia.

Certo quella realtà è innestata nel vivere di Napoli e della Campania. La psicologa Francesca Ferraro che si occupa di ragazze e famiglie in contesti a rischio ha illustrato una tesi interessante a “Inchiostro”, periodico scritto da discepoli di una scuola di giornalismo campana. I baby boss delle piazze non nascono dalla visione di uno sceneggiato. Sono invece i figli della borghesia del Vomero che vestendosi e parlando come gli eroi della serie maturano un comportamento delinquenziale che ne fa dei protagonisti di un bullismo pericoloso. Si rende quindi necessaria accompagnare la furiosità della serie con pedagogia scolastica, educazione civica e storia delle mafie per evitare che Ciruzzo sia l’epigono criminale del Pelide Achille.

La questione si era già registrata al tempo della fiction “Il capo dei capi”,con giovani palermitani affascinati dalla criminalità ineffabile di Totò Riina. Anche Berlusconi imbastì una polemica contro Piovra  e similari che avevano dato una pessima immagine all’Italia. Il cinema civile degli anni Settanta non ha avuto di questi problemi quando raccontava il male mafioso. Rosi neanche.

Roberto Saviano non mi pare abbia commentato. Nella nuova introduzione al suo celebre libro pubblicato negli Oscar Mondadori per il decennale ha affrontato molti temi e argomenti che si sono riversati sulla sua vita nella quale dieci anni hanno pesato come cento.

Tra i passi segnanti dalla scrittura intensa dello scrittore: “Io e Gomorra non ci siamo mai separati. E mi accorgo di detestarlo come un padre odia il figlio che gli somiglia troppo. Odio di lui tutte le caratteristiche che scorgo di me. È tortuoso, è reale, è narrativo, è teatrale, convulso, lirico. Non ha paura ed è poco avveduto. È incosciente. È un flusso di coscienza ed è cronaca. È spavaldo pur avendo una paura fottuta di tutto. È figlio, Gomorra, come lo sono io. Un figlio odiato perché odioso. Ma che spera silenziosamente d’essere amato. È infelice, Gomorra, come lo sono io. Infelice perché è ancora ragazzo nel corpo di un adulto. Perché è diventato uomo troppo in fretta, sbagliando epoca e generazione”.

Andrea Di Consoli aveva conosciuto la prosa possente di Saviano ben prima del successo planetario di Gomorra, e da buon esperto di letteratura qual è aveva capito che il giovane casertano aveva gran talento. Poi litigarono come capita agl’intellettuali. A dieci anni di Gomorra Di Consoli ha scritto sull’Unità: “Gli intellettuali italiani dovrebbero approfittare di questo decennale per riaprire i conti con Saviano, per analizzare laicamente e senza umori la sua forza narrativa e la sua credibilità morale e letteraria, magari provando a revisionare il fraseggio un po’ stereotipato che circola sul suo conto del tipo «ha copiato», «ha detto cose che tutti sapevano», «è abbagliato dal successo», «non è un romanziere vero», ecc. Io invece penso che Saviano sia uno dei principali esponenti mondiali di quel genere spurio, ibrido, misto, tra giornalismo, inchiesta, non-fiction, new journalism, che annovera scrittori di prim’ordine quali Martín Caparrós, Williamo Langewiesche, Sergio González Rodríguez, William Tanner Vollmann, Anna Politkovskaja, Ryszard Kapuściński e David Van Reybroouck”.

Saviano ha molto apprezzato lo scritto di Andrea e sulla sua seguitissima pagina Facebook ha chiosato: «Voglio ringraziare – ci tengo tantissimo – Andrea Di Consoli per il suo articolo sui 10 anni di Gomorra. Una riflessione che mi ha commosso. Mi ha fatto molto piacere leggerlo. Ma soprattutto gli sono grato per queste parole: “Saviano ha dimostrato – con i suoi scritti, con la sua coerenza, col suo rigore documentale, con la sua credibilità mondiale – che si può fare giornalismo con la letteratura, che si può fare letteratura con il giornalismo e che si può combattere il male senza semplificarlo, ovvero senza diventare «professionisti dell’antimafia”. Se davvero ho fatto questo, allora tutto ha avuto un senso».

Continuando a cercare senso e contesto in quello che leggiamo, vediamo. Vi auguro una buona domenica.

Buona domenica (dall’Europanistan)

Buona domenica amici cari

Ieri alla frontiera del Brennero un pugno di antagonisti italiani hanno messo in gioco i loro corpi per dire no ai muri che si vogliono innalzare contro i migranti che fuggono dalla guerra in Siria e dalla fame dall’Africa. Hanno tentato di bloccare ferrovia e autostrada. Cinque sono in carcere, nove i fermati, 18 i poliziotti feriti, hanno preso e dato mazzate per difendere l’antico diritto di Enea a cercare un libero approdo, una fuga, un esodo.

Nella Lampedusa di “Fuocoammare”, sempre ieri, i migranti da mesi ristretti nell’isola italiana, sono scesi in piazza per esprimere la loro rabbia di detenuti. Profughi ingabbiati. Molti di loro da giorni, nel silenzio più totale, attuano lo sciopero della sete e della fame contro il sistema europeo dei controlli che fa acqua da tutte le parti. Nelle ultime 24 ore sono sbarcati oltre 400 profughi. Una fiumana umana che non si ferma.

Reticoli e mura di poliziotti sbarrano il passo ai profughi in Bulgaria, Macedonia, Ungheria, Slovenia. Anche Norvegia, Svezia, Danimarca alzano muri. Nipoti di Hitler ieri hanno manifestato a Berlino, cortei di antagonisti e antirazzisti hanno fatto sentire il loro No. La foto di una donna a pugno chiuso scatta in Scandinavia è entrata nelle immagini da ricordare. Stasera Report della Gabbanelli, proverà a far ragionare ,che per noi a Sud dell’Europa una grande tragedia può  trasformarsi in impresa sociale. Prendere appunti in Calabria e Basilicata per ripopolare le aree interne. Siamo figli di Annibale. Non dimentichiamolo.

Assediati da questi fatti, abbiamo appreso, con sorpresa,, che a Londra, il voto municipale ha scelto come sindaco un pakistano musulmano.

La vittoria di Sadiq Khan è la bella risposta di una grande capitale multietnica, non piegata dall’odio religioso e culturale e dal consenso fondato sulla paura. Londra è una capitale dove il rock multietnico ha creato stilemi di convivenza civile relegando poche sacche di controcultura all’estrema destra. Ci convivono su 8 milioni di abitanti, 3 milioni di stranieri (130 mila sono italiani), si parlano circa 300 lingue ma quasi tutti sanno l’inglese. In 180 moschee e 130 sinagoghe ognuno prega il suo Dio.

Sadiq, invece con intelligenza politica ha giurato da sindaco in una cattedrale cattolica. Ha vinto con una valanga di voti in un momento non molto felice per i laburisti. Il suo oppositore, durante la campagna elettorale ha fatto il Salvini associando Khan ai terroristi. Ne ha guadagnato una batosta storica. Londra è libera ma anche pragmatica. Quando l’industria culturale decreta successo ad un grande scrittore inglese di origini pakistane come Hanif Kureisci prepari l’humus per una buona integrazione.

Londra mai piegata dagli attentati della metro, senza foto dell’orrore. L’impero diventato Commonwealth. I giamaicani che giunsero negli anni Cinquanta risposero al razzismo con lo Ska, musica di bianchi e neri. Poi venne il carnevale giamaicano. I ragazzi gay di tutta Europa qui si rifugiarono per vivere liberi.  Uomini in bombetta e ragazzi con il chiodo in una città dove la protesta diventa stile culturale. Nella metropoli dove è nata la minigonna. Per l’esattezza in una periferia e la celebre Mary era la figlia di due professori.

Anche Sadiq è cresciuto in periferia. Figlio di un autista di bus. Laurea in legge sui diritti civili. Deputato eletto nel suo quartiere. Ministro ombra della Giustizia. Ha ricevuto una fatwa da imam estremisti e minacce di morte per aver votato leggi a favore dei gay. Dopo gli attentati a Londra sfido’ Blair sulle leggi speciali. Si preoccupa delle questioni femminili islamiche.

Mi sono chiesto perché a Roma non si può  eleggere un sindaco democratico, musulmano, figlio di un proletario nato alla Tiburtina? Troppe le ipotesi di risposta.

Londra con il sindaco musulmano non è una prima volta in Europa. Ci sono precedenti. Sajid Javid, attuale ministro dello Sviluppo economico britannico, è anche lui figlio di immigrati pachistani. In Francia Najat Vallaud-Belkacem, nata in Marocco, è ministro dell’Educazione nel governo di Manuel Valls. Nei Paesi Bassi, Ahmed Aboutaleb, nato anche lui in Marocco, è dal 2009 sindaco di Rotterdam. La questione non piace per nulla a chi dice che a Rabat non c’è un sindaco europeo.

Un computer a Malta calcola le quote dei profughi per ogni paese. A Palmira un’orchestra suona  musica  tra le rovine archeologiche, quasi fosse un film di Sergio Leone. Papa Bergoglio ha ammonito i leader dell’Ue dicendo: “L’Europa è una nonna stanca, invecchiata, non più fertile”. Confidiamo negli anticorpi londinesi.

Una buona domenica e una buona festa a tutte le mamme

Pino Faraca (1959-2016) Ciclista e pittore

Faraca. Pino Faraca. Musacco per parte di madre, mi par di ricordare. Quartiere Giostra vecchia nella città vecchia di Cosenza. Era nato a cresciuto da quelle parti il miglior ciclista di Calabria del secolo breve. In una famiglia di ciclisti con i piedi attaccati ai pedali e il culo sul sellino.

Scalatore e passista di gran talento quel ragazzo per bene e pulito che sfrecciava a razzo sulla discesa scoscesa delle grotte di San Francesco, schizzava per l’omonima piazzetta per poi andare incontro al cielo aperto salendo per la Motta.

Proletariato urbano i Faraca. Gente tosta. Famiglia seria. Cuore, temperamento e uniti come da un cemento

Pino e i suoi sette fratelli. Cinque maschi tutti cicliste e due sorelle a sostenerli.  Papà Francesco, trasportatore di mestiere, giovanotto dei tempi di Coppi, corridore dilettante in una terra dove la bicicletta non è un mezzo di massa.

Pino, ieri , in una sera di maggio, il mese del Giro d’Italia, ha perso la corsa con la vita. Un tumore alla testa affrontato con coraggio e determinazione ha spento un campione dotato di bella e umana sensibilità. Parlava bene l’italiano Pino. Non era la macchietta da corridore del varietà che dice sempre le stesse frasi. Ha sempre ispirato belle pagine di giornalismo sportivo con i cronisti di buona penna. Era anche un pittore di buon talento Pino. E nel dolore di questa dipartita, chiedo ispirazione al talento del Mura, massimo aedo delle due ruote su strada, per onorare l’illustre mio concittadino che ho avuto il piacere d’incontrare sin da bambino vivendo nel suo stesso quartiere.

Anni di colazione a pane e zucchero e sassate di monelli. Ma i 5 ragazzi Faraca sempre sulla bicicletta. Con quel papà e il suo amico Le Donne a tenere alto il blasone della “Fausto Coppi”. Un papà sostenitore e allenatore di figlioli allevati a pane e cerchioni. Ricordi e pedale. Papà Francesco amico di Moser.

Pino ha la buona lena. Passista e scalatore. Dilettante di talento. Sacrifici ed emigrazione. Un calabrese non ha il Vigorelli sotto casa. Di vittoria in vittoria. Oltre cento sotto i traguardi di mezz’Italia. Sulla Bologna-Raticosa, salita spezzaschiena, lasciò il segno del record per anni. Su quei tornanti hanno dimostrato  valore corridori come Bartali e Baronchelli.Tra gli addetti ai lavori tutti concordi: Pino Faraca è ciclista di rango. Il ragazzo di Calabria che corre e incorpora paesaggi e colori. Cuore d’artista il ragazzo. “Pittore ti voglio parlare” nei ricordi di scuola. Tempere e biciclette. Muscoli e pensiero. Un futurismo démodé plasma l’appassionato di Picasso..

Nel 1981 guardando il Giro  a Cosenza e la Calabria trovammo un campione. Che gran soddisfazione Pino Faraca. Pinuzzu nuastru ara televisione. Maglia bianca. Il miglior giovane della corsa. Che Giro quello di Pino. Con Saronni in Rosa e lui da gregario scalatore a diventare campione. Da Recanati al Terminillo sono corse da canzone alla Paolo Conte. All’Arena di Verona, noi cosentini cantiamo l’Aida per Pino maglia bianca. Insieme ad Argentin sono le rivelazioni della corsa. Pino già si vede al Tour de France.

Cosenza sogna. Papà Francesco è felice come un bambino. Faraca è forte. Fa-ra-ca da San Vito allo Spirito Santo. Per i mondiali di ciclismo, il commissario nazionale Martini pensa seriamente di portare Faraca a Praga.

Ma gli dei sono invidiosi del successo e delle gioie degli uomini. Per un calabrese magari l’invidia del supremo diventa addirittura Fato beffardo.

Al giro dell’Abruzzo, al rifornimento del Gavi, una caduta terribile e rovinosa. Una settimana di coma. Quando si sveglia Pino riconosce mamma Faraca giunta a quel capezzale da Cosenza.

Niente nazionale ma salva la vita. Non ne parlava volentieri di quell’agguato del destino. Tornerà in sella. Ma la maglia bianca  diventa nera. Il momento magico è finito. A Pino è negato essere ancora campione.

Troveremo un artista e un venditore di biciclette. Bella persona. Valido pittore. Da giornalista quando andai a vedere una sua esposizione al Rendano rimasi impressionato. Una tela sulla violenza negli stadi è da quel giorno nella mia testa per composizione e colore. Ho sempre desiderato averla su una parete di casa mia. Il futurismo dei suoi ciclisti possente.

Un gran cosentino Pino Faraca. Nel quartiere popolare della Giostra vecchia, antica strada di nobili e servi, abbiamo allevato un grande atleta con la sensibilità dell’artista.

Non mi sembra casuale che il suo atelier di pittore l’avesse aperto al centro storico. Compravano i suoi quadri Adriano De Zan e intenditori di arte.

Perse l’amato padre-allenatore per un tumore. Con i fratelli si dedicò con passione al memoriale ricordo. Padre e marito, le Parche hanno reciso il filo della vita di Pino Faraca troppo presto. Raccontava spesso della prima bicicletta rubata alla Giostra vecchia. Vorrei l’abbia trovata in paradiso con la tavolozza dei suoi colori  E per salutarti, mio concittadino illustre, rubo le parole del poeta che dicono “delle squarciate nuvole, si svolge il sol cadente,e dietro il monte, imporpora il trepido occidente”.

Alle tue vittorie, ai tuoi sogni, ai tuoi quadri. A te, Pino Faraca ciclista e pittore. Ti sia lieve la terra di Colle Mussano.

Buon Primo maggio (con il Crotone in serie A)

Buona domenica, buon Primo maggio amici cari

E’ il giorno dei lavoratori. La festa di chi prese in mano il proprio destino nel secolo scorso. Nell’insolito freddo di stagione la moviola dei pensieri avvolge il Blob memoriale che accompagna il mio vissuto.

La cronaca della prima volta ad Itaca della Festa con Pietro Mancini che parla agli operai della Massa e agli artigiani e poi il pranzo all’aperto a Pianete di Rovito per quella piccola moltitudine che in quel giorno di maggio aveva disertato l’impiego per valorizzare la propria ragione. Mio padre il primo maggio mi portava al cimitero per deporre dei garofani rossi sulle tombe di Pietro Mancini, suo professore di filosofia e primo deputato socialista di Calabria e Basilicata, e di Paolo Cappello muratore ucciso dai fascisti. Le immagini di Portella della Ginestra tratte da “Salvatore Giuliano” di Francesco Rosi sempre adoperate per documentare la prima strage di Stato, la prima di un lungo rosario di eccidi rimasti impuniti.

Il Primo maggio del 1977 al quartiere San Vito di Cos Angeles. Un prete di base, i compagni del Movimento, la sveglia al quartiere con le tute bianche, gli attori di strada, i girotondi delle femministe. Festa vera, la giovinezza che si anima di passioni. Assalteremo il cielo si diceva. Era mite e solare quella primavera.

Ricordi che hanno spesso riempito le pagine dei giornali che ho costruito. E al giornale, un Primo maggio, giorno di fermo delle rotative, andammo tutti insieme, giornalisti, poligrafici, fattorini con le famiglie e i figli tutti piccoli, a far festa collettiva sui prati della Sila. Una comunità oggi dispersa nei ricordi. Con i figli diventati adolescenti. E i giornali diminuiti nell’azione, azzoppati dalla mutazione digitale e dallo scarso coraggio dei padrini e padroni dei mezzi di comunicazione.

C’era anche Antonio, compagno stimato del quartiere di San Vito, a far festa il Primo maggio del 1977. Me ne ricordai, quando da contabile fidato del padrone, diede suggerimenti accorti per mettere in Cassa integrazione la redazione e licenziare chi dava ingombro. Non ebbe coraggio a darmi una spiegazione. Ho provato per lui pena, per me malinconia e un senso di schifo generale. Così oggi va il mondo.

Oggi a Roma sui tavoli del desco ci saranno le fave e il pecorino, nei centri sociali capitolini si rinnoverà la festa del non lavoro con musica combattente. I concerti militanti nazionali sono diventati due. Quello, ormai spompato dei sindacati a San Giovanni, e quello antagonista ecologista a Taranto sempre più partecipato.

Leggo le tabelle del sondaggio Demos sul lavoro (http://www.repubblica.it/economia/2016/05/01/news/lavoro_e_ripresa_il_70_non_ci_crede_e_senza_posto_fisso_il_futuro_e_un_rebus-138824537/?ref=HREA-1) commentate da Ilvo Diamanti. Aumenta il precariato, si spera nel posto fisso che non c’è, tutti sperano in un altrove indicando ai giovani le vie della nuova emigrazione. Il job act ha convinto pochi . Il Primo maggio, a quanto pare, resta un valore.

Sono tornate ad aumentare le morti sul lavoro nel 2015. Nel primo trimestre sono diminuite. Osservo che dietro i numeri ci sono persone e che il programma minimo dovrebbe essere zero. Già la morte è insopportabile. Quella a causa del lavoro per mancanza di sicurezza inconcepibile.

Il premier Renzi è in giro per il Sud a firmare patti con i territori. Pur se mosso dalla tattica, la questione non va banalizzata. Sono impegni di spesa e di politiche necessarie. Gli scoraggiatori militanti non mi sembrano aver molte ragioni. Sul fronte dei beni culturali mi sembra ci sia un buon fervore. Cultura e turismo sono asset decisivi per il Meridione e l’Italia.

Ha finalmente aperto il Museo dei Bronzi a Reggio Calabria. Due lustri di attesa e gli affari dell ’ndrine hanno rallentato i pubblici lavori. Molti meriti dell’apertura vanno invece al nuovo direttore della struttura, il quarantenne catanzarese , Carmelo Malacrino, scelto con i buoni nuovi criteri promossi dal ministro Franceschini.

Renzi in Calabria non poteva bucare la metafora calcistica del Crotone promosso in A. Una bella favola che ha emozionato molti sportivi, me compreso, per la simpatia che le piccole squadre suscitano (vedi Leicester in Inghilterra). La memoria di Rino Gaetano ha incrociato la storica impresa in quel di Modena, luogo di emigrazione crotonese radicata, comprese poche mele marce che recentemente hanno influito sullo scioglimento del consiglio comunale del paese di Peppone e don Camillo. Prima volta in Emilia Romagna.

Sul blasone della serie A a Crotone pesa un pressing della Dda calabrese che a febbraio ha cercato di sequestrare i soldi dei Vrenna, i due fratelli patron della squadra di calcio. Il tribunale si è opposto dichiarando vittime di ’ndrina coloro che la Dda  ritieni “collusi”. Si deciderà in un prossimo giudizio d’Appello. Ieri, il sito olandese del “Voetbal international” ha comunque titolato “‘Maffia-club’ Crotone stelt debuut in Serie A veilig” .

I Vrenna, comunque, hanno dimostrato di saper gestire un vincente modello calcistico. Io, invece, getto alle ortiche il paradigma economico che ho sempre associato ai successi pallonari. Buoni indicatori generano titoli. Crotone ha tabelle negative da collasso, in autunno dovrebbe chiudere l’unico aeroporto. Evidentemente il calcio è un’economia parallela avulsa dal resto.

Buon Primo maggio amici e compagni (con decenza parlando). Vi lascio con le parole del poeta

Per chi conosce solo il tuo colore,

bandiera rossa,

tu devi realmente esistere, perché lui

esista:

chi era coperto di croste è coperto di

piaghe,

il bracciante diventa mendicante,

il napoletano calabrese, il calabrese

africano,

l’analfabeta una bufala o un cane.

Chi conosceva appena il tuo colore,

bandiera rossa,

sta per non conoscerti più, neanche coi

sensi:

tu che già vanti tante glorie borghesi e

operaie,

ridiventa straccio, e il più povero ti

sventoli.

Buona domenica (da Teheran)

Buona domenica amici
da una metropoli dove la festa è il venerdì.
Buona domenica da Teheran, città dove mi trovo da 24 ore, da dove vi scrivo a due ore e mezzo di fuso orario e a molti chilometri di distanza.

Vi racconto di una luna piena e rossa vista dalla torre piu’ alta di un agglomerato di dodici milioni di persone e un traffico tentacolare che mai smette di fluire sulle arterie della capitale dell’Iran
Teheran è odor di zenzero, di essenze raffinate, di fiori adagiati sui tavoli e nei giardini, di alberi magniloquenti. Una città di giovani,colta e gentile con lo straniero rispettato come ospite benvenuto.
La fine del l’embargo ha creato una sorta di attesa dl nuovo che avanza prepotente nella città e nello stato controllato da mille occhi invisibili e che afferiscono alle diverse e complesse forze che gestiscono il potere.

Teheran che ha premiato alle ultime elezioni i moderati e riformisti a far da contrappeso al voto oltranzista dell’Iran del Sud e dell’est. È la politica la trovo ben rappresentata nel nel bel film di Reza Mirkami “Daughter” che ho visto in questo mio esordio al Fajr international film festival.
La storia di una ragazza del Sud, figlia del capo di una raffineria di petrolio, che va a trovare delle amiche a Teheran di nascosto e che a causa di un volo cancellato apre un conflitto generazionale di non poco conto coinvolgendo una zia andata via dal borgo natio anni prima.

Due modi di intendere la vita e il contemporaneo. Due punti di vista esistenziali contrapposti.
Cinema possente come spesso capita da queste parti. La censura ha sviluppato nel tempo ellissi ed estetiche che hanno stimolato una scuola creativa di degno rispetto e che spesso trionfa nei festival e nei circuiti d’essai.

Al mercato del festival nello stand della Lucana film Commission sono rare le pause. Tocchi con mano la voglia di contaminarsi del cinema iraniano. Si cercano denari per post produrre, scuole di cinema propongono collaborazioni, festival specializzati sono orientati sulla verità occultata da qualcuno. I giornalisti nelle interviste di siti e riviste fanno domande pertinenti. Scrutano e chiedono che si pensa di loro nella vecchia Europa. Come nella Cina comunista si guarda all’economia per cambiare lo stato delle cose.

E le donne sono il motore attivo di questa vigilia di trasformazioni. Impegnate in tutti i lavori, colte e preparate, si distinguono per come si coprono. Il chador domina nei quartieri popolari. Segno di vicinanza alla religione ma anche ai guardiani della rivoluzione. Le donne della borghesia e quelle emencipate hanno foulard colorati abbinati a look di tendenza. Possono far mise su pantaloni griffati con i buchi senza toppe e i tacchi a spillo. Tutto sembra aspettare il cambiamento. Qui dove le carte di credito occidentali non hanno spese, dove i nostri gestori non ti permettono di telefonare, dove i social hanno difficoltà ad uscire dai confini. Ma anche qui è un trillare di suonerie, di teste chine su uno schermo. In uno spot pubblicità’ progresso tutti coloro che per strada assistono ad una rissa immortalano la scena con gli smartphone.

I figli dei ricchi hanno scelto il mondo. Sono architetti d’interni a Los Angeles, organizzatori di eventi a Budapest, commercianti a Roma. Ma non recidono le radici. Pendolari da Teheran con gli aerei globalizzati vanno e vengono, come i loro coetanei del nostro Meridione, spesso invitando i loro amici intellettuali o uomini d’affari.

Teheran moderna e contraddittoria da un quartiere all’altro. Lo comprendo dei fatti che mi racconta un tassista per necessità, ha formazione ingegneristica, e non trovando occupazione trasporta passeggeri. La moglie e’ una regista di successo chiamata a far vedere le sue opere nei festival internazionali.
A Teheran e’ contraddittorio anche il clima. Ventilata dalla brezza nei quartieri alti che guardano le montagne ancora innevate, tiepida nella primavera in quelli che degradano a valle. Avveniristica in edifici costruiti con un’ architettura illuminata da luci di grandissima bellezza e con ardimentose planimetrie che rendono banali le opere di Calatrava.

La cultura proibita che ci ha fatto amare chi leggeva Lolita e i fumetti di Persepolis, le band punk rock messe all’indice, si prepara a nuovi sussulti. Si sente nell’aria dei raffinati caffè e ristoranti del centro dove la nuova high society sfoggia impeccabile tendenza nella moda e nello stile di vita. La musica contamina jazz e tradizione, melo’ e canzone d’autore in colonne sonore di significativo valore. L’ascolti nelle radio dei tassisti, negli ascensori degli alberghi, ai tavoli nel bar.

E anche il cibo t’incanta il gusto. Quello di tradizione con i gusti forti e il riso in mille salse. La frutta biologica non scoperta adesso in questo paese di pistacchi e piccole mele verdi. Si rielabora la tradizione con elevata maestria in ristoranti alla moda alieni da globalizzazione. Il melograno nel sugo, suadenti pasticci di melanzane, carni dorate guarnite con grazia, pasticceria indigena, pizze di riso . Servizio impeccabile. C’è più glamour a Teheran che a Roma in questo momento ad osservare arredi e commensali provenienti da tutto il mondo. Qui dove gli alcolici sono banditi, trovi ebbrezza nelle bevande che uniscono agrumi ed essenze naturali, The alla menta con le foglie fresche, cappuccini freddati con palline di gelato.

Forse presto, tutto questo, sarà globalizzato nei quartieri delle nostre case. Penso questo sul finire della sera fumando una sigaretta nella hall dell’hotel. Abitudine scomparsa nelle residenze quasi sempre uguali dove ho albergato nel mondo che ho visitato. Teheran aspetta mutazioni su un’ecatombe di Storia. Sperando che sia una primavera degna di questo nome. Penso anche questo alla vigilia di un 25 aprile vissuto quest’anno lontano,ma con la ricorrenza nel cuore.
Una buona domenica cari amici lettori.

Buona domenica (con Giacomo Mancini 1916-2016)

Buona domenica amici cari.

Dedico il mio dialogo con la Rete nel dì di festa al centenario della nascita di Giacomo Mancini. La mattina del 21 aprile, ad Itaca, la famiglia celebra e ricorda lo statista meridionale. come ben qui informa il figlio Pietro Mancini https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10206754331721814&set=a.10200280445438703.1073741824.1380503526&type=3&theater

Ringrazio per aver ricevuto l’onore di poter partecipe all’illustre consesso, il mio contributo sarà circoscritto al rapporto tra Mancini e la sua Cosenza.  Mi permetto, ora in forma scritta, di tratteggiare il medaglione di un meridionalista che lascia robusti e significativi segni nella storia del Novecento.

Contribuisco a concentrare fatti e analisi che si trovano nei libri di Orazio Barresi, Antonio Landolfi (il biografo ufficiale e fedele luogotenente) e nell’intervista a Matteo Cosenza, capoversi di una corposa bibliografia che si confronta con il caso Mancini.

Io vi aggiungo molta vita vissuta. Importanti momenti passati al fianco di questo “avvocato del Sud” che ho avuto la buona sorte di avere come direttore politico nella combattiva televisione privata bruzia Telecosenza, da molti ribattezzata “Telekabul”.

Nell’addizione trovate anche memorie di famiglia e amicizia sorte dal 1916 e anche prima. A Cosenza i Leporace e i Mancini si sono sempre frequentati. Sembravano dei parenti ma non lo erano. Comunanze di ben vivere e di idee molto forti. Tullio era stato allievo di Don Pietro. E Giacomo compagno di Mauro con cui aveva condiviso l’adolescenza e l’eta quasi adulta. Nel ’43 nella Roma dei nazisti, Mauro aveva proposto di andare tra gli azionisti di Parri e Giacomo si era ben adeguato. Incontrati alcuni compagni del padre si deviò tra i clandestini del Psi. Un giovane Vassalli era nella stessa cellula. Per un caso della vita il socialismo trovò un leader.

A 29 anni, l’avvocato Mancini, con  studi  fatti a Torino, la città che ne ha forgiato  alcune mentalità sabaudo-gramsciane, sceglie di dedicarsi alla politica. Sceglie la politica come il padre Pietro. “Pitruzzu da pinna russa” c così i muratori del rione Massa avevano ribattezzato quel libero pensatore  del padre che aveva fondato il socialismo tra Basilicata e Calabria.Tradizione illustre.  Complesso stabilire tra due grandezze (padre e figlio) chi prevalga. Hanno entrambi segnato la storia patria .

Il giovane Giacomo fa carriera nel partito portando idee e molto impegno. La politica dell’Autonomia socialista lo mette in stretto contatto con il segretario nazionale, Pietro Nenni. A quel tempo i partiti selezionavano per merito e qualità la classe dirigente. Mancini diventa un perno significativo del centrosinistra italiano.

Mancini è il ministro della Sanità che sconfigge la mafia bianca in camice imponendo il vaccino Sebin e salvando numerosi giovani dalla poliomelite. Da ministro dei Lavori pubblici si dedica al Sud e alla sua Calabria. Un Italia in forte debito nelle scelte strategiche delle opere pubbliche provvede, suo tramite, a far realizzare in pochi anni la Salerno- Reggio Calabria, Si spezza l’isolamento di città e paesi che impiegavano una giornata per arrivare a Napoli. Poi ci sono la Legge ponte e la battaglia contro il sacco della Valle dei Templi a far di Mancini un gigante del progressismo socialista,

Segretario nazionale del Psi ne ha valorizzato cambiamenti e modernità legate ai tempi che cambiavano. Propone un intenso dialogo con i radicali e i movimenti nati dall’urto del Sessantotto. Ebbe scontri duri con Craxi ma non mancarono le intese. Forse le due ipertrofiche personalità non permisero le coincidenze.

Impiccato in effige durante la rivolta di Reggio Calabria.

Mancini conosceva e sapeva dei tanti in buona fede che avevano aderito al tumulto ma osservava che era stata possibile quella guerra civile anche grazie alla presenza dei Di Stefano e di molte ‘ndrine.

Subì la macchina del fango ordita da poteri forti cui sempre diede nomi e cognomi pubblicamente. I denari lobbisti al Candido fascista orchestrarono una campagna diffamatoria senza precedenti.

Il giustizialismo su commissione della seconda repubblica lo ha processato e condannato come contiguo ai mafiosi. Da una parte, i padri della patria da Cossiga e Macaluso a difendere la reputazione e la Storia. Dall’altra i peggiori manigoldi raccolti nelle carceri a raccontare fandonie, sentito dire e rivelazioni da persone  morte. Giustizia sarà fatta in Appello, ma quanta sofferenza per chi scelse di difendersi nel processo.

Fu a favore  dei diritti e del Diritto contro la magistratura e la politica che perseguita  le idee  di eretiche aggregazioni dell’estrema sinistra. Alzò la voce in Parlamento contro la legge Reale e quando i carabinieri fucilarono alle spalle dei sequestratori di San Luca. Non chinò il capo davanti alle greche dei militari e agli ermellini del potere giudiziario. Difese la libertà

Fu eletto per dieci legislature, sempre e solo con voti calabresi. Un rapporto osmotico con la sua terra. . “Mancini ha fatto” è la sentenza di tanta gente.

Fu sindaco della città in età adulta dopo aver fatto il ministro. Mancini ha saputo governare e far politica. Errori non mancarono come la scelta dell’industrialismo, ma erano legati alla cultura dell’epoca.

Fu innovatore nell’uso dei media, della comunicazione politica aprendo le prime stagioni della politica spettacolo. Sue le prime campagne elettorali con il cinema e cantanti di successo a chiudere i comizi. Ha sempre avuto buona ascolto e benemerenze dalla stampa che conta. Salvò Scalfari dalla condanna per diffamazione e Biagi lo chiamava in televisione. Mancini ha fatto molta opinione.

Fu un avvocato del Sud. Ministro del mezzogiorno. Meridionalista convinto fautore del lavoro culturale. Fonda il Premio Sila, riesce a far aprire un giornale regionale in Calabria realizzato da bravi giornalisti, apre la Feltrinelli a Cosenza, finanzia la casa editrice Lerici. Contribuì a far nascere insieme ad altri l’Unical.

Giacomo Mancini non è solo un fu. Egli è nel ricordo che ha impresso nella Memoria. Ha lasciato qualche debito ai familiari e nessuna ricchezza in contanti. Mi sembra giusto ricordarlo a quelli che scrissero sui muri: “Mancini ladro”.

Al maltempo della Sinistra, e del meridionalismo quel pensiero va tenuto vivo. Senza la retorica del tempo perduto. Ma ispirandosi al suo agire.  Giacomo Mancini è stato un socialista che ha cambiato lo stato di molte cose. Non mancarono i difetti e le tare. Ma il saldo è a suo favore. I cent’anni di Mancini  sono pieni di fervore e azione. Una fortuna averlo avuto. Raccontarne la Memoria  tornerà utile a quelli che verranno.

una buona domenica

Buona domenica (con nuove questioni meridionali)

Buona domenica amici cari.

A  guardare le note vicende giudiziarie del petrolio lucano osservo che i miti di riferimento attuali sono le sguattere del Guatemala e i faccendieri meridionali (Gemelli è siciliano) da Terza repubblica. Tra i burocrati fanno specie, quelli che per comprare Bmw e cene romane altolocate, banchettano sul bene comune. Le lentezze e le baruffe del territorio hanno consegnato scelte  al centralismo del governo mortificando l’autonomia locale. Mentre le intercettazioni tornano a far dibattito tra incoronati inquisitori di Mani pulite e governanti, preme conoscere le questioni della salute. Non si dovevano confondere i due tronconi d’inchiesta nelle stesso tempo mediatico. In questo modo la sarabanda  populista ha creato non poca confusione in un’epoca in cui si urla invece di discutere  e dove si spia velocemente invece di leggere e capire.

A chi è nota la bibliografia, sa bene che il Meridione divenne questione per mano dei meridionali, come ha ben spiegato una storica polacca con residenza ad Arcavacata di Rende. Ne abbiamo visto attuale coincidenza con l’incredibile intemerata del giornalista e scrittore siciliano Marcello Sorgi nel bazar finto pop di Ballaro’ che prende nome da un mercato di Palermo. Una Basilicata descritta ancora come quella di don Carlo Levi. Per fortuna sui social la barriera identitaria lucana ha fatto la sua parte (fatto salvo  qualche mercante di parola che cerca utile al peggiorismo di bandiera).

Ha chiuso la vicenda con ottima determinazione il governatore Marcello Pittella che incontrando l’omonimo antagonista nel talk Agorà ha reso plastica ed evidente l’incauta e incolta tesi del giornalista di filiera. La Basilicata ha virtù e titoli di non poco conto al netto dei problemi di un’epoca complessa per il mondo intero. Stia attento ora chi teme l’icona agricola e paesologica del nostro stare. Non tema la caricatura e il dileggio.. Altri intellettuali hanno insegnato che il computer convive con la zappa. La memoria del passato rende ricco di senso il nostro presente fatto di astronomia, automobili, cinema ed energia.

In Calabria la questione dell’immagine, e potremmo dire dell’immaginario, ha invece avuto attenzione mediatica per la sciabolata al vetriolo di Selvaggia Lucarelli contro una scellerata pubblicità istituzionale apparsale su un aereo.Per chi non l’ha letta la vicenda, la ben racconta Eugenio Furia su La stampa (http://www.lastampa.it/2016/04/07/italia/ciabatte-sugli-scogli-ed-erroracci-la-pubblicit-della-calabria-un-autogol-oYuhROtHq0lPN75zeDC58M/pagina.html) aggiungendo gustosi precedenti. Anche qui il governatore Oliverio con giusta e pronta determinazione, ha ringraziato la denunziante e strattonato i responsabili del disastro che si spera vengano messi nella condizione di non far ulteriori danni.

Conosco pubblicitari e copy calabresi di altissima qualità creativa e professionale. Possibile che non vengano coinvolti nelle campagne istituzionali nazionali?  In quanto al linguaggio e all’indice della Selvaggia bloggista cauti con le santificazioni. La bella signora è inquisita per intercettazioni illecite da cui avrebbe tratto informazioni per i suoi articoli. Inoltre, la blogger,  è solita scrivere notizie sbagliate (vedi foto porno mai pubblicata da Repubblica.it) senza mai rettificare l’errore. Di peracottari di successo non ne mancano in giro.

In Calabria c’è bisogno di buone e nuove narrazioni. C’è voluta la rivista americana“Fortune” per riconoscere il valore di Mimmo Lucano, sindaco di Riace, per il suo modello di accoglienza. Una storia raccontata da Wenders. Ma che per essere significativa va illustrata dai videomaker calabresi e va fatta diventare modello istituzionale che popoli i  borghi abbandonati di migranti. Serve la narrazione di Michele Albanese, giornalista sotto scorta, diventato responsabile legalità della Fnsi nazionale. Alla Calabria servono narrazioni degne di questo nome.

Ad esempio quella di Nicola Gratteri, non accettato ministro a Roma, diventerà procuratore della Repubblica a Catanzaro. Fetentoni e faccendieri dei tavoli di poker del capoluogo sono in allarme. Tifiamo per lui ma sappiamo che non sarà un magistrato bravo ed integerrimo a cambiare la Calabria.

Nel mio passato da cronista ho intervistato nella gabbia del maxiprocesso un celebre capo ‘ndrina della mia Itaca. Scoop piazzato e proteste dal capo della Mobile e su a salire . Sto, quindi, con coerenza dalla parte della notizia, e trovo liberticida chi dice: “Chiudiamo “Porta a porta”. Ma ha ragione Claudio Fava. Conta anche come s’intervista il male. E Vespa nella sua autodifesa difesa lasci stare Gio’ Marrazzo che andava in ospedale a cercare Piromalli detenuto. Quello è altro giornalismo. Il tuo, caro Bruno, si limita ad officiare uno spettacolo da salotto. Non mischiamo il coraggio con l’opportunismo.

Sono contento e fiducioso che Renzi frequenti molto Napoli, E’ pur vero che si crea agitazione barricadiera per le strade.  Ma l’attenzione  politica al turismo e beni culturali (c’è un buon lavoro da parte del ministro Franceschini) è un versante decisivo per il Meridione. Non dimentichi Matera però Renzi. Il governo non può venire in Basilicata solo per processi e funerali.

Una buona domenica a chi legge i miei pensieri.

Buona domenica (con la geometrica Potenza delle manette e delle trivelle)

Cari amici questa settimana il buona domenica lo firma  LUCIA SERINO (p.l.)

Come ai tempi di Woodcock. Potenza si vendica con un triplo salto mortale, restituisce la cattiva coscienza a uno Stato avvertito come nemico da cui teme di essere soppressa, dà uno schiaffo a Matera, sorella fulgida mai accettata, le ruba la scena e gode, perfida e beffarda, del suo potere di ostracismo giudiziario.

Ci voleva un giudice a Potenza per restituire, fredda e lucida ritorsione, il “memento mori” a un presidente del Consiglio al quale la città e la sua provincia l’avevano giurata dai tempi di quella battuta infelice mai dimenticata. É iniziato tutto in quel momento, da quelle due parole che ancora bruciano, essere considerati “quattro comitatini”, chi noi? Noi che ti diamo, diamo all’Italia e tu, caro Matteo, ci ripaghi con disprezzo. Proprio come fecero i francesi, quelli di Total, nell’altra inchiesta sul petrolio, ancora non terminata, quando in una telefonata poco al riparo si divertivano a considerare pecorai i potentini. Guai gliene colse, per mano del pm biondo.

Il disprezzo ha generato l’indistinto, il caos della ribellione. In un tempo difficile dove i bisogni aumentano e dove sapere di abitare in un Texas senza toccare con mano la propria parte ha innervosito tutti, a cominciare dai sindaci della Valle, insaziabili.

Difficile tenere la barra dritta tra chi urlava e chi poneva un ragionamento serio, e cioè che il petrolio è una risorsa che va governata ma sfruttata. Difficile anche spiegare che i benefici diffusi provenienti dalle royalty non sono immediatamente percepiti, come la sanità, l’università. Il Governo andava avanti con la sua politica energetica ancora più spinta di quella di Passera, mettendo in discussione l’architrave costituzionale, lasciava la palla di fuoco del dialogo con la gente nelle mani del vertici della Regione, saltava – il premier – sistematicamente la Basilicata nei viaggi al sud, piombava a Melfi ma per fare un favore a Marchionne e si precipitava a Potenza ai funerali di Luongo, l’unico segretario regionale del suo partito che gli aveva resistito, perché proprio così funziona la narrazione del colpo di scena intelligente e magari si parla meglio in elicottero col capo dell’opposizione, Roberto Speranza, che è sempre di Potenza. Maledetta Potenza. Tempo verrà. E il tempo è venuto, come quello di Vallettopoli, come quello del Re. Lo schiaffo dalla città che si confonde, Potenza, Cosenza, questo Sud che si ostina a non morire.

L’inchiesta di Potenza aiuta a capire il contesto dei tempi che viviamo, proprio come la bella vita di puttane e fotoricatti  raccontava il perimetro del potere del Cavaliere. Un contrappasso. Dal tetto d’Italia meno glamour che possa esserci, dove persino si arriva a pensare che la vittoria di Matera capitale della cultura sia stata uno scambio di compensazione per gli accordi sul petrolio, dove l’ambasciatore inglese rivendica in trasparenza l’azione di  lobby per lo SbloccaItalia a favore delle aziende al servizio di sua maestà, arriva oggi la botta di un’inchiesta che in verità non potevano non conoscere. Se fate il calcolo di tempo tra i primi articoli del Quotidiano (2013), sia quelli su Corleto sia quelli su Viggiano, ci siamo con la durata delle indagini preliminari. Questo dimostra  però anche il livello della tracotanza dell’impunità, o dell’ingenuità, se volete. Le intercettazioni delle conversazioni tra la Guidi e il marito sono, ovviamente, successive a quella data. A leggere la lettera che l’ex ministro ha inviato ieri al Corriere ci sono almeno due cose che meritano di essere chiarite.

  1. Poco credibile quando sostiene che “Nella telefonata lo informavo di un emendamento che avrebbe consentito di accelerare i processi autorizzativi di molte opere strategiche, tra cui il cosiddetto progetto Tempa Rossa di Taranto, bloccato da anni. La società di mio marito, invece, operava come subappaltatrice in Basilicata per un lavoro che nulla aveva a che vedere con lo sviluppo del progetto di Taranto”.Chi segue Tempa Rossa sa benissimo che il progetto di Taranto è il terminale del progetto lucano, che essi dunque sono strettamente connessi e che a nulla serve estrarre petrolio a Corleto se poi, giunto alla raffineria di Taranto, non lo si può movimentare.
  2. Sorprendente poi quando l’ex ministro scrive: “Una serie di grandi imprese hanno deciso di investire miliardi di euro per estrarre petrolio e gas naturale in Italia e di farlo, peraltro, al Sud”. Stride quel “peraltro al Sud”. Il giacimento in Basilicata non è una scelta opzionale di investimento al Sud. Più semplicemente è qui che c’è il petrolio.

Un’inchiesta, dunque, ben nota. Difficile dunque, a meno di dietrologie piuttosto ricorrenti nei sospetti, sostenere la tesi di un’operazione a orologeria in vista del referendum. Che se ne possano avvantaggiare quelli del Sì, è un dato, un effetto,  a riprova di come lo scontro sociale e politico in Basilicata da quasi due anni si giochi sul terreno ambientale. Che importa poi che si  confonda una piattaforma con una trivella.

Resta il copione scontato di un’opposizione politica ma, soprattutto, resta un’inchiesta che restituisce una realtà tremenda. Certo c’è qualche dubbio (1. unire i due filoni d’inchiesta appartiene a una cultura giuridica della pericolosità e dell’emergenza sociale e non del fatto; 2)il reato di traffico di influenze farà la fine del concorso esterno in associazione mafiosa; 3) il sistema Vicino bell’incasso elettorale ha avuto, non è stata neppure rieletta sindaco), ma i reati ambientali sono il vero allarme che la classe dirigente lucana deve affrontare con trasparenza e scelte drastiche.

Perché sia chiara una cosa: il governo Renzi resisterà anche a questo terremoto, così come ha resistito allo scandalo Expo alla vigilia dell’inaugurazione dell’esposizione universale. In questo ha ragione Claudio Velardi, sia pure egli esprima una posizione di parte: Renzi, che ci piaccia o no, è l’ unico leader riconosciuto in Italia finora. Più complessa invece la gestione degli effetti dell’inchiesta a livello locale. Farebbe bene il premier a non rinunciare alla visita in programma a Matera. Sarebbe, anzi, l’occasione giusta per parlare finalmente a questa parte d’Italia delle cose che a loro appartengono.

Quanto alle compagnie. Total è stata capace di totalizzare (è il caso di dire) ben due inchieste prima ancora di entrare in produzione in Basilicata.

Eni? Siamo all’ennesimo capitolo di una lunga storia di uno stato parallelo che in Basilicata ha avuto per anni un unico interlocutore da cui si sentiva garantito, la Regione. Il dialogo con i lucani? Cosa volete che possa contare una piccola regione rispetto ai problemi del mondo?

Quest’inchiesta dice, ancora una volta, che i magistrati suppliscono a un vuoto. E restituiscono una verità che confusamente un territorio vorrebbe conoscere. Una devianza patologica. Sarebbe persino ozioso fare il compito delle responsabilità. Certo fare i fighi sponsorizzando gli ultrafighi dei festival del giornalismo e fare la cresta sullo smaltimento dei rifiuti come una squallida conceria di similpelle di Solofra  è un delitto, al quale caro Bardazzi, mi auguro si possa reagire con un documentato twittaggio. Ne saremo tutti rassicurati.

Poi considerateci pure come i Dakota. Sono 200 in tutto, ricordava ieri Flavia Perina. “A cavallo contro un oleodotto che attraversa il Missouri e minaccia la loro acqua. Di sicuro battaglia irrazionale: l’oleodotto sono soldi, posti di lavoro, energia. Di sicuro battaglia stupidamente romantica (gli indiani? Nel 2016? A cavallo?). E proprio per questo una delle battaglie che dividono il mondo: quelli che dicono “che belli” e quelli che dicono “che idioti”.

Buona domenica (nella Pasqua di guerra)

Buona domenica amici cari. Buona Pasqua.
Complicato dire buona Pasqua di questi tempi. È’ un Tempo difficile quello di questa Pasqua. È’ una Pasqua di guerra, inutile negarlo e girarci intorno. Lo abbiamo detto e scritto in molti. Ma poi lo dimentichiamo. Cerchiamo di esorcizzare la paura associando la cronaca ad un episodio e andiamo avanti. Colpiscono Parigi e ci sentiamo coinvolti. Colpiscono Instambul, Costa, D’Avorio, Nigeria e sembra non appartenerci quello strazio e quel dolore. Invece siamo tutti in guerra.

È’ accaduto anche in altre epoche. I bombardamenti in Italia nella seconda guerra mondiale venivano vissuti allo stesso modo. Qui non può’ accadere. E poi mitragliavano e seminavano morte dappertutto su civili incolpevoli. Accadde a contadini che si trovarono in mezzo alle guerre di religione per oltre un secolo. Ora accade a noi. Su una metropolitana dell’europeissima Bruxelles, in un aeroporto internazionale, ti trovi in mezzo alle fiamme colpito da chiodi penetranti e schegge di ordigno. Corpi smembrati dalla furia omicida. In ogni attentato muoiono persone di nazionalità, razze e religioni diverse. In Iraq hanno colpito ragazzini che avevano disputato un torneo di calcio. La Ragione ha perso ogni senno. Chi ha fede in Dio deve trovare barra ecumenica, I nemici sono giovani musulmani disposti a morire nel dar la morte ovunque. Possono scegliere un mercato, un asilo, un monumento. In nome di un eterno piacere rinunciano all’anonima vita delle loro periferie per diventare eroi di una guerra che non pensavamo di dover combattere.

Dobbiamo combattere cercando di essere normali. Il Belgio liquido,che in questa immane tragedia si trasforma in una farsa da Pantera Rosa, oggi ha vietato la marcia del ricordo. Si parla di far tenere gli europei di calcio francesi a porte chiuse. Credo siano rese che non possiamo permetterci. L’Europa della moneta e della crisisi è’ dimostrata incapace di gestire politica estera e interna. Sarà una guerra lunga e imprevedibile. Bisogna saper cooperare adoperando bene la forza quando si rende necessario, Di orgoglio,invece, non penso ci sia bisogno. Di pregiudizio neanche.

Bene ha fatto Papa Francesco a compiere nel giovedì Santo il rito della lavanda dei piedi con migranti anche musulmani. Siamo in presenza di un esodo di proporzioni bibliche. Qui i rimedi si possono trovare. Dobbiamo lottare molto sul piano culturale. È tempo di contaminarsi con forme nuove della biopolitica. Ho letto della gioia incredula del giovane musulmano che ha visto i suoi piedi lavati dal Papa.. Ma ho letto anche le parole dure come pietre del convertito Magdi Allam che ha molto disapprovato i gesti e le parole del Papa. Sulle ferite aperte c’è chi cura con olio, non mancano però i’ versatori di aceto.

La Croce è un attuale simbolo di questa Pasqua. L’aceto fu dato al Cristo agonizzante in Croce che al Dio padre chiese perdono e non vendetta. Meditiamo su “non sanno quel che fanno”. Ho cercato confronto con il Cristo di Pasolini e conforto in quello della Buona Novella di Fabrizio De Andre. La nostra umanità’ e’ finita in Croce senza consapevolezza. Un palestinese extracomunitario venne a morire a Roma per fondare la Chiesa oggi avversata dagli integralisti. La resurrezione di Cristo ,che oggi si celebra nelle chiese cattoliche, dovremmo guardarla come sfida della vita che si oppone alla morte. Al di là dei credi e delle razze. Pur chi non crede in Dio, non deve riconoscere solo il suo demone ma anche il suo Cristo.

L’amico Andrea Di Consoli ha scritto sull’Unita’ un ottimo articolo ( http://www.barbadillo.it/54563-terrorismo-andrea-di-consoli-soluzione-non-e-vietare-moschee/ ) sulla moschea che si vuol costruire a Bari. Far proliferare moschee nei garage significa alimentare jihadismo. L’uso criminale della religione si batte con il dialogo e il buon uso della fermezza. Impariamo a diffidare di chi cerca fortune politiche sull’orrore e le vittime.. Abbiamo molto da ricostruire.

Non possiamo lasciare impuniti gli assassini di Giulio Regeni. Le menzogne dell’Egitto sono irritanti e indignano tutti. Vigiliamo affinché’ le ragioni del petrolio non diventino ragione di Stato parallelo. In Egitto sono abituati a questi raggiri. Nel 1994, un integralista che uccise un magistrato italiano e uno francese in un hotel del Cairo,si riuscì’ a farlo passare per un dipendente licenziato in cerca di vendette. Erano i tempi di Mubarak. Oggi non va certo meglio.

Vorrei poter spostare la Storia in avanti come abbiamo fatto stanotte con le lancette dell’ora legale. Per superare gli orrori di questa terza guerra mondiale che uccide nel mucchio e affama i poveri. Vorrei per noi tutti un lungo periodo di Pace. L’Utopa non si può abbandonare. Aggrappati al piccolo piacere del dolce che si unisce al salame o al rock degli Stones che suonano a L’Avana. resistiamo con umanesimo meridiano,ci spremiamo le meningi nel costruire il nuovo “Che fare?”.

Buona Pasqua a voi tutti.

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